Quei posti misteriosi che riempiono il cuore

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Le stazioni ferroviarie sono posti misteriosi.

C’è lo studente che ogni mattina prende il regionale – rigorosamente poco pulito e pieno di valigie (altrui) – per raggiungere la facoltà: è annoiato, lo sguardo di chi quelle fermate intermedie le sente annunciare dalla (odiosa) voce metallica da troppo tempo e di cui si è stancato troppo in fretta; sceso dal treno si guarda la punta delle scarpe mentre cammina, ascoltando musica. Chissà quando riuscirò a prendere il treno del ritorno, pensa, oggi c’è l’ennesimo sciopero del personale.

C’è la bambina di tre anni per la quale è probabilmente la prima volta sul ciuf-ciuf a strisce bianche e blu – lo stesso regionale poco pulito e pieno di valigie: sgranocchia rumorosamente le sue patatine e, ogni volta che si giunge in prossimità di una stazione, ama duettare con il fischio del treno, impedendo a qualunque pendolare dai sani principi di leggere il quotidiano, ripassare per l’esame imminente o scrivere articoli come questo; sfuggita alla madre – e quanto si era raccomandata quella povera donna durante l’intero viaggio! – si catapulta fuori dalla carrozza e inizia a saltellare sul binario in mezzo a decine di ventiquattrore che insieme le sfrecciano davanti al viso, prima che la sua custode riesca a raggiungerla per rimproverarla severamente. Chissà se adesso ne prendiamo un altro di treno, pensa, è stato così divertente.

C’è l’avvocato in carriera che vive in simbiosi con il suo smartphone; già alle 7.42 del lunedì mattina, quando prende il treno – che per lui è meno sporco, potendosi permettere un abbonamento in prima classe -, è al telefono con colleghi e segretari per fissare gli appuntamenti per quella che si profila una frenetica giornata; sceso dal treno, sbuffa per il ritardo e si dirige con passo svelto ma distinto, con la sua ventiquattrore a pochi centimetri dal musino della bambina, verso la fermata degli autobus. Chissà se ce la farò a prendere la coincidenza, pensa, non posso permettermi di arrivare in ritardo in tribunale, sarà l’udienza decisiva.

E c’è la ragazza con la valigia e gli occhi stanchi di chi quel treno regionale – sempre sporco e pieno anche delle sue valigie – lo ha preso ben prima dell’alba, sfoglia un libro, poi si assopisce, sente le esibizioni canore della fanciulla e le telefonate dell’avvocato ma continua a guardare fuori dal finestrino tra la nebbia del mattino; all’annuncio di arrivo al capolinea si alza, prima che tutti gli altri viaggiatori invadano i corridoi, perché vuole essere la prima, la prima a scendere. In un posto arrivi volentieri se qualcuno lì ti sta aspettando e quella ragazza ha qualcuno che la aspetta, pazientemente, al binario tre del piazzale ovest, nonostante i venticinque minuti di ritardo – “ci scusiamo per il disagio” – . Scesa dal treno gli corre incontro e lo abbraccia, con lo zaino pesante sulle spalle e un enorme trolley che la segue. Chissà da quanto non si vedono, pensano i passanti, con l’invidia di chi vede persone innamorate. Li vedono baciarsi e stringersi in quel modo in cui solo chi ha coltivato a lungo un desiderio sa. Le ventiquattrore sfrecciano anche davanti alle loro mani, i ragazzi in gita scorrazzano loro attorno per far patire momenti di inferno alla loro insegnante accompagnatrice, gli studenti universitari continuano a guardarsi le scarpe e a dirigersi in fretta verso le loro facoltà. Ma i due innamorati sono lì, in una sporca stazione che ora è diventata un giardino, fuori da un treno regionale – che è ancora sporco ma deserto – che è stata la più lucente delle carrozze regali.

Al binario a fianco è in partenza il treno ad alta velocità e due giovani si tengono per mano, come fosse l’ultima volta, come se quel saluto fosse per sempre. Nei film hanno visto amanti correre lungo il treno per vedere dal finestrino il volto delle amate, e hanno visto le amate piangere e voltarsi indietro come se la corsa di un treno che sta accelerando si potesse fermare con uno sguardo traboccante di lacrime. Quello è il loro film ma il fischio del controllore e la voce metallica (più odiosa che mai) stanno loro intimando di separarsi. Chissà quando si rivedranno, pensano le coppie sullo stesso binario, magari in partenza per una vacanza insieme. E si tengono per mano, gli altri, più forte.

Tutti loro, nella stessa stazione ferroviaria, con i piccioni che svolazzano, i pendolari in ritardo perenne, i treni regionali diversamente puliti e stipati di bagagli. Sono quel posto misterioso che riempie il cuore. Delle gioie e delle nostalgie degli altri, dei “chissà” propri e altrui, dei “finalmente” e degli “arrivederci”. Perché ogni viaggio è un’andata e un ritorno, una partenza e un arrivo.

Sono il posto dell’attesa e del desiderio.

Mi piace scrivere e leggere tutto ciò che stuzzica la mia curiosità, motivo per cui ho deciso di studiare Fisica. Amo la musica, in particolare quella classica: suono il pianoforte e canto come soprano in un coro da camera.

  • Ilaria T.

    Che bello!…tempo fa avevo scritto delle riflessioni molto simili sulle Stazioni Ferroviarie…penso siano dei posti davvero “speciali”…forse perché ho vissuto anche io quello che racconti!