Pessimismo: la malattia del secolo. Come trovare i sintomi e curarsi

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Dedicato a tutti i PP – pessimisti patologici – una ricetta per vivere meglio con gli altri e con se stessi.

Se vedi sempre il bicchiere mezzo vuoto o pensi che nel bicchiere non ci sia proprio mai stata acqua e magari neanche un bicchiere da riempire, allora questo post è dedicato a te, pessimista patologico. Quello che potrebbe consolarti è che 1) non sei solo, il mondo è pieno di musoni che si aggirano con la loro personale nuvola grigia sopra la testa e 2) esiste una cura.

Il pessimismo è la malattia del secolo, una grave epidemia che contagia giovani e adulti e che porta a vedere il mondo non a colori ma in scala di grigi, sempre tendenti al nero. I pessimisti patologici – da ora soprannominati PP – sono convinti di avere contro un Destino malvagio e crudele, che si diverte a tormentarli giorno dopo giorno, impedendo loro di vivere una vita felice. E non solo il Destino, ma proprio tutto il mondo ce l’ha con loro, come se una segretissima congiura si fosse creata appositamente per rovinar loro la vita – dagli amici ai guidatori dei mezzi pubblici. La ricetta del pessimismo, secondo gli psicologi, si compone di quattro ingredienti, le famose 4P: 1) la tendenza a pensare che le cose negative siano Permanenti, cioè durature e irrisolvibili; 2) la tendenza a generalizzare la negatività e percepirla come Pervasiva di tutta la vita; 3) la tendenza a considerarsi come la causa della negatività e cioè farne una questione Personale; 4) la tendenza a ingigantire la negatività e percepire i problemi come più Pesanti di quanto siano in realtà.

Pratica ricorrente dei PP, il loro hobby preferito e irrinunciabile, è la lamentatio, ovvero la sesta parte della retorica – ancora ignota a Cicerone e Quintiliano – che consiste nel lagnarsi sempre di tutto, dai dolori fisici (che per loro sono particolarmente accentuati e persistenti e rigorosamente sempre più forti dei tuoi, che quindi non puoi capire) ai malesseri psicologici (quando sono depressi negano di esserlo e lo affermano quando non lo sono, naturalmente dopo aver spulciato Google alla ricerca dei sintomi psicosomatici delle loro fantomatiche patologie mentali), dalle avversità della vita (che capitano sempre-tutte a loro! Hanno perso più bus-treni-aerei loro di Fantozzi e piove sempre quando non hanno portato l’ombrello) alle avversità umane (altro che Schettino o Hitler, i veri nemici pubblici sono solo e solamente loro!).

Come avrete capito anche da soli, la maggior parte dei PP sono estremamente egocentrici. Se potessimo raffigurarli, disegneremmo una persona con una scatola sopra la testa e senza buchi per gli occhi. Vivono al buio, brancolano senza vedere dove vanno. Qualunque cosa tu possa dire loro per aiutarli a togliersi la scatola dalla testa– che le persone non sono tutte cattive e opportuniste, che ci sono dei lati positivi che forse non hanno considerato, che hanno tante cose belle a cui non danno importanza – non andrà mai bene, perché loro, cinici masochisti, hanno capito prima di te come va il mondo, cioè disastrosamente male! E guai se provi a fargli cambiare idea!

Il pessimismo patologico è una pandemia, perché i PP, lamentandosi sempre e con tutti, contagiano chi sta loro intorno, rendendolo altrettanto musone e negativo. Ed è un circolo vizioso, perché il pessimismo porta alla depressione e la depressione al pessimismo, creando un vortice di risucchio da cui non si esce più.

Oggi purtroppo scarseggiano qualità come l’entusiasmo e la capacità di stupirsi, le persone sono abituate al negativo e alla noia, come fiammiferi bagnati che non si fanno accendere più da nulla. Ignorano le loro fortune, perché concentrano l’attenzione solo e rigorosamente sulle sfortune. Il paradosso è che, spesso, le persone più entusiaste e ottimiste sono proprio quelle che avrebbero meno motivi per esserlo.

L’ottimismo non è una dote intrinseca della persona, che se non ce l’hai sei fregato – pure questa ti è capitata, lo vedi che sei proprio sfortunato dalla nascita?!
L’ottimismo è un modo di vivere che s’impara, esattamente come andare in bicicletta. Non è sinonimo d’ingenuità e irrazionalità, come molti credono – non sono pessimista, sono realista – perché l’ottimismo porta a considerare oggettivamente la realtà, per poi evidenziarne gli aspetti positivi.
L’ottimista non si crogiola nel dolore, ma reagisce, trovando gli appigli necessari a rialzarsi. Non teme il cambiamento – a contrario del pessimista che vorrebbe che le cose rimanessero sempre uguali – perché sa di avere la forza di assecondarlo. Non rimugina giorni-mesi-anni sugli errori, perché sa di poter trarre insegnamento da ogni passo falso per non commetterlo più in futuro. Non teme gli imprevisti, perché sa che possono sempre tramutarsi in opportunità. Non è ossessionato dal passato, ma si gode il presente e nutre grandi aspettative per il futuro.
L’ottimismo non solo aiuta a vivere meglio, ma migliora anche la forma fisica: rallenta lo sviluppo di alcune malattie, aumenta le difese immunitarie e si suppone, da alcuni risultati scientifici, che permetta di vivere più a lungo.

Insomma, cosa aspettate a diventare ottimisti? Potete cominciare fin da subito, individuando tutte le cose belle che avete nella vita, le fortune che avete avuto e le possibilità del futuro. E sorridendo, a voi stessi nello specchio – no, non è una cosa da cretini, fidatevi che serve – e soprattutto agli altri. Un sorriso può guarire più paturnie mentali di un battaglione di Sigmund Freud, è come un raggio di sole che disperde la nuvola nera sopra la testa.

E se questo articolo non vi ha ancora convinto… allora siete dei veri PP e se mi contattate in privato vi darò il nome di un bravo analista – che non conosco, in realtà è solo una scusa per starvi lontano prima che possiate contagiare anche me.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".