Quando eravamo re

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Ho fatto a botte con un coccodrillo. Ho lottato con una balena. Ho ammanettato i lampi, sbattuto in galera i tuoni. Non male, eh? L’altra settimana ho ucciso una roccia, ferito una pietra, mandato all’ospedale un mattone. Io mando in tilt la medicina.”

Il “più grande di sempre”. Così si definisce in una delle sue tante apparizioni. Lui certamente non passava inosservato alle telecamere: gli hanno dedicato circa una dozzina di documentari e il biopic Alì (Will Smith). Stiamo parlando di Cassius Clay, più tardi conosciuto come Muhammad Ali. Nacque il 17 gennaio del 1942 a Louisville, Kentucky e iniziò da bambino a tirare di boxe per vedersela di persona con chi gli aveva rubato la bicicletta. Potrebbe essere questa la metafora della sua vita, un uomo che da solo volle affrontare le grandi contraddizioni del mondo.
Cominciò subito a farsi spazio nel mondo della boxe vincendo l’oro olimpico a Roma nel 1960. Continuava tuttavia a combattere anche fuori dal ring, questa volta contro la segregazione razziale: tornato in America gettò per protesta la sua medaglia iridata nel fiume Ohio. Ben presto il mondo imparò a conoscere la “spavalderia” di quest’uomo. Immediatamente dopo aver vinto il titolo mondiale a 22 anni in solo 7 riprese, si convertì all’Islam e assunse il nome di Muhammad Ali. Da quell’istante cominciarono anche i suoi guai che culminarono nella chiamata alle armi nel 1966, dopo essere stato riformato quattro anni prima. Affermando di essere un “ministro della religione islamica” si definì “obiettore di coscienza” rifiutandosi di partire per il Vietnam (“Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro“, dichiarò alla stampa per giustificare la propria decisione) e venne condannato a cinque anni di reclusione e poté tornare a combattere solo nel 1971. Nel 1974 ebbe l’occasione di tornare a essere grande: sfidò George Formann in Zaire, l’attuale Congo in uno degli eventi generalmente considerati tra i più importanti della storia sportiva: “The rumbe in the jungle” (il rombo nella foresta). Proprio su quest’incontro si concentra l’attenzione del regista Leon Gast che non pretende di raccontare in 90 minuti l’intera vita di un uomo con il rischio altissimo di tralasciare o trascurare dei momenti importanti.

When we were kings non è un documentario qualsiasi, di quelli che si vedono per conciliare il sonno o durante le giornate di magra per lo zapping in cui non passano davvero nient’altro. Vincitore del premio oscar per Miglior documentario nel 1996, questa pellicola, ritraendo molto attentamente uno dei personaggi più discussi del XX secolo, analizza la nascita di una nuova figura che nasceva insieme alla diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione: il personaggio televisivo.
La televisione ospita da sempre persone che somigliano più a burattini e bambole gonfiate. Con la promessa del successo questi uomini fanno e dicono ciò che gli viene detto, e a forza di vederceli davanti si corre il rischio di pensare che siano loro i modelli a cui ispirarci. Ci sono altre persone, invece, che con le loro azioni e le loro parole si rendono unici, attirano inevitabilmente l’attenzione e muovono le acque. Di questi, i grandi uomini, il mondo ne è affamato. Ancora oggi non tutti concordano che Mohammed Alì sia stato un grande, e questo tema sembra attraversare tutto il documentario, dandogli un senso di coesione. Fu vera gloria?

L’incontro tra Alì e Forman fu organizzato dal manager Don King che per l’occasione chiamò in Zaire alcuni dei migliori cantanti afroamericani degli anni ’70, come BB King, James Brown e molti altri che fanno da colonna sonora al video. I media mondiali non potevano perdersi un evento del genere, infatti giunsero in Africa, numerosi giornalisti, tra cui Norman Mailer e George Plimpton che con le loro interviste svolgono il ruolo di narratori per tutto il documentario. Forman era il detentore del titolo mondiale dei pesi massimi oltre che uno degli atleti più temuti della boxe in quel momento, mentre Alì dopo essere stato in prigione era dato praticamente per spacciato alla vigilia dell’incontro. Il documentario si concentra proprio sulla spavalderia, a tratti insolente a tratti spassosa di Alì, che nonostante i pronostici avversi si mostra più che sicuro di vincere.

“The rumble in the jungle” si svolse in una situazione particolare per lo Zaire; erano passati solo pochi anni dal colpo di stato del maresciallo-presidente Mobutu che aveva portato alla storica indipendenza dello stato, che fu poi rinominato Zaire, dall’impero Belga, e alla “decolonizzazione culturale” che ne seguì. Ogni storia infatti se vissuta intensamente può andare oltre le strutture che la contengono, il luogo e il tempo in cui avviene, e può influenzare il mondo circostante, anche per le generazioni future. Così sullo sfondo del funambolo pugile mussulmano che saltella sul ring, stanno la lotta per i diritti degli Afroamericani e la ricerca di una loro identità.

Alì continuò a battersi per i suoi ideali anche dopo aver appeso i guantoni al chiodo nel 1981: si recò a Bagdad per dialogare e cercare una soluzione alla guerra che sembrava inevitabile, con Saddam Houssein e riuscì a ottenere la liberazione di un centinaio di soldati nordamericani. Negli ultimi anni è stato colpito dal morbo di Parkison, ma neanche questo doloroso morbo è riuscito ancora a metterlo a tappeto come dimostrano le immagini di Alì che accende la fiaccola olimpica ai giochi di Atlanta nel 1996.

Offrendoci il ritratto di uno dei personaggi più controversi e discussi del panorama sportivo e non solo dell’ultimo secolo, il regista ci pone davanti a diversi interrogativi: fu un eroe o un fenomeno da baraccone? Come cambia la diffusione di un messaggio con la televisione? Può davvero un uomo solo, senza occupare cariche politiche, cambiare in qualche modo il mondo? Fu davvero Mohammed Alì capace di questo? Non voglio dare una risposta, ma vi riporto una curiosità: Lorenzo Jovanotti ha composto la canzone del suo ultimo album “Battiti di Ali di farfalla”, dopo aver visto questo documentario.

PS Potete vedere il documentario, diviso in 10 parti, cliccando su questo link:

 

[youtube width=”590″ link=”http://www.youtube.com/watch?v=QZhKyTXPM5k”]

 

Studio Lettere Classiche a Milano, ma non spaventatevi perchè scrivo in Italiano. Anzi penso che proprio nei grandi classici che ci hanno tramandato i Greci e i Romani si possano trovare delle chiavi per vivere più a fondo il nostro presente. Quando non non sto con le persone a cui voglio bene e non sto traducendo, mi piace guardare film. Se sbirciate nel sito, potete trovare qualche mia recensione. PS Il mio film preferito, anche se è stato doloroso sceglierlo, è ‘Into the wild’.