Pino Puglisi. Il prete che fece tremare la mafia con un sorriso

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Non capita a tutti di partecipare alla beatificazione di uno dei propri professori. A me è capitato, sabato scorso. Ottantamila persone si sono radunate su un grande prato, a pochi metri dal mare, per sentire pronunciare solennemente queste parole: “…concediamo che il Venerabile Servo di Dio Giuseppe Puglisi, presbitero diocesano, martire, seminatore evangelico di perdono e riconciliazione, sia d’ora in poi chiamato Beato”. Mentre una sua grande immagine sorridente veniva svelata e mille colombe bianche sorvolavano la folla nel cielo terso.

Quando avevo quattordici anni quel sacerdote, oggi così famoso, entrava una volta alla settimana nella mia classe di liceo per fare lezione di religione. Era piccolino, timido e anche un po’ goffo. Non cercava di farsi apprezzare a tutti i costi da noi ragazzi con atteggiamenti falsamente giovanili. Non si vergognava del suo clergyman semplice e nero. Non faceva sociologia. Faceva religione, parlava di Dio, della fede cristiana, in fondo della sua vita. Non ho molti ricordi di quelle ore, perché anche per me, come per i miei compagni, l’ora di religione era parente stretta dell’intervallo… Oggi, col senno di poi, rimpiango di non aver ascoltato, osservato e conosciuto meglio quell’uomo. Ma che volete, quando si hanno quattordici anni non sempre si ha questa sensibilità, a volte si ha la testa alle partite di calcetto e alle pizze del sabato sera.

Era l’anno precedente alla sua nomina a parroco della chiesa di san Gaetano a Brancaccio. Ai nostri occhi non era un prete antimafia, era un prete e basta. Celebrava la Messa con raccoglimento e parlava di Dio. Lo fece per esempio quell’anno in una giornata di preparazione alla Pasqua, presso una piccola chiesa vicina alla scuola. Predicare, amministrare i sacramenti: è quello che ha fatto anche dopo, negli anni difficili del suo incarico pastorale nella periferia di Palermo. Lo sottolinea molto bene Francesco Deliziosi nella sua ultima, ben documentata, biografia  di 3P, che ha conosciuto, anche lui, tra i banchi di scuola e ha seguito poi negli anni. Chiamato a collaborare al processo di beatificazione da mons. Bertolone, il secondo postulatore della causa, Deliziosi si è occupato di studiare le vere motivazioni dell’uccisione di Padre Puglisi. Era necessario infatti, perché potesse essere proclamato martire della fede, dimostrare diverse cose, secondo quanto richiesto dalla Congregazione per le Cause dei Santi: innanzitutto che fosse consapevole del rischio che correva e al contempo che non avesse cercato temerariamente la morte; e poi che fosse stato ucciso per odium fidei, e non nell’ambito di scontri sociali o per questioni contingenti legate alla vita (alla malavita) del quartiere. Riprendendo con dettaglio gli atti dei processi che hanno portato alla condanna dei killer e dei loro mandanti, dal libro emerge una idea chiara: lo hanno fatto fuori non perché era antimafia, ma perché con la sua predicazione, con l’attenzione ai poveri e agli ignoranti cercava di avvicinare a Dio le persone e quindi strapparle alla violenza e alla criminalità. “I picciotti seguono questo prete e non vengono a sentire i discorsi di Cosa Nostra” si diceva negli ambienti mafiosi. E ancora: “era una spina nel fianco. Predicava, predicava, prendeva i ragazzini e li toglieva dalla strada. (…) Insomma, ogni giorno martellava, martellava e rompeva le scatole. Questo era sufficiente, sufficientissimo per farne un obiettivo da togliere di mezzo” (pagg. 259-260). Il suo essere sacerdote al 100% è stata, sembra voler concludere l’autore di questa biografia-inchiesta, la vera grandezza di questo piccolo uomo.

Il pregio di questo libro, però, non è soltanto l’attento studio delle fonti, come testimonia il ricco apparato di note. C’è anche la freschezza della testimonianza personale, di chi ha avuto una frequentazione assidua, tanto da conoscere aspetti del carattere, l’austerità della vita, le virtù quotidiane. Di chi lo invitava a pranzo e sapeva che gli piacevano le patate e le lenticchie, di chi ha vissuto accanto a lui piccole grandi avventure, di chi lo ha ascoltato in tante occasioni. Il suo racconto è arricchito da numerosi documenti della predicazione di Padre Puglisi ai giovani durante gli incontri del Centro vocazionale itinerante e del Centro diocesano vocazioni, di cui venne nominato direttore nel 1979 (quello della vocazione e della ricerca del senso della vita era uno dei suoi temi preferiti quando parlava con i giovani). Aveva una forte passione per l’educazione e la formazione, specialmente per guidare le persone a trovare la loro strada nella vita. Racconta Deliziosi nella prefazione che padre Puglisi ha celebrato le sue nozze, dopo avere aiutato lui e sua moglie a scoprire che “alla base del matrimonio c’è un progetto d’amore che non è un fatto privato, ma un segno per tutti”.

Sembra che i santi siano personaggi lontanissimi, che se ne stanno chiusi nei monasteri o che vivono una vita dello spirito che niente ha a che fare col nostro mondo, dove gli aneliti più alti devono fare i conti con le debolezze e le miserie. Una figura come quella del beato Padre Pino Puglisi, semplice e alla mano, esigente e comprensiva, infonde speranza. Ci fa capire che i santi invece sono vicini, hanno camminato nelle strade delle nostre città, hanno insegnato nelle nostre scuole, hanno combattuto le nostre stesse battaglie.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Pino Puglisi. Il prete che fece tremare la mafia con un sorriso
Autore: Francesco Deliziosi
Genere: Biografia
Editore: BUR
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 390
Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.