Quando ad accogliere è la povertà

0

I sentimenti più nobili non risiedono nel potere. Esulano dalle logiche di mercato. Dai rapporti di convenienza. Dalla brama di arricchirsi.

Sfoglio il giornale. In prima pagina campeggia la foto di un gruppo di bambini di un villaggio del Mali. Sono seduti su una panca di legno. Alcuni sorridono, altri chiacchierano fra loro, altri ancora fissano l’obiettivo con sguardo perplesso. L’occhiello recita: “Fra i giovani che sognano l’Europa per fuggire dalla fame”. Incuriosita, volto pagina per continuare la lettura del reportage. Ed ecco che la mia attenzione è subito attirata da un’altra foto: questa volta, ad essere ritratta, in primo piano, è una sola donna. Djenebè Djawara. Pelle scura, occhi lucidi intenti a osservare qualcosa che sfugge alla macchina fotografica. Indossa un velo che le copre il capo fino a fissarsi sull’ampia fronte ricadendo morbido sulle spalle. Sorride. Con le labbra e con gli occhi. Ed è un sorriso dolce, uno di quei sorrisi che ispirano affetto e protezione. Che comunicano familiarità. Che ti fanno sentire a casa. Dal suo sguardo, materno e comprensivo, traspare un senso di generosa accoglienza. La “grande madre dei migranti”, la chiamano. Sì, perché Djenebè ospita in casa sua, a Kayes, coloro che si accingono a compiere la traversata verso l’Europa. Nella regione di Kayes, in Mali, confluiscono infatti i migranti che arrivano dal Senegal, dal Gambia, dalla Costa d’Avorio e dalla Guinea. La loro è una vera e propria Odissea. Prendono il bus fino in Niger, attraversano il deserto chiusi nel cofano dei pick up, sdraiati uno sopra l’altro, senza bere per ore. Arrivati a Gao, vengono stipati in novanta nel cassone di un camion da miniera. A 45 gradi, sotto il sole, senza neanche un telo che li ripari, molti muoiono di sete e di insolazione. I loro corpi vengono gettati in mezzo al deserto. Sono vittime del loro stesso sogno di libertà, uomini a cui non è concesso neppure il diritto a una sepoltura o a una preghiera. Dopo ore di viaggio i sopravvissuti giungono al mare: da lì inizia l’ultimo atto di un’umana tragedia. Il tratto più rischioso e incerto. Quello che per molti sarà fatale.
La casa di Djenebè è aperta a tutte queste persone che fuggono da una realtà di fame e di sfruttamento alla ricerca di giustizia, rispetto ed emancipazione. E’ un’oasi nel deserto, un porto sicuro dove rifocillare il corpo e rinfrancare lo spirito prima del viaggio verso l’ignoto. Una vecchia costruzione con pavimenti in nudo cemento dove stendere le stuoie per riposare. Quattro mura scrostate che nascondono una storia di grande umanità. Costruita anni prima dallo zio di Djenebè per chi veniva in città e non sapeva dove andare, questa casa continua ad essere un punto di riferimento per coloro che vedono nella migrazione un viaggio della speranza. Ad accoglierli una porta spalancata, un sorriso, una mano tesa. Ai migranti Djenebè non chiede nulla in cambio, solo la conferma di essere arrivati a destinazione.

Volto pagina e il mio sguardo si fissa sull’immagine di un’altra donna. Ha i capelli corti e biondi, gli occhi azzurri e un portamento austero. Indossa un tailleur verde acido dal taglio sobrio ed elegante. È di spalle, protende il braccio. Ancora una mano tesa. Questa volta non per accogliere, ma per allontanare. Di fronte a lei, in lacrime, c’è Reem Sahwil, una ragazza palestinese giunta in Germania dal Libano alcuni anni fa e che ora rischia di essere espulsa dal Paese. Sono lacrime di chi, dopo aver raggiunto il traguardo agognato, teme di dover tornare al punto di partenza.

Sfoglio a ritroso il quotidiano. Quasi senza accorgermene il mio sguardo si posa nuovamente sui grandi occhi luminosi di Djenebè, sulle sue mani callose, sempre pronte a dare. Ripongo il giornale.

I sentimenti più nobili non risiedono nel potere e nell’abbondanza di risorse. La generosità, l’altruismo e la solidarietà non rispondono all’interesse economico di un individuo, di una città o di una nazione. Esulano dalle logiche di mercato. Dai rapporti di convenienza. Dalla brama di arricchirsi. Accade allora che, dove la ricchezza respinge, la povertà accolga. E lo faccia nel significato etimologico più profondo del termine: “raccogliere presso di sé”. È un’accoglienza che va oltre la semplice ospitalità. Un offrirsi agli altri. Senza ostentazione, senza esigere un compenso. In modo spontaneo e disinteressato come fa una madre verso i figli. E lo sa bene Djenebè. Lei che è la madre dei migranti.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.