Perché fotografo lo stesso albero da un anno

0

È un pioppo che non ha nulla di particolare rispetto agli altri che lo affiancano per chilometri

È una domanda che non mi sono mai posta con sufficiente spirito meditativo. Meccanicamente l’ho immortalato ogni giorno passandogli davanti, ed è così che silenziosamente ci siamo scelti, da allora è il mio albero. Chissà che direbbero, se avessero parola, quelle cortecce: “Mio lo dici a tua sorella! Io non sono di nessuno!“.

Il mio albero l’ho conosciuto per caso in uno strano pomeriggio di marzo in cui il cielo si era tinto di un insospettabile bianco, l’aria era fumosa, e al centro di quello strano albume c’era il tuorlo di un sole sbiadito, sul punto di tramontare. Guardandomi attorno ho capito di condividere con altri passanti la sensazione di stare assistendo ad un incendio, ma c’eravamo sbagliati tutti, d’altronde era colpa del nostro essere catanesi: non avevamo idea di cosa fosse la nebbia e non l’avevamo riconosciuta. Attraverso di taglio questo grande stradone diviso in tre carreggiate, e mi fermo ad ogni marciapiede per assistere al bizzarro spettacolo. Scatto una foto in ognuna delle mie tre postazioni (la seconda al centro della  strada, rischiando probabilmente la vita) ed alla fine mi soffermo davanti a lui. E’ un pioppo di chissà quanti anni che non ha nulla di particolare rispetto ai compagni di vita che lo affiancano per chilometri. Mi metto sulla linea del marciapiede, piccolo zoom in avanti, e lo fotografo insieme alla strada, al sole-tuorlo nascosto tra i rami, al cielo che non è solo bianco, sta tinteggiando le sue pareti di un nuovo viola.

Il sole ha il potere magico, nascondendosi, di tessere velature colorate sulle solite cose, rendendole così diverse dal solito da farti sospettare che abbiano qualcosa di nuovo da dirti, che stiano iniziando ad appartenerti.

Una settimana dopo passo sul ciglio di quella stessa strada e ritrovo un amico di legno. Gli scatto una foto. Una signora con un impermeabile ha appena finito di attraversare sulle strisce, un ragazzo aspetta accanto alla pensilina. L’indomani, alle sette di sera, il traffico si fa più intenso, più denso. Un manto di auto scorre accanto al mio albero; c’è il solito incosciente in motorino che per saltare la fila usa la corsia degli autobus.

Il giorno dopo ancora (è passato così poco) il verde si fa spazio sui rami. Mi sembra un miracolo che già la settimana successiva, che si è fatto Aprile, le foglie siano centuplicate. Poi tutto d’un colpo si fa estate, il mio albero non sa più come decorarsi, è diventato un bosco. Gli passano accanto bus turistici, camion dei traslochi, e sempre persone, persone di corsa, che a furia di correre diventano gente.D’un tratto capisco che il mio soggetto non è più l’albero, non solo, perlomeno, ma il tempo che scorre, l’evolversi di una città; le foto che ho scattato si somigliano ma sono uniche, perché nessuno oltre a me era lì in quel momento ad occupare il quadratino di mondo sotto le suole delle mie scarpe.

Può darsi che anch’io sia stata la passante distratta in altre fotografie, può darsi che non ricordi nulla del microcosmo in cui vivo e se all’improvviso dipingessero i palazzi attorno al mio non saprei definirne il colore originale, che se il panettiere si spostasse due porte accanto io meccanicamente seguirei un’insegna, senza legami col passato. Ma quest’albero che ha cento fratelli a destra e cento a fianco lo conosco a memoria, perché ci siamo fatti visita, abbiamo partecipato ad istanti irripetibili della vita dell’altro e di quegli altri che attorno a noi andavano di corsa da qualche altra parte, e tutto questo tempo che spendiamo ogni giorno a non renderci conto dell’evoluzione che ci circonda è anch’esso un tempo che, come ogni cosa unica, non torna, ed in quanto merce rara è prezioso.

Ora forse so perché fotografo lo stesso albero ogni giorno da quasi un anno.

Il piccolo principe direbbe “è la mia rosa”, anzi, è volpe che mi ha addomesticata.
Se tutte le strade portano a Roma, ce ne sarà una- almeno una- che porti a casa.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.