Piccolo grande calcio

0

Per il futuro del calcio, e dello sport italiano in genere, è più importante la vittoria dell’Inter in Champions’ League, o la promozione del Portogruaro in Serie B? E, sulla stessa scia, per trovare un testimonial in grado di comunicare oggi ai giovani i valori più schiettamente “sportivi” del pallone nazionale, chiamo Diego Milito detto El Principe, 31 anni, bomber dell’Inter campione d’Europa e della nazionale argentina, oppure mi rivolgo a Marco Cunico, 32 anni, vicentino di Thiene, “bandiera”, prima ancora che capitano, del Portogruaro dei sogni?
Sono domande fatte quasi a caldo, non appena conclusa una stagione calcistica che, prima della totalizzante esperienza dei Mondiali, ha consegnato agli annali verdetti importanti e significativi. Alcuni attesi, come l’entusiasmante tripletta realizzata dall’Inter, che in meno di un mese inanella Coppa Italia, quinto scudetto consecutivo, e Coppa dei Campioni vinta nella finale di Madrid contro il Bayern Monaco. Altri decisamente meno, a cominciare dalla strabiliante sortita di una classica “squadretta” veneta, il Portogruaro, capace di battere il Verona “a Verona” nell’ultima giornata di Lega Pro (ex Serie C1), per strappare il biglietto che la catapulta addirittura in Serie B.

I veri bisogni
Con tutto il rispetto per giocatori e tifosi interisti, che hanno ogni diritto di vantare un’impresa destinata al libro dei primati, il calcio italiano ha oggi bisogno di esempi di tutt’altro tipo per affrontare sfide non solo sportive, ma soprattutto economiche e gestionali, da far tremare i polsi. Bilanci disossati, varie società professionistiche sull’orlo del baratro fallimentare, stadi vecchi e brutti, spettacolo sportivo modesto (in Serie A, ad alto livello, lo ha garantito unicamente la Roma), tifoserie tenute a bada solo grazie a provvedimenti da Stato di Polizia, più un indotto mediatico reso deprimente dal gossip conformistico, imperante a scapito dell’esercizio critico. Questa è l’odierna Italia del pallone che, con premesse del genere, ha avuto la faccia tosta di candidarsi a ospitare gli Europei 2016, facendosi sonoramente ridere dietro dai delegati Uefa, pronti a estrometterla subito a favore dell’outsider Turchia, poi battuta dalla Francia nella designazione finale.

È un’Italia pasticciona, arretrata, indigente e vanagloriosa quella che i governanti del pallone continentale smascherano impietosi nemmeno una settimana dopo la coppa sollevata al cielo dal capitano dell’Inter, Zanetti, allo stadio Bernabeu. Con una bocciatura che rimarca come lo stesso squadrone nerazzurro sia una creatura in parte aliena rispetto al panorama del Paese da cui proviene. Di italiano, anzi, italianissimo, c’è, nel bene e nel male, un presidente, Massimo Moratti che, pur di arrivare a questo traguardo, ha speso, e a volte sperperato, centinaia di milioni all’anno: fortune inenarrabili, senza alcuna seria politica di bilancio, per il semplice motivo di poter contare sulle disponibilità finanziarie quasi infinite dello sponsor di famiglia. E poi? Una rosa di giocatori esagerata, formata quasi totalmente da stranieri uniti esclusivamente dai soldi, una guida tecnica affidata a un capitano di ventura come il portoghese Josè Mourinho, pronto a firmare per il Real Madrid non appena stappato lo champagne per la Champion’s portata a casa, e infine una cultura sportiva quanto meno discutibile se si affida allo stesso principio dei bambini più grandi e più forti che, per il puro gusto di vincere, al parco giochi fanno squadra contro quelli più piccoli e broccarelli.

Pallone di provincia
In realtà, quanto a idea di calcio, la Milano dell’Inter (ma anche del Milan, utilizzato come spot elettorale dal suo proprietario) dista molto più di quanto farebbero pensare tre ore di autostrada dal paesone veneto dove, dalla fusione fra il Portogruaro e il Summaga, nasceva vent’anni fa l’ennesimo miracolo di un pallone di provincia che trova storicamente alcune fra le sue espressioni più nobili proprio nel Veneto. Regione dove si dà conto del Verona campione d’Italia nel 1985, del Padova anni ’50 allenato da paron Nereo Rocco, e del Lanerossi Vicenza anni ’70 di Paolo Rossi. Tutte squadre di un passato che, in tema di cultura sportiva, ha dato frutti attualissimi e stupendi. A cominciare dal Chievo, club di un quartiere di Verona approdato stabilmente nella massima serie nazionale, e dal Cittadella, estromesso dalla corsa alla Serie A solo nel play off sfortunatamente perso contro il Brescia. Senza dimenticare come, negli ultimi quindici anni, la ricetta sia stata applicata brillantemente anche fuori dal Nordest, come ci rammentano gli esempi del Casteldisangro in Abruzzo e, fatti più recenti, del Gallipoli in Puglia e del Sassuolo in Emilia.
Restando nel Veneto, “Ceo” e “Citta”, come vengono i due club vengono chiamati, sono i modelli a cui la famiglia dei proprietari Mio si è ispirata per dare le ali al “Porto” in maglia granata a cui, con la scusa del diminutivo, i supporter possono inneggiare facendo finta che non ci sia alcuna differenza con lo squadrone portoghese a suo tempo portato sul trono d’Europa proprio da José Mourinho. Bilanci oculati, gestione accurata, e filo diretto con una tifoseria appassionata quanto civile, sono le premesse da cui discende il salto grande, ma per nulla casuale, compiuto da un club destinato ora a misurarsi con navigate protagoniste della B e della A come Atalanta, Livorno, Siena ed Empoli. La strada per durare è indicata proprio da Chievo e Cittadella, società entrambe a loro tempo passate, con successivo riscatto, sotto il giogo di retrocessioni che non sono riuscite a interrompere una scia virtuosa di investimenti fatti soprattutto in giocatori: giovani da crescere in proprio, o magari da ricevere in prestito dagli squadroni della A, per dare loro la garanzia di una maturazione, tecnica e umana, grazie a cui diventare affidabili professionisti. È d’altra parte una formula che il “Porto” allenato da Alessandro Calori, ex difensore bandiera di Udinese e Perugia, dimostra di avere appreso già benissimo se pensiamo che il gol promozione realizzato al Verona porta la firma dell’attaccante Riccardo Bocalon, 21 anni, arrivato in prestito dall’Inter, e ora pronto a far valere le sue carte su palcoscenici più probanti.

Piccolo è bello
Alla vigilia di un’altra stagione calcistica in cui Chievo e Cittadella, per confermarsi ai livelli raggiunti, devono compiere imprese sportive non inferiori a quella a cui è chiamata l’Inter, si profilano con nitida evidenza due dati di fatto. Il primo ci ricorda che, per quanto appannatosi sotto gli effetti della crisi, il modello economico del Nordest, basato sul principio del “piccolo è bello”, rimane uno dei valori da cui l’Italia può ripartire, e non solo nello sport. Il secondo, vista la mancanza di esempi così illuminanti ad alto livello, invita tutti i semplici amanti del calcio a tifare idealmente per questo Portogruaro di irresistibili debuttanti.
Dal punto di vista della poesia agonistica è difficile trovare qualcosa di altrettanto bello in questo anno di sport. Fra i singoli, qualcosa di più lo ha già fatto Francesca Schiavone, tennista milanese che ha dovuto attendere i 30 anni per vincere, fra lo stupore generale, niente meno che il Roland Garros di Parigi, uno dei quattro tornei più importanti del mondo.
Anche per Francesca valgono umiltà, sacrifici, e indomabile fierezza. Un’altra Cenerentola che, come il Porto in maglia granata, oggi indica allo sport italiano la strada opposta alla decadenza.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

Cogitoetvolo