Prima gli italiani: sì, ma chi sono?

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In un mondo dove tutti hanno un passato da emigrati o immigrati, chi è l’italiano puro? Chi, invece, il contaminato? Dove sta la linea di demarcazione tra ciò che fa parte della Nostra Cultura e ciò che fa parte della Loro?

Gabriella Nobile, mamma adottiva di due bambini africani, ha scritto un post, diventato virale sui social, nel quale accusa il leader della Lega, Matteo Salvini, di inneggiare al razzismo contro le persone di colore e racconta gli insulti subiti dai figli in vari contesti.

Dopo essere stata invitata dallo stesso Salvini ad un caffè al parco, la signora, declinando l’invito, ha spiegato che l’obiettivo del post non era quello di fare propaganda politica, bensì una denuncia sociale.

Ed è esattamente questo il punto.

La signora Gabriella, con un semplice post su Facebook, tocca inconsapevolmente un argomento che tutto può essere, fuorché banale.

Da qualche anno a questa parte la Lega ha cambiato la propria filosofia politica, passando dall’essere un partito regionale ad essere una forza nazionale e sostituendo il motto “Prima il Nord” con “Prima gli italiani”. Una precisazione va subito fatta: la Lega si è detta più volte disponibile ad accogliere immigrati regolari ed a concedere la cittadinanza a chi ne ha effettivamente il diritto, e ha pure eletto il primo senatore di colore d’Italia.

Perché, allora, per un certo elettorato leghista,  ma più in generale anche sui social, al bar, all’università ed al lavoro,  la definizione di “italiano” sembra essere solo una: bianco e cattolico, o per lo meno di tradizioni tendenzialmente cristiane?

E’ indubbio che partiti come la Lega di Matteo Salvini,  Casapoud o Forza Nuova abbiano tratto vantaggio da questa crescente estremizzazione all’interno della società italiana.  Ma come siamo arrivati a questo punto? Chi è il tanto osannato “italiano puro“?

Ed i bambini africani, latino americani o asiatici adottati da genitori italiani, cosa sono? E gli immigrati di seconda generazione?

Sono, forse, degli “italiani impuri”? O “contaminati”? Sono solo “stranieri”?

Andiamo per gradi.

La Costituzione Italiana del 1948 fa, ovviamente, riferimento alla nozione di cittadinanza ed alla sua titolarità e stabilisce il principio per cui non si può essere privati di essa per motivi giuridici, politici, etnici o religiosi. Ci spiega, inoltre, che si è cittadini italiani per ius sanguinis[1], per ius soli[2], ed infine per volontà dell’interessato. Significa che, lo straniero o l’apolide possono chiedere la cittadinanza italiana, a condizione che vengano rispettati i criteri previsti dalla legge[3].

Quindi,  secondo la Costituzione, l’essere italiani non è legato all’essere nati in Italia, o all’essere “bianchi” o avere un’educazione cattolica.

Allora, nonostante il colore della pelle, i bambini della signora Gabriella sono tanto italiani quanto i figli di Matteo Salvini. Sembrerebbe che abbiamo trovato la soluzione al problema!

Ed invece no. Perché se da un lato abbiamo chiarito la situazione dei figli “non bianchi” adottati da genitori italiani, dall’altro resta il problema degli immigrati di seconda generazione.

Il giornale ne abusa,

parla dello straniero come fosse un alieno,

senza passaporto, in cerca di dinero (…)

Oh eh oh, quando mi dicon: “Vai a casa

Oh eh oh rispondo: “sono già qua” (…). [4]

Da quante generazioni devi tu, insieme alla tua famiglia, vivere in Italia per essere italiano e non immigrato?

Chi sono gli “Immigrati 2.0”?

È la generazione costituita dai figli di immigrati, cioè quei ragazzi e ragazze che sono nati o comunque arrivati in tenera età e cresciuti in Italia e che hanno iniziato e/o completato il ciclo di studi obbligatori in questo Paese.[5]

Esempi? Mario Balotelli, Ghali, Maruego, Tommy Kuti, Laïoung e tanti altri.

E cosa hanno di strano?  Non sono bianchi, probabilmente nemmeno cattolici, si considerano madrelingua italiani, bilingue rispetto la lingua dei loro genitori, multiculturali e, soprattutto, in Italia si reputano a casa.

Ecco, vedete, questi immigrati 2.0 rompono definitivamente l’eguaglianza italiano = bianco e di tradizioni cristiane.

È chiaro che il colore della pelle non ti rende più italiano, e che se sei “nero” o “giallo” non sei per forza immigrato.

Ma quindi, loro, rispetto ai figli della signora Gabriella o di Matteo Salvini, quanto sono italiani?

Il bagaglio multiculturale e bilingue del quale sono portatori è un vantaggio o uno svantaggio?

Potremmo dire che, in realtà, sono italiani esattamente quanto tutti gli altri, che non sono strani né diversi, sono semplicemente loro stessi, che dovrebbero essere orgogliosi di chi sono e da dove provengono e che il loro bagaglio culturale arricchisce tutti.

Sì, credo che una risposta di questo tipo sia politically correct, metta da parte i bigottismi e le frasi fatte, faccia riflettere su come le vecchie categorie nazionalistiche spesso debbano fare i conti con le conseguenze della globalizzazione, che c’è un panorama culturale in Italia, tutto nuovo e molto interessante, che non può e non deve essere ignorato o racchiuso in etichette sociali e motti da campagna elettorale.

Però, miei cari lettori, pensate che una risposta così metta d’accordo proprio tutti?

Forse, anche i contestatori più scettici ammetteranno che non si può negare lo “status di italiani” ai figli degli immigrati cresciuti in Italia e questo poiché anche loro, comunque, sono cresciuti con la cultura italiana.

E cosa si intende per cultura italiana?

In un Paese che conta più 30 dialetti diversi, che hanno legami con il mondo romanzo, spagnolo o germanico, la cui Costituzione tutela le minoranze etniche e linguistiche come il greco e l’albanese, con un boom di “matrimoni misti”, con un alfabeto occidentale e un sistema numerico arabo…esattamente, la linea di demarcazione tra ciò che fa parte della Nostra Cultura e ciò che fa parte della Loro Cultura, dove sta?

Vedete? Il discorso continua ad articolarsi e complicarsi, senza trovare risposta. O meglio, senza trovarne Solo Una.

Eh sì. Perché, quando politica ed identità nazionale “si mischiano”, in campagna elettorale, inevitabilmente si alzano i toni, arrivando a fomentare il razzismo. Purtroppo ciò da vita ad una spirale d’odio, legata ad un razzismo latenteche inizia con gli insulti ricevuti dai figli della signora Gabriella, continua con Matteo Salvini che giura sul Vangelo, Giorgia Meloni che protesta per gli sconti del Museo Egizio di Torino agli “arabi”, Attilio Fontana che dichiara la “razza bianca” a rischio e culmina nei  fatti di Macerata e Firenze.

Per cosa, poi?

In un mondo dove tutto è “fluido” e “transnazionale“, cercare di dare una definizione unica di “chi è italiano” è insensato, oltre che impossibile.“L’‘italianità” è qualcosa che ognuno percepisce a modo proprio, attribuendo criteri diversi e, sopratutto, sentimenti diversi, che sono legati all’educazione ricevuta, ai legami famigliari, alla propria personalità, al proprio percorso di studi, agli amici ed i posti che si frequenta; non al colore della pelle, tanto meno alla religione.

 

[1] Questo principio stabilisce che è cittadino italiano chiunque nasca da uno o entrambi genitori italiani.

[2] Questo criterio è applicato nel nostro ordinamento nella sua accezione “ristretta”, infatti, è cittadino italiano chi nasce nel territorio italiano solo se i genitori sono ignoti o apolidi.

[3] Generalmente, tali criteri riguardano i rapporti di parentela con cittadini italiani, residenza legale ed ininterrotta per 10 o 5 anni (varia nei casi specifici) ecc.

[4] Citazione da Cara Italia, Ghali.

[5] In questo articolo si prende in esame la definizione di “Immigrati di seconda generazione” proposta dalla Scuola di Chicago, ma preciso che in merito c’è un dibattito molto ampio e contraddittorio, che vede opporsi diverse scuole di pensiero.

Mirjam Frakulla

Ciao a tutti! Sono Mirjam, ho 21 anni e faccio parte del team di blogger di Cogito! Studio Relazioni Internazionali a Milano. Mi piace leggere, scrivere, ascoltare musica, fare foto e amo prendere una valigia e scappare tutte le volte che ne ho l'occasione.