Quale speranza per il Darfur?

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«Se non si riesce a cambiare registro, a trovare una strada alternativa che possa portare alla pace, la situazione in Darfur non potrà che peggiorare rapidamente. I caschi blu inviati dalle Nazioni Unite sono meno della metà rispetto al numero previsto inizialmente e le Ong stanno lasciando il Paese perché sono venute meno le condizioni di sicurezza. Le cause che hanno trasformato il Darfur in un teatro di guerra, ormai fuori d’ogni controllo, non possono essere ricondotte solo alla questione etnica. La mia impressione è che si parli troppo poco di ciò che sta accadendo in Sudan, ma ancora meno del contesto all’interno del quale questa crisi politica e umanitaria affonda le sue radici».

Flavio Salio, ingegnere e peacekeeper di «Medici senza Frontiere», la più grande organizzazione medico-umanitaria del mondo, è da poco rientrato dal Darfur. Alle spalle missioni in Pakistan, Mozambico e Sudan meridionale. L’ultima lo ha portato a Serif Umra, una manciata di chilometri dal confine con il Ciad, dove MSF ha una delle sue sedi. È qui che lo scorso marzo sono stati rapiti il medico italiano Mauro D’Ascanio, il coordinatore francese Raphael Meonier e l’infermiera canadese Laura Archer, i colleghi subentrati al suo team all’indomani della partenza dal Darfur. Stesso progetto, stesso ospedale, stesso avamposto di quella che ormai è diventata la più grave crisi umanitaria del pianeta.
Secondo le stime più accreditate, dal 2003 gli scontri tra i gruppi armati contrari al presidente sudanese Omar al-Bashir, il Sudan Liberation Army (Sla) e il Justice and Equality Movement (Jem), e le milizie arabe Janjaweed, sostenute dal governo di Khartoum (che però ha sempre negato ogni coinvolgimento), hanno provocato oltre 300 mila morti e più di 2,5 milioni tra profughi e sfollati. A farne le spese ancora una volta i civili che per sfuggire ad attacchi militari, rapimenti, torture e stupri, hanno abbandonato i villaggi e si sono riversati nei campi profughi tra Sudan e Ciad dove le condizioni di vita sono ormai al collasso.

A tre anni dal fallito accordo di pace per il Darfur, che avrebbe dovuto ristabilire gli equilibri interni al Paese, il conflitto si è trasformato in una catastrofe umanitaria che si allarga a macchia d’olio. Anche la notizia positiva del mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale dell’Aja per il presidente Omar al-Bashir, accusato di crimini contro l’umanità (omicidio, sterminio, trasferimento forzati, tortura e stupro) e crimini di guerra (ma non di genocidio), si è rivelata un boomerang. Il secco no delle autorità di Khartoum non si è fatto attendere. Mentre si temono rappresaglie contro i caschi blu della missione congiunta Unamid (Nazioni Unite e Unione Africana), molte Ong hanno forzatamente già dovuto lasciare il Paese.

Ingegnere, dopo otto mesi trascorsi in Darfur, che idea si è fatto di quello che sta accadendo nel Paese?
È sicuramente una situazione difficile in cui sono in gioco diversi fattori: etnici, culturali, religiosi, economici. Il Sudan è un paese molto ricco, soprattutto per il petrolio. Ma anche lasciare le persone nell’ignoranza è un modo per controllarle. La zona in cui ho lavorato durante l’ultima missione si trova tra il nord e il sud-ovest del Darfur. È un’area desertica, dove i ribelli si muovono con facilità proprio perché è difficile da monitorare. Qui si concentrano molti campi profughi dove le organizzazioni umanitarie cercano di fare il possibile per aiutare chi è ai limiti della sopravvivenza.

Ci può parlare del progetto che ha seguito con Medici senza Frontiere?
Ero responsabile per il progetto di ampliamento dell’ospedale di Serif Umra. Obiettivo: aumentare il numero di posti letto e di sale operatorie in una zona di circa 60 mila persone, a fronte delle 15 mila che ci abitavano prima dell’inizio del conflitto. Oltre all’attività logistica seguivamo un programma di sostegno agli sfollati per la distribuzione dell’acqua potabile, uno di supporto alle donne vittime di violenza e un terzo per combattere la malnutrizione. Poi c’era la normale attività ospedaliera, oltre ai feriti che arrivavano a seguito degli scontri tra le milizie e i ribelli.

Quali sono le emergenze?
La malnutrizione colpisce molto la popolazione, soprattutto i bambini. La maggior parte delle famiglie ha sempre vissuto d’agricoltura. Erano abituate a spostarsi per poter coltivare la terra, ma con la guerra tutto questo è diventato impossibile. Grazie ad un accordo con il Word Food Programme, la nostra organizzazione era in grado di distribuire almeno i generi di prima necessità. A questo problema si somma quello della mancanza di acqua potabile e delle varie patologie che molto spesso sono una diretta conseguenza della scarsità di cibo. L’organizzazione di Medici senza Frontiere è ovviamente molto attiva sul versante dell’assistenza sanitaria, ma il personale internazionale deve farsi carico di un lavoro enorme: in tutta l’area di Serif Umra c’era un solo medico.

Secondo le ultime stime dell’Unicef circa i due terzi della popolazione del Darfur subiscono le conseguenze della guerra. Di queste quasi tre milioni vivono in 165 campi profughi. Sono cifre davvero preoccupanti?
La crisi umanitaria e le pesanti conseguenze del conflitto obbligano le persone a scappare. Non bisogna dimenticare che da anni ormai in Darfur si assiste a una violazione sistematica di tutti i diritti umani. Tutto ciò ha creato nuove emergenze. Etnie diverse abituate a grandi spazi si trovano a convivere in pochi chilometri quadrati e la vicinanza forzata provoca uno stato di tensione continua. Una situazione resa ancor più drammatica da problemi contingenti: mancanza di cibo, di acqua, emergenze sanitarie. Nella sola zona di Serif Umra convivono circa 20 gruppi etnici. Una buona parte del mio lavoro consisteva nell’essere sempre in contatto con i capi delle rispettive etnie. In una società come quella africana guadagnarsi la fiducia e il rispetto delle persone è l’unico modo per poter lavorare.

L’area della sua missione è considerata una delle più pericolose di tutto il Darfur. Ha mai percepito la sensazione di trovarsi in pericolo?
Quando si è lì si ha una percezione un po’ falsata della realtà? Per motivi di sicurezza a Serif Umra si può arrivare solo con l’elicottero; il gruppo di cooperanti è sempre piccolo per facilitare l’evacuazione in caso di emergenza; in Darfur si entra e si esce solo se muniti di visto. Ogni movimento è controllato: anche per trasferire i pazienti è necessaria un’autorizzazione rilasciata dall’autorità locale. Razionalmente si sa che un margine di rischio esiste, ma poi si lavora come se ci si trovasse in qualsiasi altra parte del mondo. Ho sempre pensato che parlare direttamente con le persone fosse molto importante nel mio lavoro, così durante uno spostamento all’interno della regione ho subito un attacco da parte dei ribelli. Ero consapevole del rischio, ma per me ne valeva davvero la pena.

Secondo l’ultimo rapporto sulle crisi dimenticate pubblicato proprio da Medici senza Frontiere, nel 2008 in Darfur si è concentrato il più alto numero di aiuti umanitari a livello mondiale, con oltre 80 organizzazioni coinvolte. Qual è il loro ruolo in un contesto così difficile?
Fondamentale. Il supporto delle Ong è vitale per le popolazioni sfollate. L’assistenza delle organizzazioni umanitarie è praticamente l’unica forma di aiuto che la gente riceve. Chi ne resta tagliato fuori ha minori speranza di farcela. Purtroppo dopo il mandato di arresto per il presidente al-Bashir richiesto dal tribunale dell’Aja la tensione è salita. Ci sono stati numerosi attacchi ai campi profughi e il Word Food Programme ha perso molti camion carichi di cibo a causa delle imboscate. Alcune organizzazioni internazionali, tra cui anche la sezione francese e olandese di MSF, sono state espulse dal Paese. Ma senza la presenza delle Ong la situazione rischia di precipitare.

Il Darfur è ricco di materia prime ma la gente muore perché manca praticamente tutto. Quale futuro immagina?
E’ difficile pensare a quale potrebbe essere il futuro del Paese tra qualche anno. Il Sudan vive in uno stato di emergenza ormai da molto tempo e mi auguro che presto la Comunità Internazionale possa realmente far qualcosa per sbloccare questa situazione dove a pagare il prezzo più alto sono ancora una volta i civili. Molti tra i miei collaboratori mi chiedevano dell’Europa. Sognavano, un giorno, di poter venire a vivere e lavorare proprio qui. Speriamo che quel futuro non debba farsi attendere ancora per molto.

Articolo tratto dal sito Dimensioni.org a cura di Barbara Giambusso.

 

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