Quel che resta della scuola

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Cammino lentamente verso l’uscita, sfiorando i banchi, primo giorno di scuola dell’ultimo anno. Chiudo gli occhi e lascio che da quei banchi e da quelle pareti  rinascano le storie di chi vi ha vissuto, per cinque anni. Lascio che da quelle mura escano i ragazzi che siamo stati, da quelle stesse mura da cui ora noi usciamo uomini. Ci sono istanti in cui la vita ti passa negli occhi, non davanti agli occhi, ma dentro. Le pupille diventano celluloide in cui il passato corre veloce.

Ultimo anno, di quei famosi cinque, mi siedo in un banco e le mie mani lo stringono, come a volerne diventare parte. Il mio cuore batte più veloce, quanti battiti in quelle mura. E cosa resterà di quei battiti? Quali istanti mi scorreranno ancora negli occhi? Tra dieci anni ricorderò ancora la vita di D’Annunzio? Ricorderò cos’è il rapporto aureo? Il V canto della Divina Commedia? Non lo so. So però che D’Annunzio per me sarà sempre “La pioggia nel pineto”, sarà profumo di salsedine e ombre di cipressi, sarà la voce della mia professoressa mentre legge quella poesia. So che il rapporto aureo sarà la ricerca della bellezza, sarà il Partenone, saranno gli occhi della professoressa di matematica , occhi che credono, occhi che sperano. So che il V canto sarà l’amore, sarà il fremito dell’anima.

Ecco, questo è quello che rimarrà, sempre. Questo sarà il mio ricordo della scuola.  Di quei cinque anni che mi hanno reso pronto, pronto per vivere. Capace di dare risposte alle domande che la vita mi farà. Perché questo la scuola deve fare, aiutare a vivere, a crescere. Creare uomini e donne ai quali abbia davvero insegnato, abbia davvero indicato la strada da seguire, abbia mostrato ciò che della vita amano. Perché, come dice Alessandro D’Avenia, i professori professano, e si professa solo ciò in cui si crede, solo ciò che si ama davvero; e la scuola insegna, la scuola che non è un luogo, che non è solo un’istituzione, la scuola che è anche le vite di uomini e donne che credono in ciò che fanno, che è anche la voce della mia professoressa d’italiano, quella voce che mai scorderò, che è anche gli occhi della mia professoressa di matematica, quegli occhi che in noi vedono il futuro e danno la vita per aiutarci ad esserlo davvero.

Articolo di Giacomo Tamborini

Cogitoetvolo