Piacere tra realtà e illusione

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Sembra evidente un po’ a tutti che l’obiettivo principale della vita umana sia quello di ottenere il piacere; l’esistenza sarebbe perfetta se ne fornisse continuamente un altissimo grado. E’ proprio vero? L’uomo tende solo al godimento?
Molte filosofie del passato, in primo luogo gli Epicurei, affermavano questo concetto. Nei fatti invece, è logicamente corretto accettare il contrario.

E’ vero, tutti nella nostra vita cerchiamo di rendere piacevole ogni situazione e, quando si presentano dei dolori o delle sofferenze, siamo concordi nel ritenere che ne avremmo fatto volentieri a meno. Chi può affermare con fermezza – anche tra i più giovani – di aver sempre goduto nella propria vita; di aver sempre soddisfatto a pieno la propria libidine, intesa nel senso più ampio possibile? Nessuno.

E’ proprio vero; è concettualmente facile immaginare un futuro roseo che possa appagare ogni desiderio, ogni aspirazione. Ma è anche evidente che chiunque, presto o tardi, dovrà constatare come l’attesa superi sempre la realtà, e come questa sia spesso ben poca cosa rispetto a ciò che ci auguravamo. Tuttavia, non vogliamo accettare questa verità: ben presto vedremo frantumarsi in polvere buona parte dei nostri vagheggiamenti sul futuro.

Ciononostante, questa speranza in un avvenire migliore del presente appare essere la sola cosa capace di spingere l’uomo a perseverare nella sua esistenza. Leopardi esprime perfettamente questa idea nella sua operetta morale “Dialogo tra un venditore di Almanacchi ed un passeggiere”: il passante (passeggiere) – personificazione del pensiero leopardiano – discorrendo con un mercante di almanacchi che tenta di persuadere i venditori promettendo a tutti un felice anno nuovo, lo porta ad un passo dal comprendere come ciò che vende, in realtà, non sia altro che un’illusione: lo stesso venditore infatti, pressato dalla domande dello strano acquirente, ha affermato che tutti gli anni da lui trascorsi lo avevano più deluso che realizzato, e che quindi non c’era alcuna ragione per pensare che l’anno futuro sarebbe stato diverso.

Ne potremmo dedurre che la nostra vita non abbia alcun senso, sarebbe solo un vano sperare nel futuro. Un ragionamento che non fa una piega … per gli adepti di una filosofia edonista.

In realtà, l’uomo non indirizza la sua esistenza al conseguimento del piacere, non è ciò che davvero desidera; questo è solo un gradito fattore concomitante. Ne è la prova un semplice esperimento mentale proposto dal filosofo tedesco Robert Speaman. Pensiamo a un uomo disteso sul tavolo, sottoposto ad anestesia totale e cui sono stati applicati dei cavi che, stimolando i recettori sensoriali, lo mantengono in un costante stato di euforia; sarebbe il puro piacere continuo. Eppure: chi deciderebbe di occupare il suo posto?

La nostra vita ci piace perché reale; perché vi si mescolano gioie e dolori. Se non ci fossero entrambe, vivremmo in uno stato d’indifferenza, poiché ognuno di questi due aspetti ha significato solo in relazione all’altro, similmente a come il giorno ha senso in relazione alla notte. Anche le sofferenze più grandi, se ben vissute, possono giocare a nostro vantaggio e, spesso, migliorare coloro sui quali incombono; sebbene quest’aspetto sia molto difficile da accettare.

Tutti ci accorgiamo come il piacere sia in realtà una vana illusione il cui conseguimento non rientra nelle nostre capacità, e che quindi una vita che si limiti solo a questo avrebbe ben poca dignità.

Tocca quindi all’uomo scoprire quale sia il vero fine della propria vita; un fine che, evidentemente, deve trascendere quelli semplicemente materiali.

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.