Quando la comunicazione ci apre agli altri

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Sala d’attesa di uno studio medico. Mi ritrovo con una decina di persone, ad aspettare che arrivi il mio turno. La stanza è grande ma non tanto da impedirmi di osservare quello che sta succedendo, mentre provo a leggere distrattamente un documento sul mio iPad.
Di fronte a me è seduta una signora. Le squilla il cellulare, impossibile non accorgersene perchè il volume della suoneria è molto alto. Inizia a parlare, immagino, col marito. Il suo tono di voce è talmente alto da permettere a noi presenti di sapere tutto quello che farà nel resto del pomeriggio. Con lei, in sala d’attesa, c’è la figlia, una bambina di otto o nove anni, alle prese con un gioco sul cellulare. Non si rende conto che il rumore del videogioco, forse, puó infastidire i presenti in sala. Ha solo otto anni, dovrebbe dirglielo la mamma; ma questa è intenta a parlare delle sue cose col marito.
Mentre osservo madre e figlia, squilla un secondo cellulare, di un signore che si trova alla mia sinistra. Neanche lui ha pensato di abbassare il volume della suoneria, caso mai potesse dare fastidio alle persone presenti in sala d’attesa… Risponde, dopo tre o quattro secondi, incurante di chi gli sta accanto, che lo osserva e pensa che togliere la suoneria al cellulare nei luoghi pubblici dovrebbe essere innanzitutto una questione di rispetto…
Finite le telefonate, i due tornano in silenzio e rimangono ad osservare il proprio cellulare. Forse leggono i messaggi che hanno ricevuto durante la conversazione, oppure compiono quel gesto istintivo, che accomuna molti di coloro che posseggono un telefonino. Un gesto che sembra mostrare il desiderio intimo di scoprire che qualcuno ti ha cercato, ti ha scritto, ti ha pensato.
Mentre continuo ad osservarli, dimentico del documento che stavo cercando di leggere sul mio iPad, mi chiamano per la visita…

Qualche giorno dopo, neanche a farlo apposta, mi ritrovo a leggere un articolo in cui si parla dell’introduzione delle pagelle online, una recente iniziativa del Ministero dell’Istruzione che vorrebbe rendere così la scuola ancora più al passo coi tempi. Mentre sto leggendo, mi colpiscono le parole di Silvia Vegetti Finzi, psicologa e scrittrice, la quale critica il Ministero per l’adozione di una prassi che, secondo lei, porterebbe inevitabilmente ad “una comunicazione senza presenza fisica”.
E quasi istintivamente mi torna alla mente l’immagine di qualche giorno prima, nella sala d’attesa del medico, dove forse in scena c’era “una presenza fisica senza comunicazione”…

I limiti di Facebook, sms e mail
Insomma, sarà che la comunicazione è sempre più povera oppure che noi uomini non sappiamo o non vogliamo più comunicare “come Dio comanda”; ma sembra proprio che qualcosa non torni nel nostro modo di entrare in relazione con gli altri. Lo stile di vita frenetico e pragmatico a cui ci siamo abituati, unito ad una tecnologia che ci permette addirittura di fare la spesa senza neanche uscire di casa, stanno cambiando profondamente la nostra vita di relazione.

Come potremmo negarlo?
Pensiamo a come comunichiamo sul pc o con il cellulare.
Per quanto possiamo essere animati da buone intenzioni, lo scambio di messaggi avviene sempre attraverso un freddo monitor. Con buona pace delle emozioni trasmesse dal corpo, dal tono della voce, dalle movenze del volto, dagli occhi che quasi mai riescono a nascondere lo stato d’animo autentico di chi ti sta parlando. E neanche quello tuo a chi ti sta ascoltando.
Ci viene facile guardare i lati positivi di tutto ciò che la tecnologia ci mette a disposizione. Diciamocelo chiaramente: poter comunicare un messaggio a dieci persone in un colpo solo, oppure chattare con un ragazzo americano conosciuto l’estate scorsa in vacanza, e ancora, avere tutti o quasi gli amici a portata di click è un privilegio che i nostri padri si sognavano. E di questo non possiamo che ringraziare il Padre eterno, che ci ha fatti vivere in quest’epoca dalle mille risorse.
Eppure ci manca qualcosa. La comunicazione online è rapida e veloce, ma priva di calore umano. Poter leggere al termine dell’sms una simpatica emoticon che ti sorride o che ti strizza l’occhio non ci soddisfa come il sorriso di una persona in carne ed ossa, con la quale magari il giorno prima abbiamo pure litigato, ma che ci trasmette un’emozione unica e irripetibile.
Ma non si tratta solo di questo! Quanto possiamo essere sicuri che dietro quella faccina stampata sul monitor ci sia effettivamente un sentimento di gioia? Quante volte noi stessi, per concludere un messaggio, abbiamo digitato uno smile quando in realtà, il nostro stato d’animo di quel momento era tutt’altro?

Tempo fa leggevo di due ragazzi che si sono lasciati mandandosi un sms. Se ci pensiamo, scrivere alla propria ragazza “tra noi è finita” non ha lo stesso effetto che dirlo davanti a lei, guardandola negli occhi, assumendosi tutto il peso che la fine di una relazione porta con sè. A scriverlo con un messaggio, probabilmente, si soffre di meno. Il prezzo da pagare però, è quello di rimanere incapaci di affrontare le salite che la vita di tanto in tanto ci mette davanti.

Ma torniamo all’uso di internet e prendiamo il caso della mail o, se vogliamo, dei messaggi privati su Facebook. Hanno dalla loro il vantaggio dell’immediatezza e della rapidità con cui si scrivono, si correggono, si inviano e si leggono. Sembrerebbe un passo da gigante rispetto alla tradizionale lettera, antica, lenta e superata. Eppure quest’ultima continua a mantenere un fascino particolare: quando scriviamo una lettera ci soffermiamo a pensare – perché se sbagliamo non possiamo tornare indietro come succede con la tastiera del computer – , la scriviamo lentamente e la rileggiamo prima di piegarla, metterla in busta e spedirla. La lettera ci obbliga a non essere impulsivi. Ci permette di assaporare in maniera unica il desiderio di incontrare, attraverso parole che prendono forma progressivamente, la persona alla quale stiamo scrivendo. Essa ci fa vivere la dimensione del desiderio come nessun altro mezzo di comunicazione. E poi non arriva subito al destinatario: ci costringe ad aspettare i tempi della consegna, finendo per riempire di immaginazione il tempo dell’attesa.

Comunicazione “light” & relazioni povere
Questo modo di interagire con gli altri ci spinge, forse senza rendercene conto, ad avere delle relazioni più fragili e complesse, anche perché aumenta considerevolmente il rischio che possano nascere delle incomprensioni.
Parlando del tempo dell’attesa mi viene in mente di quanto a volte ci complichiamo l’esistenza se una persona non risponde ad un nostro sms o ad una nostra chiamata. Abituati come siamo alla connessione permanente ed alla comunicazione istantanea, la nostra tolleranza all’assenza di risposta rischia di diventare bassissima e dopo pochi minuti inizia l’inquisizione: perché non risponde? Perché non richiama? Non ha visto che lo sto cercando? E non ha ancora letto il mio sms? Non mi vuole rispondere? Dov’è? Che cosa sta facendo?
Verrebbe da ridere, se non fosse che è un’esperienza che forse abbiamo vissuto anche noi…

Nella comunicazione, oggi, tutto viene ridotto all’attimo presente e all’immediato. Forse anche per questo facciamo fatica a vivere la dimensione del futuro, dell’attesa, della speranza, del progetto.
Che fare? E’ inutile pensare di tornare al passato, sarebbe da stupidi e da persone fuori dal mondo. Piuttosto dovremmo cercare di gestire il presente e orientare il futuro verso una dimensione più ricca delle nostre relazioni. Allora sì che renderemo più umano anche ciò che la tecnologia ci mette a disposizione.
Come? Mettendo in gioco le due dimensioni attraverso le quali entriamo in rapporto con gli altri: lo spazio ed il tempo. Lo stare con gli altri e il dedicare loro del tempo: in altre parole, metterci il cuore. È l’unico antidoto alla “comunicazione senza presenza fisica” verso la quale stiamo inesorabilmente avanzando.
Condividere spazio e tempo con chi ci sta accanto, ci permette di assaporare la bellezza della vita vera, quella che ci piace e che ci riempie il cuore, quella che è fatta di sguardi, di abbracci, di contatto umano, di sorrisi, di lacrime, di gioia. Quella che non vorremmo mai cambiare con nient’altro al mondo.
Dopo tutto anche gli ideatori di Facebook lo hanno capito: altrimenti come si spiega il grande successo del tasto “condividi”?

Articolo pubblicato sul numero di novembre di Dimensioni Nuove

Saverio Sgroi

Educatore con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo dei giovani, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono stato il "capitano" fino alla fine del 2016. Poi ho lasciato la barca ai più giovani, con la convinzione che sapranno condurla verso porti sempre più prestigiosi.

  • Ilaria T.

    Per rimanere “in tema”, mi piace e condivido pienamente quello che hai scritto. Spesso mi è capitato di riflettere sulle stesse cose…anche perchè studiando le lingue da anni mi ritrovo ad osservare con più attenzione le comunicazioni che abbiamo con gli altri tutti i giorni…
    Ci stiamo abituando al “tutto e subito” anche nella comunicazione, dimenticando il sottile ma travolgente piacere dell’attesa, vista come una perdita di tempo. Ho scoperto invece che la speranza e l’attesa possono essere dolci compagne di viaggio nella vita di tutti i giorni…e il più delle volte, la migliorano!

    • Saveriosgroi

      Qualche giorno fa ho ricevuto dopo tanto tempo una lettera da uno dei miei amici più cari. Inutile dire che l’attesa ha enormemente aumentato il piacere di leggerlo 🙂

  • Guest

    Qualche giorno fa ho ricevuto dopo tanto tempo una lettera da uno dei miei amici più cari. Inutile dire che l’attesa ha enormemente aumentato il piacere di leggerlo 🙂