Porno addicted: un problema sociale?

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Fa discutere la proposta del governo islandese di censurare i siti di pornografia online. Un’impresa oltretutto ardua, già tentata in precedenza in Gran Bretagna su idea del presidente Cameron, che non era però andata a buon fine: le Associazioni di internet provider avevano infatti dichiarato che sarebbe stata un’operazione troppo costosa e complicata da attuare; se poi mettiamo anche in conto che ogni anno il mercato della pornografia trae profitti per ben 97 miliardi di dollari, ci si rende subito conto di come l’attuazione di un progetto del genere incontri infiniti ostacoli su tutti i fronti. Il primo, e molto probabilmente anche il più insormontabile, è quello dell’opinione pubblica che, come si sa, reagisce sempre male di fronte alla censura, vista come una limitazione della propria libertà individuale. La tipica obiezione è: “faccio del male a qualcuno se io, adulto e vaccinato, in privato mi guardo un porno?“.
I problemi sono essenzialmente due: la facile e incontrollata reperibilità fa sì che certi materiali finiscano nelle mani di giovanissimi, che con il passare degli anni ricevono il battesimo del cyberspazio a un età sempre minore; inoltre è molto semplice che si verifichi un abuso di materiali pornografici, che come tutti gli abusi finisce per creare dipendenza e alterare le capacità di socializzazione.

Lo psichiatra e ricercatore all’Università di Toronto Norman Doidge, nel suo libro The Brain that Changes Itself, dedica un’interessante sezione agli effetti prodotti dall’abuso della pornografia sulle attività celebrali arrivando, come altri ricercatori, a paragonarli agli effetti prodotti dall’abuso di droghe. Nel nostro cervello è presente un’area detta del rewarding, o della gratificazione, che si attiva producendo ormoni come la dopamina e la serotonina quando compiamo azioni che sono indispensabili al nostro organismo. Pensiamo al cibo: dopo aver mangiato un piatto che ci piace particolarmente ci sentiamo appunto appagati. Se però quel piatto, che pure ci piace molto, comincia a venirci proposto più e più volte di fila, il nostro sistema biologico si attiva provocando un abbassamento della gratificazione che riceviamo, causata dal fatto che ci stiamo abituando. Quando si dice che una sostanza crea dipendenza, significa che si sta verificando un malfunzionamento dell’area del rewarding, che porta ad avere disperatamente bisogno di quella sostanza che non è più in grado di dare quella sensazione di appagamento. L’abuso di porno stimola la produzione di dopamina, collegata all’impulso sessuale, al punto da impedirne lo spegnimento. Ciò è molto pericoloso perchè la dopamina è strettamente legata alla plasticità neuronale ed è quindi in grado di alterare le connessioni sinaptiche portando ad alterazioni di tipo biochimico e anatomico.
Per spiegare come avvenga il fenomeno della dipendenza sono stati condotti numerosi esperimenti. Ne spiega uno David Linden,  uno dei più esperti professori di neuroscienze, nel suo libro The Compass of Pleasure. Si tratta di un esperimento condotto nel 1950 dagli psicologi James Olds e Peter Milner che modificarono un apparecchio già utilizzato precedentemente, che prende il nome di “scatola di Skimmer”. In questa scatola, in cui venivano posti dei topi, c’erano due leve di cui una procurava cibo e acqua e l’altra produceva una sorta di scarica che andava a stimolare direttamente l’area del rewarding. Risultò che, scrive Linden, “alcuni ratti arrivarono ad autostimolarsi 2000 volte l’ora per 24 ore, escludendo qualsiasi altra attività”.

Il già citato Norman Doidge paragona il malato di pornografia al topo nella scatola: la sua levetta sono i tasti del computer e non può fare a meno di ricevere dosi extra di dopamina. In numerosi casi da lui trattati, il dottor Doidge afferma che “un gran numero di uomini riportava crescenti difficoltà ad eccitarsi per le loro attuali partner […] nonostante le considerassero ancora oggettivamente attraenti. Quando chiedevo se questo fenomeno avesse una qualche relazione con la visione di materiale pornografico, loro rispondevano che inizialmente li aiutava ad eccitarsi di più durante il rapporto ma col passare del tempo sortiva l’effetto opposto“. Un altro esperto degli effetti comportamentali della pornografia è il dottor Victor Cline che ha condotto una ricerca non solo tra gli adulti, ma anche tra gli adolescenti e i bambini (Pornography’s Effects on Adult and Child). Il meccanismo di devianza, scrive il dottor Cline, può instaurarsi in una persona di qualunque età o professione ed è un processo che è solitamente invisibile dall’esterno, perchè si sviluppa nella parte segreta della vita di un uomo. Si tratta di una dipendenza che si accresce progressivamente e spesso con molta lentezza che può portare a effetti collaterali più o meno comuni, tra cui una riduzione della “capacità di amare, in cui  la sessualità diventa in un certo senso ‘deumanizzata’. Molti sviluppano uno ‘stato dell’io estraneo’ – un lato oscuro – il cui nucleo centrale è una lussuria antisociale avulsa da valori“. O in una donna porterà ad alti livelli di vittimizzazione sessuale.

E’ quello che Cline definisce “lato oscuro” l’aspetto più problematico della questione. Il fenomeno della pornografia si evolve con il passare degli anni: se un po’ di tempo fa una scena di sesso, come quelle che ormai non possono mancare in un film, faceva scalpore, oggi l’ingrediente di un porno è al 90% violenza. Dire “dipendenza da pornografia” diventa allora un modo politically correct per definire una deviazione verso comportamenti oltremodo violenti. Diana Russell, una delle attiviste ed esperte più famose contro la violenza sulle donne, in molti libri e articoli sostiene che ci sia un forte legame tra la pornografia e gli stupri o altri abusi sessuali. Infatti, in uno studio condotto dalla dottoressa Bridge dell’Università di Arkansas, è risultato che in 304 scene di film pornografici analizzate, l’88,2% conteneva aggressioni fisiche, mentre il 48,7% delle scene aggressioni verbali. Chiaramente, dato che tali materiali sono perfettamente accessibili e ultimamente i ragazzi sono lasciati davanti al computer per molto tempo, si viene a creare un sostrato che il dottor Puppo definisce ““cultura del buco” che vede la donna unicamente quale oggetto di piacere da parte del maschio“.

Falsi miti fortemente diseducativi che, per quanto ho potuto constatare, non vengono sfatati nei corsi di educazione alla sessualità, o, come la chiamano oggi “affettività”. Un argomento tabù, forse? Trovo abbastanza paradossali le indignazioni che si sollevano sull’argomento e vanno sempre a parare su quanto sia etico porre restrizioni a ciò che un individuo può vedere in privato. Perchè invece è etico permettere che un ragazzino delle medie frequenti siti porno? E che non ci sia uno straccio di prevenzione rispetto a ciò che questi ragazzini vedono e non sono in grado di capire? Li chiamano nativi digitali: bambini che già alle elementari hanno un cellulare con connessione a Internet e spesso un account su Facebook. Davvero 97 miliardi di dollari valgono più delle loro menti?

Federica La Terza

Ogni riccio è un capriccio, un'idea e una curiosità. Il bisogno di andare oltre la superficie, oltre ciò che appare, mi ha spinto a coltivare a livello accademico il mio interesse per la scienza. Di fronte a tutto ciò che passa sotto la lente di ingrandimento della mia curiosità, cerco sempre di ricordarmi che per trovare risposte bisogna fare le giuste domande.

  • Ciao Federica! Ho già letto qualche tuo articolo e mi piacciono molto i temi che tratti, sai? Grande :)! C’è proprio bisogno di una buona informazione che smascheri quello che diamo per scontato sia buono e che metta in buona luce ciò che non è cattivo e che invece fa un grande bene.
    Brava, ciao!