Pover(i)tà

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… Era una casa molto carina, senza soffitto, senza cucina…
Scendi, Sabrina, e porta il thermos con il tè.
… non si poteva entrarci dentro, perché non c’era il pavimento…
Chi ha lo scatolone con il cibo? Ecco, grazie.
… non si poteva fare pipì perché non c’era il vasino lì….
I vestiti puliti lasciamoli nel bagagliaio, li prendiamo dopo.
… ma era bella, bella davvero…
Coraggio, andiamo.
… in via dei matti numero zero…
Lì, sotto i portici, c’è un gruppo.
Notte di lampioni, le stelle chissà dove.

“Volete del tè caldo?” è la mia frase. È un gioco di bicchieri di plastica fumanti retti da mani ruvide, scure. “Gazzie” annuiscono, e chinano le teste sulla nostra generosità. È un raduno di cartoni, di “scarti d’Occidente”. Ci sono i plaid, le scarpe, c’è gente che dorme là sotto. C’è la signora Nina, che risposa nel suo bozzolo di lana sul pavimento della stazione, dice che non ha bisogno di niente, ringrazia e si gira sul fianco. C’è chi chiede ancora, chi ha sete, chi rifiuta cappotti troppo stretti, c’è un vecchietto sdentato che sorride: “Non è che avette una copeta? Faunpo fedo tanote”; c’è chi ha fame ma non mangia maiale.

C’è un silenzio assordante.

Non è vero, ora lo so, che i barboni hanno la barba lunga. Certuni sono rasati come bambini, molti hanno i capelli corti, ce n’è un paio cogli occhi chiari, ce ne sono tanti, molti più di quanto lo snobismo al semaforo ci permetta di guardare in faccia.

Non è vero, ora lo so, che i barboni sono diversi. Quanto mi farebbe comodo se fossero meno inclini di me al bene o al male, se fossero tremendamente cattivi o martiri della strada, se volessero rubarmi la città e il lavoro, se non fossero affetti dalle mie stesse fragilità e malattie, se non avessero anch’essi bisogno di essere amati e ascoltati; quanto sarebbe semplice distogliere lo sguardo se non avessero nomi cognomi e aspirazioni, un passato o una sbirciata di futuro, se fossero lontani, immortali.

E invece guardaci: gocce d’acqua.

Eppure io sono tornata a casa, e a casa mia c’era caldo. Una porta blindata serrava il tepore dei termosifoni accesi; c’erano un padre e una madre a chiedere come stesse la loro avventuriera notturna, c’erano dentifricio per i miei denti e un cuscino per i miei sogni, e c’era un bel domani ad attendermi e un bell’oggi da ricordare.

Tremano le fondamenta del mio essere. Giudizio universale in miniatura. Chiedo al mio riflesso: chi sei, cosa hai fatto in più di loro? Brutto intreccio di tutto e niente. Scopro le loro mani vuote più piene delle mie. Che essi sono la goccia d’acqua in cui specchiare la nostra umanità, tuttavia quando ci vantiamo dei nostri Patrimoni dimentichiamo di condividerli con i loro bulbi oculari, i quali non li hanno mai sfiorati; che non sono fantocci per i nostri sfoghi di pietà e commozione, per la nostra ortodossa saltuaria bontà: sono pezzi di mondo di cui prendersi cura. Che la verità è un coltello che fa a pezzi le bende che portiamo sugli occhi.

Perciò ne ho abbastanza della parola “negro” come insulto, dei pastori inginocchiati davanti alla natività del dio-cellulare, del litro d’acqua calda che sprechiamo nell’egocentrico incanto mattutino, dell’eterno lamentarci della nostra fortuna e della fortuna che lamentiamo in chi ne ha di più, della lacrimuccia del miliardario, del centesimo dal finestrino, dei tergicristalli come scacciamosche, di chi non ha mai pianto perché esiste la povertà, di chi alimenta la povertà con l’ignoranza, l’arroganza, della giustizia quasi mai e dell’ingiustizia quasi sempre.

Nina stanotte non ha bisogno di niente, ringrazia e si gira sul fianco.

M’insegna che il nulla è un bene prezioso, forse la base della felicità.

M’insegna che è bello vivere, anche in pover(i)tà.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.