Perdersi

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Alice è una brillante donna in carriera, cattedratica e ricercatrice a Harvard, sposata con un uomo altrettanto intelligente e con tre figli ormai grandi e indipendenti. Una famiglia che si vuole bene, e obiettivi professionali raggiunti oltre l’immaginabile. Una vita di trionfi.
La famiglia si riunisce per il suo cinquantesimo compleanno. Ma le cose iniziano a declinare. Alice si perde nel filo di un discorso, non le viene alla mente una parola che conosce benissimo, dimentica cose che ha appreso da quando era bambina, si perde nel giro di jogging quotidiano in un posto che conosce meglio delle sue stesse tasche…

Iniziano i timori che affronta da sola, per arrivare alla diagnosi di morbo di Alzheimer presenile. Esatto. Non vuole crederci, ma la sua salute peggiora, e lo deve confessare a John, suo marito, e poi ai figli.

La sua vita cambia totalmente, e attorno alla sua quella dei suoi cari. Deve gradualmente rinunciare a tutto: a tenere conferenze, a viaggiare da sola per i convegni, perfino ad insegnare… una mente come la sua inizia a perdersi tra le parole di un comune romanzo, perché non ricorda quanto letto poco prima. Arriva persino a non riconoscere i figli, o a credere che sua madre e sua sorella non siano mai morte.
Un dramma familiare, perché tutta la famiglia se ne fa carico. Ad ogni componente della stessa infatti è automaticamente richiesto di imparare ad amare la nuova “mamma” (o moglie) che “non è un fardello, è la mamma” – come dice sua figlia Anna.

Un libro di classe, ben scritto, scorrevole e profondamente introspettivo. Perché narrato dal punto di vista della stessa Alice, che si rende conto della sua patologia, del peggiorare della sua situazione, del suo perdere, in fondo, se stessa. Fino a non riconoscersi allo specchio. Un dramma, da cui imparare. Perché dolore e malattia sono presenti nella vita di ciascuno, e Alice lo affronta con coraggio, lotta contro la malattia come può, non desiste, prende medicine sperimentali, fa esercizi di memoria per allenare la sua mente una volta così brillante…

Proprio quel dolore le permetterà di sistemare i rapporti difficili con Lydia, la figlia minore che, invece di andare al college, tenta la carriera da attrice a Los Angeles, e lei questo non riesce ad accettarlo. Ma perdendo il linguaggio attraverso la parola scritta o parlata, Alice impara a conoscere il linguaggio del corpo e capisce quanto possa comunicare la figlia, attrice non laureata, ma non per questo meno valida degli altri due figli (uno avvocato, l’altro medico), e quanto amore ci sia tra loro. Così come con gli altri due figli, Anna e Tom, e ancor più col marito John, un ricercatore appassionato con cui deve fare i conti, perché sa bene che la malattia le toglierà se stessa nell’arco di pochissimo (un anno? …due?), e vuole recuperare tutto il tempo perso tra loro due in sciocchezze o altre priorità che negli anni li hanno allontanati dall’affetto coniugale.

In un momento di sufficiente lucidità, Alice tiene un discorso ad un convegno sulla sua patologia, non da docente ma in quanto paziente. Ne trascrivo la parte a mio parere più toccante.

“Sto perdendo i miei ieri. Se mi chiedeste cos’ho fatto ieri, cos’è successo, cos’ho visto e sentito e ascoltato, mi sarebbe molto difficile fornirvi i dettagli. Non mi ricordo di ieri e neppure dell’altroieri. E non ho controllo su quali ieri possa ricordare e quali vadano perduti. Con questa malattia non si può patteggiare (…).
Ho spesso paura del domani. E se mi svegliassi senza riconoscere mio marito? Se non sapessi dove mi trovo o non mi riconoscessi allo specchio? Quando smetterò di essere me stessa? La parte del mio cervello responsabile del mio essere me stessa e nessun’altra è vulnerabile alla malattia? O la mia identità è qualcosa che trascende neuroni, proteine e difetti molecolari del DNA? Il mio corpo e il mio spirito sono immuni dal saccheggio dell’Alzheimer? Io credo di sì.
Sentirsi diagnosticare l’Alzheimer è come essere marchiato con una lettera scarlatta. E’ quello che sono adesso, una persona affetta da demenza. E il modo in cui, per un certo periodo, mi definirò io, e poi continueranno a definirmi gli altri. Ma io non sono quello che dico o quello che faccio o quello che ricordo. Il realtà sono molto di più.
Sono una moglie, una madre, un’amica e presto sarò una nonna. Provo ancora sentimenti, capisco e merito l’amore e la gioia di questi rapporti. Sono ancora un membro attivo della società. Il mio cervello non funziona più al meglio ma uso gli orecchi per ascoltare senza riserve, offro le mie spalle per piangere e le mie braccia per stringere altre persone malate come me (…). Non sono una persona che sta morendo. Sono una persona che vive con l’Alzheimer. E cerco di farlo nel modo migliore possibile”.

 

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Perdersi
Autore: Lisa Genova
Genere: Storia vera
Editore: Piemme
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 293