Possono le relazioni sociali salvarci dal terrore?

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I giovani terroristi assoldati dal Daesh sono ragazzi della nostra età, interroghiamoci su ciò che accade nelle nostre città per capire cosa possiamo fare.

Credo che non sia possibile esimerci da ogni colpa e responsabilità in merito agli attentati delle scorse settimane e all’ascesa del terrorismo di matrice islamica. Con questa affermazione non voglio giustificare alcun atto, ciò che è accaduto è macabro e desolante e non conosce riserve ma solo condanne totali.
Allo stesso tempo noi “occidentali” non dobbiamo sentirci privi di responsabilità su quanto successo e demandare tutto agli organi nazionali e sovrannazionali, quindi ai bombardamenti contro il Daesh (o ISIS, che dir si voglia). Sradicare quel regno del male è sicuramente un dovere ma noi cittadini di doveri ne abbiamo anche altri. Nel nostro piccolo dobbiamo interrogarci e capire cosa possiamo fare e cosa ha portato agli accadimenti di questi ultimi giorni.

Molto spesso nelle nostre città viviamo di corsa, freneticamente, senza sosta, non ci fermiamo né a riflettere sulla nostra vita e nemmeno sulla nostra esistenza, figuriamoci se poi abbiamo tempo per pensare a quella degli altri. Viviamo solo per lavorare, per fare shopping nel tempo libero e per guardare un film la sera, le relazioni sociali sono ridotte al minimo, spesso si interagisce solo con i colleghi (attenzione, solo per parlare di lavoro), con il nostro partner o con pochi amici stretti e la vita procede così, in maniera monotona e senza guardare al di fuori della nostra sfera.
In questo contesto sociale, dettato dal consumismo, dall’adorazione del denaro e dalla globalizzazione dell’indifferenza finiamo per dimenticarci degli altri, siano essi la famiglia d’origine, i parenti lontani, gli amici o a maggior ragione gli estranei che vivono nei nostri ambienti urbani.

I giovani terroristi assoldati dal Daesh e autori degli attentati di Parigi erano ragazzi della nostra età, mossi da spirito di orgoglio e vendetta, con la voglia di dimostrare al mondo che anche loro potevano avere un ruolo, in questo caso di punitori, sicuri e senza paura, aiutati da pillole stupefacenti. In poche parole dei disadattati che vivevano nelle periferie ai margini delle grandi città, ghettizzati nei loro quartieri, confinati a bordi dei nuclei urbani, dove gli era, e a tanti come loro, gli è permesso di fare quello che vogliono a patto che non si facciano vedere dalle nostre parti. Accogliamo loro, e ancor prima i loro genitori, da ogni parte dell’Africa e del Medioriente, gli diamo ospitalità e poi li confiniamo in queste città parallele. Il nostro comportamento borghese e radical chic ci spinge a dire e pensare: «ecco la vostra sistemazione, fatevi la vostra vita qua e non disturbateci» e così creiamo i vari “Molenbeek” e Banlieue parigine.
Ma non pensiamo che ciò accade solo per gli immigrati, in particolare per quelli di fede islamica o per i Rom; le stesse dinamiche si verificano per i nostri connazionali, spesso appartenenti a ceti sociali caratterizzati da difficoltà economiche che vengono ghettizzati nei quartieri popolari delle metropoli e abbandonati al loro destino. In quartieri come “Scampia”, Z.E.N, “Quarto Oggiaro”, i ragazzi crescono in mano alla criminalità, al disagio sociale, imparano a rubare e a spacciare droga. Essi non hanno alternative, la città “buona” non li vuole, non li vede, li allontana e li emargina. Così facendo aumenta il loro disagio e in loro nasce e cresce uno spirito di rivalsa e vendetta che spesso li porta alla scalata sociale all’interno della criminalità organizzata, che agisce sulle loro debolezze e sul loro malessere sociale formando nuovi soldati del male.
Queste dinamiche si verificano sia per quartieri popolati da italiani che per quelli abitati da immigrati, funziona allo stesso modo. Ciò avviene perché a noi non interessano, ci danno fastidio, sono rozzi, sporchi, privi di istruzione, cattivi, ladri, criminali, non li vogliamo, abbiamo paura e li allontaniamo, dimenticandoli. Essi però prima o poi tornano e ci chiedono il conto, tornano arrabbiati, offesi e bistrattati dalla nostra indifferenza e non curanza.
Nelle città del sud Italia le dinamiche di integrazione sociale sembrano essere diverse, nei centri storici di Palermo e Napoli, dove vivono insieme italiani e stranieri, la situazione sembra essere meno tesa, si ha meno paura, lo straniero non sembra così distante culturalmente e socialmente. La motivazione può ricadere su alcune radici storiche comuni o sul fatto che la povertà unisce, avere meno soldi comporta un’apertura verso gli altri, perché quasi sempre il denaro porta alla chiusura di noi stessi, all’egoismo e all’individualismo. Inoltre, al sud, è risaputo, le relazioni sociali contano molto, ancora. La condivisione fra persone è ancora importante, la vita è meno frenetica, con meno stress, a causa anche della mancanza di lavoro. Nei luoghi della movida palermitana, per esempio, i giovani la sera condividono gli spazi con gli abitanti del luogo, spesso immigrati, creando relazioni sociali e aggregazione, quindi integrazione.
Dobbiamo smetterla di intendere l’integrazione solo come «io ti accolgo nella mia città, però qua in disparte e non disturbare», l’integrazione è socializzazione, condivisione di luoghi e momenti. Cerchiamo, insieme con le amministrazioni civiche, di creare spazi e tempi per incontri socio-culturali, che partano da piccole cose condivise, come per esempio l’interesse per il cibo e la cucina, per l’ambiente e la natura o per lo sport. Allontaniamo da noi stessi il desiderio di isolarci e isolare, di dedicarci solo denaro e lavoro, a consumismo ed egoismo.
Solo incontrando l’altro, il prossimo, possiamo incontrare e conoscere noi stessi e, soprattutto quel Dio che viene invocato da chi pretende di uccidere in nome suo.

Articolo scritto da Giulio Piva

Cogitoetvolo
  • Michele Fatta

    Diversi commentatori concordano che l’Isis nasce dalla stessa cultura nichilista proposta dall’Occidente, di cui la Francia è simbolo per il suo laicismo istituzionale. Il disagio e la rabbia dei giovani li fa approdare a queste forme di ideologie che cercano radici forti e contestative verso l’Occidente, visto come casa del male e antagonista. I rimedi sono quindi nella linea tratteggiata da Giulio Piva.