Qualche mito da demolire: i “Padri della Patria” / 2

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Ottobre 1985. Uno dei tanti governi balneari della Prima Repubblica cade. Motivo: una crisi internazionale. Una storia complicata, nata dal sequesto di una nave da crociera italiana, l’Achille Lauro, che vede coinvolti l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, il governo degli Stati Uniti e quello italiano, presieduto da Bettino Craxi. Oltre allo scacco in cui furono tenuti 450 passaggeri, ci scappò pure il morto, un ebreo americano a bordo della nave, Leon Klinghoffer. Si scatenò l’indignazione mondiale: quel tale era un handicappato. Un mese dopo, Bettino Craxi è di nuovo dinanzi al Parlamento e chiede che al suo governo sia riconfermata la fiducia. Tra i motivi che adduce ce n’è uno agghiacciante. In sostanza, egli dice: tra i terroristi dell’OLP del secolo XX e i patrioti italiani del secolo XIX non c’è nessuna differenza. La lotta armata è legittima e non importa quali siano i mezzi usati, sia pure l’uccisione dei civili innocenti. Per rincarare la dose adopera un paragone che lascia ammutolita la metà dei parlamentari che lo ascoltano mentre dell’altra metà, alcuni (i comunisti) elevano ovazioni, ed altri urlano sdegnati (i missini, cioè i neofascisti). Arafat, il leader dell’OLP, responsabile di numerosi e sanguinosi attentati terroristici che hanno funestato il mondo negli anni ‘70, agisce né più né meno come l’italianissmo “padre della patria”, Giuseppe Mazzini che, parole testuali dell’infuocato oratore a Montecitorio, “si lacerava nell’ideale dell’unità” e dall’“esilio progettava l’assassinio politico”. Piaccia o non piaccia, questa ricostruzione è vera. La strategia di Mazzini coincideva con quella di Arafat e con quella di tutti i terroristi della storia, compresi Al-Quaeda e il suo Bin Laden: assassinî politici, stragi premeditate, assalti a Stati pacifici e legittimi. Questo predicava il “vate” della nuova Italia che, nel suo pensiero, doveva essere rigorosamente unita, indipendente, repubblicana e laica. Qualcuno lo prese sul serio e, mentre dai suoi “esili dorati”, l’avvocato Mazzini pontificava e benediceva, tante giovani vite morirono per uccidere, come Felice Orsini che nel 1858 attentò alla vita dell’imperatore francese Napoleone III, rimasto illeso, mentre otto passanti persero la vita. 1867: i patrioti mazziniani Monti e Tognetti attuano una strage alla caserma Serristori di Roma: saltarono in aria 22 zuavi francesi e 4 civili romani. Imbevuti di idee mazziniane furono Guglielmo Oberdan, l’autore del fallito attentato all’Imperatore Francesco Giuseppe nel 1882, che, secondo copione costò la vita a due vittime innocenti, e Cabriovic e Princip, quest’ultimo uccise l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo a Sarajevo, provocando lo scoppio della “grande guerra” che, solo tra gli Italiani, costò non meno di 680.000 morti. Il “padre della patria” ha generato altri figli: Adriano Sofri, il noto terrorista italiano di Lotta continua, dichiarò che, tra i “maestri” di coloro che insanguinarono l’Italia negli “anni di piombo”, c’era proprio Giuseppe Mazzini. Non c’è da meravigliarci: i suoi contemporanei lo conoscevano bene, come Pope Hennessy, che, alla Camera dei Comuni di Londra, mostrò lettere di Mazzini che esaltava la “teoria del pugnale”. Lo storico del Risorgimento, Luigi Salvatorelli, riporta il pensiero di Cavour che definiva Mazzini “il teorico del pugnale”. Allora si usavano i pugnali, oggi i kamikaze fanno scoppiare bombe: il principio non cambia. “Padre della patria”: in un certo senso, la ragione più profonda delle aberranti teorie mazziniane che giustificano il terrorismo è da ricercare in quel titolo attribuitogli da coloro che, avendo vinto la guerra risorgimentale, hanno inventato dei nobili miti. La “patria” di Mazzini è l’utopia, cioè un luogo ideale, somma di tutte le perfezioni morali, religiose e politiche, da inaugurare nella storia, una sorta di “nuova umanità” additata dal profeta laico che, proprio per questo, auspica la fine del Cristianesimo e in particolare del Cattolicesimo. È questa la tentazione di ogni ideologia del “progresso” che vuole a tutti i costi anticipare il Paradiso sulla terra e per tanto ritiene ogni mezzo lecito pur di imporlo. Ventidue milioni d’Italiani erano del tutto indifferenti o contrari alle elucubrazioni misticheggianti di Mazzini. Ed il “padre della patria” per convincerli che l’ora della palingenesi era giunta e che lui ne era il mediatore mandò dei giovanotti allo sbaraglio per uccidere e farsi uccidere. Per una volta tanto, siamo d’accordo con un deputato massone del Regno di Sardegna che, scrivendo a Garibaldi, si domanda: “Il vostro apostolo, il vostro corifeo, la vostra pietra angolare, Giuseppe Mazzini, non sono trent’anni oramai che giura di fare l’Italia” Che cosa ha seminato?” Risponde senza mezzi termini: “Utopie, rancori, diffidenze e sangue”. Ed incalza: “Che cosa ha raccolto? – Torture e morte per gli illusi che in lui credettero: riprovazione e disprezzo per sé medesimo, incorreggibile sacrificatore di vittime inconsapevoli”. A proposito di Garibaldi … Non è lui l’“eroe dei due mondi”? Certamente, questo titolo gli calza a pennello. Infatti, Giuseppe Garibaldi viaggiò non solo tra Italia e America Latina, com’è ben noto. Con le navi fornitogli dall’armatore ligure Pietro Denegri, si dedicò a remunerative attività commerciali tra il Perù e la Cina. Dal porto del Callao salpò portando con sé una preziosa qualità di letame, il guano. La scaricava a Canton e ripartiva con altro carico. Quale? Ce lo fa sapere lo stesso armatore Denegri che in una lettera ad un suo amico scrive a proposito dei viaggi di Garibaldi: “m’ha sempre portati i Chinesi nel numero imbarcati e tutti grassi e in buona salute”. Cioè, faceva commercio di carne umana, una specie di schiavista. Eravamo nel 1852 e il Papa Paolo III, tre secoli prima, con la Bolla Sublimis Deus, aveva già condannato l’immoralità assoluta della riduzione di ogni essere umano in schiavitù. Ma Garibaldi, il “liberatore”, non avrebbe mai dato retta all’insegnamento di un Romano Pontefice. Per lui, Pio IX era “un metro cubo di letame” (e di letame se ne intendeva, come abbiamo visto!), ed il Papato, “un cancro, un’impostura, la più nociva delle sette”. Il suo odio per il Cattolicesimo era qualcosa di viscerale, di patologico, di blasfemo. Infatti, dopo essersi dedicato in gioventù ad azioni punite dal codice penale come il furto dei cavalli che gli costò la mutilazione delle orecchie – e così ci spieghiamo la sua chioma fluente -, in vecchiaia si dedicò alla letteratura. Scrisse dei noiosi romanzi che disturbano per le ricorrenti descrizioni di scene di depravazione sessuale. In uno di esso, intitolato Clelia. Il governo del monaco, dà sfogo a tutto il suo livore irreligioso e così parla dei sacerdoti: “Volendo costoro mantenere tutti gli uomini nell’ignoranza – quando emergeva qualcuno che avesse ricevuto da Dio tanta intelligenza da capire le loro menzogne, quell’intelligente era da questi demoni torturato – acciò confessasse che la luce era tenebra – che l’eterno – l’infinito – l’onnipotente – era un vecchio dalla barba bianca seduto sulle nubi – che una donna, madre d’un bellissimo maschio – era una vergine – e che un pezzetto di pasta che voi inghiottivate – era il creatore dei mondi”. Questo ritratto dell’ “eroe” forse non turberà coloro che Cattolici non sono e che magari ce l’hanno pure contro i preti. Tutti gli uomini onesti, però, non possono non rimanere allibiti e disgustati dalle ruberie di Garibaldi e di quell’accozzaglia di disonesti che furono i “Mille”. Per alcuni mesi, Garibaldi instaurò una “dittatura militare” a Palermo. Possediamo la corrispondenza della longa manus di Cavour, La Farina, che pure aveva ricevuto dal Primo ministro piemontese l’incarico di appoggiare nell’“ombra” le prodezze del generale e distribuire mazzette a destra e a manca per impedire la resistenza dell’esercito borbonico. “Non abbiamo nulla che possa somigliarsi ad un governo civile: non vi sono tribunali, non c’è finanza, non v’è sicurezza, non volendo il dittatore né polizia, né carabinieri, nè guardia nazionale, non v’è amministrazione […] i bricconi più svergognati, gli usciti di galere per furti e ammazzamenti sono compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano ad una banda di Vandali”. Qualche anno fa, Michele Topa ha pubblicato il risultato delle sue non conformistiche ricerche sugli ultimi anni dei Borboni a Napoli. Ecco che cosa scrive a proposito della furia distruttrice e non proprio eroica di Garibaldi: “A Napoli, bastarono 62 giorni di dittatura garibaldina per distruggere le floride finanze e l’economia del Paese, che crollò industrialmente. Il disavanzo napoletano alla fine del 1860 era già salito a 10 milioni di ducati, nel 1861 a 20 milioni”, mentre prima dell’invasione garibaldina, il bilancio del Regno era in pareggio. Rubavano tutti: i Mille, gli amici dei Mille e gli amici degli amici dei Mille. E come tutti gli eroi, anche Garibaldi ebbe accanto a sé un’eroina: la leggendaria Anita, immortalata nel monumento erettole sul monte romano Gianicolo. Triste sorte quella di essere stata la moglie di Giuseppe Garibaldi: morì, mentre fuggiva con l’‘eroe” dopo la “difesa” delle repubblica romana proclamata da Mazzini nel 1849. Lasciamo la parola agli storici, come La Salvia, autore di una biografia del “generale”: “l’autopsia del cadavere parlerà del rinvenimento di un corpo femminile che presenta la trachea rotta e una lividura circolare intorno al collo, segni non equivoci di morte per strangolamento”. Forse, con la Civiltà Cattolica del secolo XIX, converrebbe chiamarlo “eroe dei due milioni”. Già, l’eroe non esitò ad intascare dal governo di Agostino de Pretis una somma di 50.000 lire annuali, pari a due miliori di lire-oro, una cifra elevatissima. Ufficialmente si parlava di “doni di gratitudine nazionale”, in realtà bisognava risanare le finanze di casa-Garibaldi, dissestate dai figli dell’eroe, Ricciotti e Menotti, impelagatisi nelle speculazioni edilizie romane degli anni ’70 ed ’80. Ecco che cosa rimane dell’eroismo di Garibaldi, un negriero, un massone blasfemo, un corrotto, indiziato per la morte della moglie, che non ricusa “tangenti” di stato. Se questi sono i “miti” del Risorgimento, meglio cambiar pagina.  Articolo tratto da Dimensioni Nuove

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