Quando una vita vale una pillola

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La osservo picchiettare sulla tastiera del computer, quasi annoiata dietro a quegli enormi occhiali da gufo. Chissà quanti anni deve avere per portarne ancora un paio del genere: negli ultimi tempi è aumentato il consumo delle lenti a contatto. Piccole, poco ingombranti, a basso costo. Un po’ come le nostre vite, schiacciate dal Sistema. Stringo forte la mano di Fabio, mentre mi fanno stendere sul lettino e mi cospargono la pancia di un gel azzurrino, così freddo rispetto alla mia pelle accesa per l’emozione. Finalmente l’avrei visto, il mio bambino. Io e Fabio avevamo fatto tutto per bene, avevamo seguito ogni regola fino all’ultimo. Ci eravamo trovati una buona sistemazione, nonostante i nostri stipendi non fossero molto alti, ed entrambi eravamo riusciti a mantenere il posto di lavoro per un paio d’anni. La fortuna ci aveva assistito: c’erano così tante persone senza lavoro e ogni giorno diventavano sempre di più. I giovani se ne andavano appena ne avevano la possibilità, disposti a qualsiasi avventura nella speranza di avere un futuro. Noi ci pensavamo spesso al futuro, ce lo immaginavamo luminoso e colorato, nonostante la cupezza di quei giorni. Aspettavamo il giorno in cui ci avrebbero dato l’idoneità per diventare genitori. Ora c’eravamo, dopo averlo aspettato per tutto quel tempo.

La donna-gufo mi guarda con attenzione mentre la dottoressa muove l’apparecchio sul mio ventre, proiettando immagini sullo schermo. Il Sistema monitora le gravidanze fin dai primi giorni dopo la fecondazione. Si preoccupa che l’uovo fecondato abbia attecchito e che stia crescendo bene, prescrivendo alla madre delle diete su misura perché il bambino non presenti anomalie. Insomma, si prendono cura del tuo bambino, sanno esattamente come fare per “evitare effetti collaterali”.

«È bellissimo» mi sussurra Fabio stringendomi con tenerezza la mano. Io sono senza parole, quella creatura così piccola è dentro di me e io avrei fatto di tutto per proteggerla. Eravamo talmente rapiti dalle immagini proiettate che ci accorgemmo troppo tardi delle reazioni della dottoressa. Guarda preoccupata la donna-gufo che ha ricominciato a battere freneticamente le dita sulla tastiera, come impazzita.

«Che succede?» chiedo, cercando di non far trapelare il tono preoccupato.

«Qualcosa è andato storto. Il feto presenta delle strane malformazioni che non riusciamo a identificare. Rita, stai controllando gli esiti degli esami?»

«Sì, ed è tutto regolare. Non capisco cosa possa essere successo» borbotta la donna-gufo.

Cala un silenzio assordante, di colpo ho troppo freddo e vorrei alzarmi e scappare via. Fabio tenta invano di decifrare l’espressione della dottoressa.

«Che cos’ha?» chiede alla fine, come se quelle parole gli costassero uno sforzo enorme.

«Non lo sappiamo. Di solito i nostri metodi di prevenzione funzionano nel 99% dei casi, ma a volte possono verificarsi delle mutazioni spontanee, che non siamo ancora in grado di prevedere»

«E ora che succederà?»

«Non vedo molte alternative. Iniziare una terapia d’urto sarebbe oltremodo eccessivo e pericoloso. Opterei per un’espulsione naturale, in seguito inseriremo uno degli embrioni congelati su cui sono stati fatti accurati test»

«Un aborto?» urlo, senza fiato. E una sostituzione di embrione? Io non volevo un altro bambino, volevo il nostro bambino, il bambino che avevamo tanto aspettato.

«Noi non usiamo più quel termine» mi ammonisce la dottoressa «semplicemente lo preserviamo da un’utile sofferenza. Che vita potrebbe avere con il Paese che versa in questo stato di crisi? Per di più con una malattia rara: lei ha idea dei costi che potrebbe avere crescerlo?»

«Lei gliel’ha chiesto se preferirebbe morire piuttosto che vivere, anche se incontrerà molti ostacoli?»

La dottoressa agita una mano per farmi tacere, poi sorride bonaria. «Lei è visibilmente scossa» mi dice, mettendomi in mano una pastiglia colorata. «Questa è per lei. Mi raccomando, la prenda prima del prossimo appuntamento»

Con gli occhi cerco quelli della donna-gufo, lei e i suoi occhiali attempati. Lei lo sa, lei ricorda com’era prima. Lei lo sa che non siamo sempre stati in crisi, che c’era un tempo in cui i soldi non contavano tutto. Lei deve sapere. Ma non mi guarda e mi chiedo se quegli enormi occhiali non siano altro che immensi paraocchi.

Insieme a Fabio mi ero sottoposta a qualsiasi tipo di test ci chiedessero di fare. Ci monitoravano regolarmente per assicurarsi che stessimo mantenendo uno stile di vita corretto e salutare. Negli ultimi anni la scienza aveva fatto passi da gigante e il Sistema aveva assunto il controllo delle nascite. Erano in grado di plasmare gli embrioni a loro piacimento e di curare qualunque mutazione potesse portare ad una malattia. La gente aveva benedetto queste scoperte, in tempo di crisi si faceva già fatica a crescere figli sani. Il tasso di natalità aveva subito un fortissimo ribasso, le persone non vedevano più il domani. Così il Sistema, per smuovere la situazione, aveva preso le redini della procreazione, assicurando alle coppie le migliori condizioni per mettere su famiglia. Era una sorta di rassicurazione, chi non si sarebbe fidato del Sistema? Se il Sistema diceva che eravamo in grado di avere una famiglia, noi ci credevamo. Non tutti lo facevano: una buona parte della popolazione difendeva il diritto alla vita ma erano sempre meno quelli che riuscivano a vedere il mondo a colori, come facevano loro. Anche se il Sistema non ti obbligava a sottostare ai loro metodi, ti persuadeva a farlo. Ti offriva la mela perfetta, geneticamente modificata, disponibile come e quando la desideravi. Magari in quanto al sapore era meglio l’altra, che tuttavia non aveva lo stesso aspetto: era asimmetrica, il colore non era pieno, forse era anche un po’ ammaccata. Però era più buona, ma questo tu non potevi saperlo finché non l’assaggiavi.

Nei giorni che seguirono la visita riflettemmo molto sull’”espulsione”. Mille domande a cui non riuscivamo a dare risposta rimanevano sospese nell’aria, come palloncini che non riescono a raggiungere il cielo. Quali genitori vorrebbero che il loro bambino soffrisse? Ma allo stesso tempo, quali genitori hanno il potere di negargli l’esperienza della vita? «Sono egoista?» diventò il quesito che mi tormentava ogni settimana in cui vedevo crescere sempre di più la mia pancia, a partire dal giorno in cui decidemmo di disfarci della maledetta pillola rosa.

Alla fine la risposta l’ho trovata. È arrivata dopo tre ore di travaglio, quando finalmente il medico mi ha messo in braccio uno gnomo paffuto che mi guardava con due occhi immensi. Mi venne in mente una bellissima espressione per definire la nascita, ovvero vedere la luce. Non l’avevo mai capita veramente ma in quel momento pensai che la speranza risiede in quelle vite appena sbocciate. A differenza di noi, che vediamo tutto nero e buio, loro tendono verso la luce e cercano di afferrarla. In quegli occhi sbalorditi vidi un futuro ancora da scrivere, il cui artefice sarebbe stato solo lui.

A volte fa male vederlo correre verso di me con la sua andatura sbilenca, per dirmi che «da grande voglio fare Bolt». Ma poi lo vedo sorridere quando c’è il sole, ridere quando Fabio gli fa il solletico, rannicchiarsi nel nostro letto dopo un brutto sogno, fare i capricci quando non vuole mangiare la verdura. E mi dico che prima di vedere l’arcobaleno devi sopportare il temporale. Magari il tuo temporale sarà più violento degli altri ma alla fine ti godrai di più la bellezza dell’arcobaleno. L’importante è non smettere di lottare. E poi lo dice anche la canzone: “Wait, before you close the curtain / There’s still another game to play / And life is beautiful that way”.

Federica La Terza

Una fonte inesauribile di idee che sprizzano fuori dalla mia testolina in una cascata di ricci. Ho tre grandi passioni di cui sono certa non riuscirò mai a fare a meno: la lettura, il karate e la pittura. Sono estremamente curiosa e assetata di conoscenza come una bimba nei suoi primi anni di vita. E come i bimbi ho un caratterino mica da ridere…