Quei demoni dentro di noi

0

Inutile nascondersi: nessuno può sfuggire ai propri demoni. Forse perché nessuno può sfuggire alla propria vita, bella o brutta che sia.

Il panorama musicale odierno, si sa, non è più quello di una volta. Se poi pensiamo che persino il papà del blues si è stancato di questa vita e ci ha lasciato orfani, c’è poco da stare sereni. Di grandi geni non ne nascono più, e si fanno sempre più lontani i tempi d’oro di Elvis, Hendrix, Denver, Cobain o Cash. Non si può neanche chiedere a mostri sacri ancora viventi come Springsteen, Dylan o Young di (continuare a) rivoluzionare la musica dei nostri anni: restano grandi, ma hanno già dato. E tanto.

Tra di noi non manca chi, da sempre, si rifugia nel progressive rock o addirittura nel metal alla ricerca di qualcosa che abbia l’aspro sapore della novità. Anche in questo però, ahimè, c’è poco da fare: i Dream Theater assomigliano sempre di più ai Linkin Park, i Blind Guardian hanno dimenticato Tolkien, i Symphony X e i Pain Of Salvation hanno abbassato la cresta (e le corna) di fronte alla sacrosanta esigenza di portare il pane a casa. Grandi capolavori di pochi (si fa per dire) anni fa, così, sono già dei classici. E i classici, in fondo, anche se attuali e in cima alle classifiche, creano uno struggente effetto-nostalgia che non fa bene alle coronarie e al bisogno di rinnovamento.

E allora? Che si fa? Si può restare duri e puri, fedeli ai Pink Floyd o ai Genesis fino alla morte; si possono scrivere tesi di laurea sulle insanabili contraddizioni letterarie nei testi degli Iron Maiden; si possono collezionare tutte le fedeli riproduzioni delle Stratocaster di David Gilmour… oppure si può aprire la mente alla musica “normale”, quella che passano le radio. Lo so, è un compromesso doloroso, ma come abbiamo detto tante volte non tutto è da buttare.

L’esempio che vorrei proporvi non è da ricercare nella discografia dei Radiohead e neanche dei Depeche Mode. Scordatevi Yes e Rush, cancellate dalla memoria gli Uriah Heep e i Black Sabbath. Parliamo di meteore? Forse. Canzoni da videogioco? Chissà. Sta di fatto che non si può ascoltare Demons degli statunitensi Imagine Dragons restando indifferenti: un pezzo intenso, che sconquassa l’anima e ti invita a urlare, a tirare fuori il demone, la bestia che c’è in te.

Niente di ancestrale o esoterico, ovviamente, perché i demoni che abbiamo dentro non sono tanto i nostri lati più oscuri e irrazionali, ma il peso di un’emozione forte, di un episodio che ci ha cambiati, la bellezza (e il dolore) di una vita che può essere simile a quella degli altri, ma prende forma come qualcosa di esclusivo, originale, irripetibile. Non importa quale sia la nostra razza, non possiamo nasconderci e far finta di non essere vivi, di non sentire nulla.

Un pezzo in crescendo che attinge alla sorgente dell’indie rock, con un testo per certi versi fatalista, a tratti oscuro, ma che in fondo presuppone una via di fuga, di salvezza, di redenzione: I can’t escape this now/Unless you show me how. Un testo che, peraltro, è possibile comprendere pienamente grazie al videoclip di lancio del singolo, chiuso da una toccante dedica finale a un giovane e appassionato fan morto di cancro.

Inutile nascondersi: nessuno può sfuggire ai propri demoni. Forse perché nessuno può sfuggire alla propria vita, bella o brutta che sia.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.