Qualche mito da demolire: i “Padri della Patria” / 1

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Il “re galantuomo”, “il tessitore”, il “vate”, “l’eroe”. Sono i titoli che la vulgata risorgimentale ha attribuito a quattro personaggi che, in effetti, furono protagonisti di quel complesso processo storico al punto da essere riconosciuti come i “Padri della Patria”: li conosciamo tutti perché non c’è città e paesino italiano che non abbia dedicato una strada o una piazza al re Vittorio Emanuele II, al Conte Camillo Benso di Cavour, al pensatore Giuseppe Mazzini e al Generale Giuseppe Garibaldi. Le parole però hanno un loro significato. E sembrerebbe proprio che, a leggere la storia senza la deformazione della mitologia risorgimentale, quei titoli siano del tutto inappropriati.

“Galantuomo”: non ci sogneremmo mai di chiamare con tanto rispetto una persona infedele e tutto sommato rozza. Vittorio Emanuele fu l’uno e l’altro. Nel 1855, i suoi ministri lo portarono in giro per le capitali europee più importanti: Parigi e Londra. Bisognava consolidare alleanze importanti in vista dell’annessione al Piemonte di altri pezzi d’Italia. Lo istruirono ben bene sulle belle maniere da usarsi alle corti di Sua Maestà l’Imperatore Napoleone III e dell’Imperatrice Vittoria. Temevano che facesse brutta figura. E non avevano torto. Lo storico Mack Smith ha letto i diari dei diplomatici e di membri delle famiglie regali che incontrarono in quei giorni il “re galantuomo”. Alle Tuileries, il palazzo regale parigino sulle rive della Senna, Vittorio Emanuele aveva usato il linguaggio a lui abituale, quello di caserma. Alla presenza di un’imbarazzatissima Imperatrice Eugenia, espresse un apprezzamento non proprio di bon ton: “Les parisiennes ne portent pas de caleçons. C’est un ciel d’azur qui s’est ouvert à mes yeux”. Si espresse in francese non solo perché era a Parigi, ma perché era la lingua che adoperava: il re piemontese, poi primo re d’Italia, l’italiano lo conosceva poco e lo parlava male. A Londra le cose non andarono molto meglio: “Sua Maestà è un uomo dalle maniere brusche, non raffinato nella conversazione, molto disinvolto ed eccentrico. Il tipo più depravato e dissoluto del mondo”. Questo il giudizio dato del “re galantuomo” dal celebre diarista inglese Charles Greville che, di nobile famiglia, frequentava la corte inglese. A Londra si innamorò pure della cugina della regina, la principessa Mary, la quale, con impeccabile fair play rifiutò la proposta di matrimonio. Le ragioni sono chiarite in una sua lettera privata: “come potrei mai rispettare e stimare un uomo così totalmente grossolano, uno che non ha neppure la cortesia e la raffinatezza di un gentiluomo per compensare le sue debolezze?”.

Secondo la principessa Mary, dunque, Vittorio Emanuele II non era un gentiluomo. Neppure secondo noi: pur sposato con Maria Adelaide, ebbe un’amante ufficiale, Rosina Vercellana, ed altre occasionali. Per queste scandalose rivalità, una volta, Rosina venne alla mani con la contessa della Rocca, una dama di corte. Queste vicende tutt’altro che edificanti avevano una conseguenza finanziaria. Scrive Mack Smith che ha spulciato gli epistolari e le memorie di uomini politici vicini a Vittorio Emanuele II: “la sua via privata era spesso fonte di preocupazione per i ministri, fra l’altro perché rappresentava una forte spesa che in fin dei conti ricadeva in massima parte sul bilancio dello stato e del contribuente”. E si badi bene che in quegli anni la pressione fiscale del Regno di Sardegna aumentò vertiginosamente e, quindi, anche il debito pubblico.

Infedele negli affetti privati, fedigrafo in politica: poco prima di annettersi il Regno delle due Sicilie, per mezzo del suo onnipotente Primo Ministro, il conte di Cavour, aveva proposto un’allenza al Re Francesco II, che tra l’altro era suo cugino. Poi si rimangiò tutto. Come politico e militare è stato semplicemente mediocre. Nel 1866 volle trascinare il neonato Regno d’Italia nella guerra contro l’Austria per prendersi il Veneto. Prima simulò la ricerca di un’alleanza con il potente Impero degli Asburgo, poi quando la Prussia fece sapere che avrebbe gradito un sostegno italiano prima di ingaggiare le operazioni militari contro l’Austria, Vittorio Emanuele, contro il parere dei ministri e all’insaputa del Parlamento, avviò una guerra offensiva ed ingiustificata. Militarmente fu una catastrofe: l’esercito fu sconfitto a Custoza, la marina sbaragliata a Lissa. Il comando supremo spettava al Re che si distinse per confusione ed inettitudine. Politicamente fu un’umiliazione: l’Austria, sconfitta dalla Prussia, cedette il Veneto alla Francia, mediatrice della pace, che lo “girò” all’Italia, esattamente come era avvenuto per la Lombardia pochi anni prima. A Venezia gli “italiani” non furono molto contenti di passare a far parte di quel Regno, senza averlo mai chiesto. Il 20 Ottobre 1866, il principale quotidiano veneto riportava laconicamente la notizia: “Questa mattina in una camera dell’albergo d’Europa si è fatta la cessione del Veneto”.

Un ritratto conclusivo del “re galantuomo” è fornito dallo storico Mack Smith, autore già citato che ne ha composto la biografia scientificamente più affidabile: “la passione per la guerra, l’incompetenza come comandante militare, la segreta e irresponsabile ostilità verso i suoi presidenti del consiglio, per non parlare di quella che sir James Hudson chiamava la sua «predilezione per i furfanti” e la sua «crociata contro la maggioranza parlamentare», erano tutti aspetti negativi del suo regno”.

Tra i presidenti del Consiglio che il “re galantuomo” si scelse, figura il “tessitore”, il conte Camillo Benso di Cavour. Il nickname gli calza perfettamente: aveva un piano e l’ha realizzato, voleva fare del Regno di Sardegna uno Stato forte e potente. Ha perciò sfruttato con opportunismo tutte le condizioni favorevoli. Ha tratto dalla sua parte le potenze che contavano. Anzitutto, l’Inghilterra che voleva “decattolicizzare” l’Italia e avere un alleato nel cuore del Meditteraneo: non poteva certo esserlo il Regno delle due Sicile i cui sovrani e la cui popolazione si distinguevano da sempre per fedeltà alla Chiesa di Roma; la Francia interessata ad indebolire l’Austria e ad aumentare il suo prestigio. Ha strumentalizzato i mazziniani, fieri repubblicani, servendosi di essi per inscenare manifestazioni e disordini nell’Italia centrale ed inventarsi così la farsa dei plebisciti con cui, grazie a maggioranze bulgare del 99%, decretò l’annessione al Regno di Sardegna dei principati di Parma, Modena, Lucca, del Granducato di Toscana e di porzioni dello Stato Pontificio. Il suo capolavoro fu poi l’aver tratto a suo vantaggio la “Spedizione dei Mille”: i suoi emissari distruibivano tangenti e mazzette agli ufficiali borbonici comprandone la desistenza dinanzi all’avanzata degli avventurieri garibaldini che, non dovendo misurarsi con l’esercito di Francesco II, in Sicilia si distinsero per un’impresa davvero “eroica”, massacrando i contadini di Bronte, presso Catania, che chiedevano il miglioramento delle loro condizioni. E non solo a Bronte.

Fu un “tessitore”, certamente, ma di cinismo e di menzogne. Del popolo non gliene importava niente. Voleva solo arricchirsi. Angela Pellicciari ha studiato ciò che accadde nel “decennio di preparazione”, tra il 1848, fallimento della prima guerra d’indipendenza, e il 1859-60, gli anni decisivi per l’unificazione dell’Italia. Ecco che cosa ha scoperto e che i libri di storia non riportano. “Cavour è il principale azionista della Società anonima dei Mulini anglo-americani di Collegno che, nel suo ramo, è la maggiore d’Italia. Il 1853 è l’anno di carestia, il grano introvabile e il suo prezzo sale alle stelle. I vari governi italiani vietano, come ovvio, le esportazioni di grano mentre il governo sardo rimane fedele al proprio credo liberista col risultato che i produttori di farina, Cavour in testa, fanno affari d’oro vendendo grano all’estero”.

Per convincere l’Imperatore Napoleone III a sostenere il piccolo Regno di Sardegna nella guerra contro l’Austria non gli mancarono i mezzi. Peccato che siano immorali. Nel 1856 scrisse al ministro degli Esteri del suo governo, Luigi Cibrario: “Vi avverto che ho arruolato nelle file della diplomazia la bellissima contessa di Castiglione invitandola a coqueter e a sedurre, ove d’uopo, l’Imperatore; le ho promesso che ove riesca avrei richiesto per suo padre il posto di Segretario a San Pietroburgo. Ella ha cominciato discretamente la sua parte al concerto delle Tuileries di ieri”. La contessa di Castiglione è poco più di una ragazzina. Molto avvenente, ha solo 18 anni quando viene inviata in “missione” a Parigi dal Conte di Cavour il quale, senza farsi scrupoli, è suo cugino di sangue.

Mentitore spudorato, abusò della sua furbizia al punto che il suo astro era prossimo al declino quando morì. Massimo d’Azeglio scriveva di lui: “Le affermazioni sue nessuno le prende sul serio: quel caro nome è arrivato a tale che la sola cosa che credesi impossibile è quella appunto che afferma”. Già, ma come morì il Conte di Cavour che tenacemente volle la spogliazione finanziaria della Chiesa nel Regno di Sardegna e soppresse gli Ordini religiosi e si impadronì di larghi territori dello Stato Pontificio? Leggiamo sui numeri della Civiltà Cattolica di quel tempo: “Il Governo [presieduto da Cavour]vietò che le autorità costituite assistessero alla solenne processione del Corpus Domini. Ma il giorno stesso del Corpus Domini cadeva malato il Capo del Ministero. Morì il giorno del miracolo del SS. Sacramento avvenuto a Torino nel 1453; il Municipio che non volle intervenire alla Processione del Corpus Domini, dovette intervenire ai funerali del conte di Cavour”. Aveva 50 anni. E smise di tessere le sue tele.

 Articolo tratto da Dimensioninuove

 

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