Primavera araba: seguirà l’estate?

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Primavera araba. Un’espressione evocativa, che non può fare a meno di risvegliare antiche fragranze di libertà. Sì, perché la libertà ha un profumo e anche un sapore: chi non ha mai avuto modo di assaporare la libertà, ha vissuto per sentire almeno il suo profumo, inebriante certo, ma anche irrimediabilmente precario. Primavera araba vuol dire anche questo, un vento profumato di libertà, contro le tirannie, contro i soprusi, contro i dittatori, contro la violenza.
O almeno questo abbiamo voluto credere, non senza una certa leggerezza.

Eravamo davvero sicuri che non avremmo assistito ad una semplice sostituzione di poteri forti? Eravamo così sicuri che, nel dopo Mubarak, i soldati avrebbero tenuto le mani a posto, e non avrebbero effettuato vergognosi “test di verginità” sulle manifestanti? Eravamo sicuri che la gente, finalmente soddisfatta, non sarebbe più scesa in piazza dopo la cacciata di Ben Ali, in Tunisia? E, soprattutto, eravamo sicuri che l’espressione “primavera araba” non avrebbe mai sposato la parola sharìa? Una parola, quest’ultima, che ha spazzato via quell’illusorio profumo di rinnovamento, per riportarci ad una triste realtà: la minaccia del fondamentalismo islamico, il sospetto di una rivoluzione nata in moschea, e non in piazza.

Il dopo Gheddafi, in particolare, pone non pochi interrogativi, e questo dopo alcune dichiarazioni preoccupanti del capo dei ribelli, Abdel Jalil, la cui dichiarazione “la legislazione della nuova Libia sarà fondata sulla sharìa”, ha messo in stato di agitazione tutti i Paesi civili dell’area euro-mediterranea, nonché i nostri alleati americani. Per Obama, Sarkozy, Merkel e per il nuovo futuro premier italiano (chiunque sarà), nasceranno nuovi problemi a cui trovare nuove soluzioni, possibilmente senza l’utilizzo dei mezzi ormai tipici per esportare la democrazia. La storia ci ha insegnato che non si tratta davvero di novità, ma di corsi e ricorsi: l’esperienza iraniana dopo la cacciata dello Scià, in primis, i problemi tra sciiti e sunniti dopo la caduta di Saddam Hussein, in Iraq, i falsi entusiasmi americani dopo la cacciata dei sovietici dall’Afghanistan: la storia parla di dominatori che si sostituiscono ad altri, di violenza che genera violenza.

Intendiamoci: non si tratta di demonizzare le proteste e le rivolte, non si tratta di glorificare i carnefici di oggi e di ieri, né tantomeno di accanirsi contro l’islamismo. Semplicemente, si fa presto a parlare di rivoluzioni, si fa presto a parlare di cambiamento, ma questi termini non portano sempre con sé connotati positivi, nella misura in cui confermano anziché ribaltare, distruggono anziché costruire.

In conclusione, quali saranno gli sviluppi di questa primavera araba? Seguirà l’estate? O, per uno strano scherzo dovuto ai repentini cambiamenti climatici, arriverà un inverno ancora più rigido dei precedenti? A queste domande, momentaneamente, non c’è risposta, perché la situazione varia di Paese in Paese: i Fratelli Musulmani e i Salafiti vincono in Egitto, in Siria si continua a morire, in Libia si aspetta di capire cosa ne sarà della libertà conquistata.

In questo momento storico di perenne incertezza, però, alcune considerazioni sono sempre valide: la libertà ha un profumo. Continua ad averlo. Per sentire ancora sul viso questo inebriante aroma, occorre saper discernere tra la rivelazione e il diritto, tra la tradizione religiosa basata sullo spirito e quella, pericolosa, basata sulla lettera, tra la religiosità vissuta sapientemente e pacificamente nel proprio intimo o anche lì dove si svolge la propria personalità, senza imposizioni, e quella, dannosa, di chi vuole rendere le proprie discutibili leggi morali, leggi universali.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.