Persona, prima che uomo. Persona, prima che donna.

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Sono nata donna. O almeno questo è quello che ho sempre creduto. Dico “ho creduto” perché, obiettivamente, non ricordo di aver mai avvertito, da bambina, la sensazione di avere qualcosa di speciale, di essere un soggetto particolare perché donna.
Ricordo di aver giocato con le Barbie, sì, o di avere avuto l’impulso di giocare il ruolo di mamma nei confronti delle mie bambole, piuttosto che quello di papà. Ricordo di aver preferito provare i tacchi della mamma piuttosto che mettere il profumo di papà.

Ma ricordo anche che tutto ciò non mi ha mai fatto sentire diversa dai miei compagnetti maschi.
In fondo eravamo tutti bambini…ci incantavamo davanti alle favole e arrivavamo a piangere per ottenere il nostro giocattolo preferito: che importava, a quel punto, che fosse una bambola o una macchinina? Ben poco ci distingueva gli uni dalle altre: i nostri corpi erano, allo stesso modo, l’espressione concreta di una soggettività che si affacciava al mondo, che cercava di scoprirlo.
Ero una bambina, sì, ma potevo riconoscermi anche nel mio amichetto.

Quindi, a distanza di anni, con la razionalità che mi ha “contagiata”, sono portata a credere di non essere nata donna, bensì di esserlo diventata.
Non posso risalire al momento in cui ho preso consapevolezza di questo grande dono che mi aveva fatto la natura. Forse un momento preciso non c’è stato. Una serie di cose, gradualmente, mi hanno avvicinato all’amore per la stessa parola “donna” che mi caratterizzava. Ho cominciato allora a guardarmi allo specchio con occhi diversi, a valorizzare la mia immagine, forse, ricordando la Mannoia, “per la voglia di piacere a chi c’è già o potrà arrivare”…e ho iniziato a sviluppare una sensibilità che non riconoscevo nei ragazzi, ma solo nelle mie amiche, donne anche loro.
Una  sensibilità che aspettava di essere messa alla prova e che è stata ben presto accontentata.
Una sensibilità che si è mutata in disagio quando ho avvertito su di me lo sguardo di qualche passante, che non era lo sguardo amorevole di mio padre quando portavo un bel voto a casa, né tantomeno quello affettuoso di un compagno di classe conosciuto dall’infanzia, ma uno sguardo indagatore, che rivelava a me, alla mia sensibilità, un altro aspetto dell’essere donna.

Avevo capito, a quel punto, di essere, in potenza, un “oggetto del desiderio”, come quello ricercato dal principe nelle favole; ma avevo capito, anche, di dover sperare sempre che fosse davvero un principe a cercarmi, e non il cattivo della fiaba.

Nello stesso momento in cui scoprivo la totalità dell’essere donna, leggevo delle parole che sarebbero rimaste scolpite nel mio cuore, della Fallaci che parlava al suo futuro bambino: “Se nascerai uomo ti saranno risparmiate tante umiliazioni, tante servitù, tanti abusi. Se nascerai uomo, ad esempio, non dovrai temere d’essere violentato nel buio di una strada. Non dovrai servirti di un bel viso per essere accettato al primo sguardo, di un bel corpo per nascondere la tua intelligenza. Faticherai molto meno”.
Non dovrai temere d’essere violentato nel buio di una strada. Questa era una novità tanto sconosciuta quanto angosciante per me.
Davvero il bambino con cui condividevo il desiderio del giocattolo nuovo poteva diventare mio nemico? Mi sembrava un problema inesistente. Pensavo si riferisse a dei casi-limite. Non potevo credere che nella mia società, ricca, civile, industrializzata, sviluppata, scandita e scandagliata dal diritto, ci fossero ancora delle donne vittime di una qualche violenza.

Eppure oggi una ragazza informata e realista ha preso il posto di quella ragazzina ingenua e inconsapevole. Oggi so che la violenza contro le donne, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo, esiste. Che non conosce differenze sociali o culturali. Che almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. So che la violenza sulle donne, in gran parte del mondo è una normale componente del tessuto culturale e non viene identificata come tale neppure dalle sue vittime. So che esistono casi di disperazione in cui le figlie vengono vendute ai trafficanti per denaro, che esistono persino casi in cui la violenza diventa uno strumento di guerra da parte degli eserciti in guerra.

Non mi sento più “lontana” dal problema; so che il dolore di quelle donne, di quelle bambine riguarda tutti noi, perché deriva da una concezione della donna come oggetto radicata nella società e difficile da estirpare.
Del resto, la ragazza informata che sono diventata, non ha dimenticato le parole della Fallaci, che continua sostenendo che “il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, si dice figlio per dire figlio e figlia, si dice omicidio per indicare l’assassinio di un uomo e di una donna. Nelle leggende che i maschi hanno inventato per spiegare la vita, la prima creatura non è una donna: è un uomo chiamato Adamo. Eva arriva dopo, per divertirlo e combinare guai. Nei dipinti che adornano le loro chiese, Dio è un vecchio con la barba: mai una vecchia coi capelli bianchi. E tutti i loro eroi sono maschi: da quel Prometeo che scoprì il fuoco a quell’Icaro che tentò di volare…

Tutto ciò è vero. È la nostra società, troppo spesso cattiva e indifferente.
Dimentichiamo di essere, prima ancora che uomini o donne, persone, con lo stesso cuore e lo stesso cervello. Abbiamo una dignità, un rispetto che non meritano di essere calpestati. Dobbiamo sfruttare il miracolo della vita nei suoi aspetti più belli.
Non è possibile che un uomo, dunque una persona, si ponga in modo violento nei confronti di una donna, quindi di un’altra persona, pari a lui. Perché mai deve esistere una tale sopraffazione? Non si tratta di giustizia, non si tratta di pene, di sanzioni, di anni di carcere da scontare per una violenza. Si tratta di rispetto.

Dobbiamo capire e far capire che essere donne è bello, affascinante, non è pericoloso. È gratificante, è un dono che nessuno ha il diritto di togliere. Perché proprio in questo consiste una violenza: nel togliere ad una donna la bellezza stessa del sentirsi donna.
Dobbiamo agire, prima di tutto, per affermare la nostra dignità. “Battersi è molto più bello che vincere, viaggiare è molto più divertente che arrivare: quando sei arrivato o hai vinto, avverti un gran vuoto”. E allora battiamoci, dimostriamo di accogliere la sfida che la società impone a noi donne, per arrivare a sentirci libere da qualsiasi paura. Non nascondiamoci, ma evochiamo nella nostra società di uomini quel senso di rispetto che ogni persona (perché mi rifiuto di pensare che qualcuno “nasca” cattivo) ha dentro di sé.

Io ricordo con felicità il periodo in cui il mio amichetto non rappresentava un “diverso” nei miei confronti, perché condividevamo le stesse gioie, se pur frivole. Ed è brutto credere  che di quegli amichetti ci sia qualcuno che abbia dimenticato il piacere di identificarsi l’uno nell’altro, in quanto portatori, tutti, dello stesso cuore, dello stesso cervello, della stessa dignità e della stessa rispettabilità.
Voglio provare di nuovo a vedere nell’altro un amico, e non un nemico, godendo a pieno della bellezza che significa il diventare donna: non vale la pena nascondere questa bellezza dietro il timore per un uomo, che è pur sempre un essere pensante, che può frenare i propri impulsi, e deve farlo.

Rossella Angirillo

Laureata in Giurisprudenza, ho sempre affrontato la vita con intraprendenza e determinazione: è difficile distogliermi da un mio obiettivo e non mi spaventano le nuove sfide. Tra codici e sentenze, nel tempo libero accontento la mia parte sognatrice: sono molto riflessiva, e mi piace affidare alla scrittura tutti i miei pensieri.