Quale diritto si insegna tra queste mura?

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Chi varca per la prima volta l’immenso portone di ingresso di Villa Cerami, antica sede della facoltà di Giurisprudenza di Catania, lo fa sempre con un misto di ansia e trepidazione.
Le motivazioni che spingono sulla via del diritto un ragazzo di diciannove anni, appena uscito dal liceo e pieno di sogni e speranze, sono le più diverse.
C’è chi è sinceramente appassionato di diritto ed ama passare i pomeriggi immerso tra codici e commi, perché trova nell’ordine apparente delle leggi quella razionalità che spesso manca alla vita umana.
C’è chi sceglie Giurisprudenza perché figlio di generazioni di avvocati e iscriversi in questa facoltà rappresenta l’investimento più sicuro, anche se non garantito, sul proprio futuro.
C’è chi, invece, entra a Villa Cerami per la prima volta senza aver mai aperto un codice, senza aver mai studiato diritto, senza avere minimamente coscienza di ciò che andrà a studiare nei successivi cinque anni, senza un’idea precisa sul proprio futuro professionale.

Salgono le scale dell’elegante Villa principesca con timore, attraversano i vecchi corridoi a testa bassa, sentendo sulle spalle tutto il peso e l’importanza che quel luogo porta con sé, guardano ogni pianta del rigoglioso giardino con ammirazione, alzano gli occhi al cielo, verso gli antichi affreschi dell’aula in cui si tengono le sedute di laurea, con la stessa venerazione con cui si guarda la volta michelangiolesca della Cappella Sistina.
Sono quegli studenti che credono, forse un po’ ingenuamente, che iscriversi in Giurisprudenza consista nell’assecondare la propria fame di giustizia.
Sono quegli studenti che credono che studiare diritto significhi porre un tassello per creare un mondo più giusto, più equo.
Sono quegli studenti che sentono la parola giustizia come marchiata a fuoco sulla pelle e decidono di orientare tutta la propria vita alla ricerca costante e instancabile di questo ideale.
Sono quegli studenti che sentono dei brividi di emozione sotto la pelle ogniqualvolta leggono l’art. 3 della Costituzione, con quelle parole vecchie ma come non mai attuali, che sanciscono solennemente una verità assoluta: siamo tutti, in nome della nostra comune umanità, uguali davanti alla legge.

Paradossalmente, lo studente più innamorato della giustizia sarà quello più deluso, perché si renderà ben presto conto che tra le mura di Villa Cerami – ma il discorso è identico per tutte le facoltà di Giurisprudenza d’Italia – nessuno mai parlerà di giustizia, nessuno mai dirà che una legge va rispettata perché “giusta”.

E io voglio rivolgermi proprio a voi, che avete fatto questa scelta importante in nome di un’idea più grande, che vi state immergendo per la prima volta nello studio del diritto, nella convinzione che è sufficiente sapere di ius per rendere concreto quell’ideale di ius-titia che avete nel cuore.
Imparerete ben presto che chi nasce sul suolo italiano, se figlio di genitori stranieri, non è cittadino italiano, anche se questa norma sembra contraria ad ogni principio di diritto naturale.
Imparerete che nessuna normativa sulle misure di sicurezza sul posto di lavoro potrà mai prevenire appieno l’immane tragedia delle morti sul lavoro.
Vi renderete conto che il circolo vizioso di violenza e omertà creato dalla mafia non potrà mai essere compreso da una fredda norma del codice penale, come l’art. 416-bis.
Imparerete che un’aula di tribunale non è esattamente il luogo in cui si rende effettivamente giustizia e che la scritta solenne, incisa sullo scranno dei giudici, per cui la legge è uguale per tutti, non corrisponde sempre ed esattamente alla verità.
Vi renderete conto come l’art. 3 della Costituzione, con tutto il suo carico emotivo di uguaglianza, viene molto spesso ignorato e addirittura manipolato.
E, infine, imparerete che, come tutti i vostri colleghi in tutte le facoltà d’Italia, anche Giurisprudenza avrà in serbo per voi delle piccole ingiustizie e dei giudizi non equi.

La prima domanda che vi porrete sarà: “Quale diritto si insegna tra queste mura? Quale giustizia?”
Ma io vi avverto: non lasciate che nulla strappi dal vostro cuore quel desiderio di giustizia. Anche se vi sembra irrealizzabile, anche se si scontra con una realtà ingiusta, anche se le leggi che vi troverete a studiare saranno contorte, confuse e irrazionali, anche se dovrete combattere con professori che non si pongono nemmeno il problema dell’equità.
Non lasciate che nulla e nessuno strappi dal vostro cuore quel desiderio di giustizia. Anzi, coltivatelo, fatelo maturare e crescere rigoglioso.

La giustizia non è un’entità astratta, un sogno utopico proprio di alcuni spiriti eletti.
La giustizia si misura, invece, in ogni nostra piccola e concreta azione, non è altro che una forma di bene che non dobbiamo raggiungere, ma dobbiamo vivere.
Possiamo e dobbiamo sognare e sperare in un mondo migliore e più giusto, ma non dobbiamo dimenticare che, per costruirlo, dobbiamo iniziare a viverlo in prima persona, sulla nostra pelle.
Possiamo e dobbiamo guardare il cielo. Ma non dobbiamo dimenticare di tenere i piedi saldamente ancorati a terra.

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.