“Storia di un impiegato”… quarant’anni dopo

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“Papà, mi fai ascoltare uno dei tuoi dischi?”

Mio papà mi risponde con uno sguardo stupito. E’ domenica sera, siamo tutti stanchi e a momenti inizia la finale di Coppa Italia. So bene che il suo cuore è diviso tra la passione per il calcio, l’adorazione della musica e l’amore per la figlia. Ma, tradendo tutte le aspettative, si avvicina ad una vecchia cassapanca e ne trae fuori una pesante scatola di plastica, nera e polverosa: è il suo giradischi.

“Quale disco vuoi ascoltare?”mi chiede. Ma io l’ho già anticipato: ho in mano due dischi consunti, anch’essi polverosi. Due dischi diversissimi tra loro, ma che, per un motivo o per un altro, suscitano in me un fascino ed un’attrazione particolare. Nella mano destra ho “The dark side of the moon” dei Pink Floyd, che con le sue 49 milioni di copie è uno degli album più venduti nella storia della musica. La custodia di cartone è tenuta insieme da una striscia di nastro adesivo e il nero che un tempo avvolgeva il famoso triangolo newtoniano è così scolorito che a tratti è diventato grigio.

Nella mano sinistra ho, invece, “Storia di un impiegato” di Fabrizio De André. La fodera ormai è ingiallita ed è rovinata da dei cerchi traballanti tracciati con un pennarello blu, opera mia e dei miei pochi anni, probabilmente.

Mettiamo su quello di De André. Il 33 giri inizia lentamente inizia a girare, mentre mio padre, con un gesto consueto, ormai in disuso ma mai dimenticato, posiziona attentamente la testina sul disco. Poi, preme una levetta e la testina si abbassa: l’altoparlante inizia subito a gracchiare.

La voce di De André, così giovane, così diversa da quella dei suoi ultimi capolavori, riempie improvvisamente la stanza e inizia a raccontare una storia. Una storia difficile, controversa, che molti in questi quarant’anni hanno ripetutamente criticato: la storia di un impiegato francese che, a cinque anni dal maggio del ’68, a cinque anni dal movimento tumultuoso che ha infiammato l’Europa, ascolta una canzone cantata proprio in quella primavera. L’impiegato, simbolo perfetto dell’ideologia borghese che gli studenti avevano inteso combattere, scopre l’estrema vicinanza dei suoi ideali con quelli proclamati dai sessantottini, seppure con anni di ritardo. Ma si rende ben presto conto che la sua posizione non gli permette di avvicinarsi ed unirsi ai giovani che in quegli anni avevano combattuto. La rabbia nei confronti di un sistema che non tollera, che impone dei ben determinati comportamenti, che condiziona e modella le menti è sufficiente per poter iniziare a pensare, anzi, a sognare una vendetta violenta e solitaria.

Nella sua prima esperienza onirica (Al ballo mascherato) l’impiegato immagina di piazzare una bomba in un ballo mascherato, facendo saltare in aria tutte le maschere dell’ipocrisia borghese, delegittimando il potere e colpendo le istituzioni. E il sogno continua (Sogno numero due): stavolta è un giudice che parla, affermando che l’impiegato ha in realtà seguito anch’egli i meccanismi del potere, eliminando vecchi residui che ormai davano fastidio al potere stesso, che è capace di rinnovarsi continuamente di trovare sempre nuovi modi per governare. E i sogni continuano, fino a quando l’impiegato si sveglia. E’ arrivata l’ora di agire. Il mite uomo si trasforma in un Bombarolo, che progetta di piazzare una bomba rudimentale in Parlamento, nel fulcro del cuore istituzionale di ogni Stato. L’odio dell’impiegato è un odio generato dalla necessità di una liberazione, dalla voglia di far capire a se stessi, e al mondo intero, che l’uomo non può e non deve sottostare a delle regole precostituite, create da chi ne impone il rispetto ma, dal canto suo, non riesce proprio a rispettarle, snaturando il motivo stesso per cui nasce e si sviluppa il potere giuridico.

Insofferenza verso le leggi: ecco il messaggio che si evince, con forza, da questo disco.

Il fallimento dell’impiegato è poi un finale scontato, se si considera che la bomba esplode malamente davanti un giornalaio, spargendo per aria migliaia di brandelli di giornale. Ma la chiusura della storia non è in negativo, il riscatto dell’ex-impiegato infatti avviene in prigione, dove egli, in una condizione di assoluta parità con gli altri uomini, abbandona il suo infruttuoso individualismo per abbracciare una dimensione “comunitaria” e collettiva di lotta. Tant’è che l’ultima canzone (Nella mia ora di libertà) si chiude con le parole della prima: “Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti”.

La voce di De André si disperde nell’aria, ineffabile come la sua anima. Anima però che continua a vivere in noi, che continua a parlare e a farci riflettere, anche a chi, come me, è troppo giovane per averlo potuto apprezzare quando ancora era in vita.

Alzo gli occhi verso mio papà. La partita è iniziata, ma nessuna voce si leva dalla tv, il volume è al minimo. La sua generazione ci ha lasciato questo: un mucchio di dischi polverosi, difficilmente ascoltabili, ma pieni di sogni, di ideologia, impregnati di una qualche filosofia di vita. E’ questa l’eredità più importante che il ’68 ci ha lasciato: idee, ideali, ideologie, cultura, sentimenti, progetti per il futuro. Che poi questa progettualità si sia rivelata infruttuosa, o abbia fatto nascere dei frutti sbagliati, poco importa.

Ma noi cosa lasceremo ai nostri figli?

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.