Quel disprezzo che bruciò milioni di vite

0

Ci sono giornate in cui tutto l’odio e la sofferenza del mondo si condensano in un minuto di silenzio. Quei secondi, in cui non si riescono a trovare parole adeguate, si caricano di un peso così gravoso da togliere il fiato. Attimi in cui non si può fingere di non vedere, perchè quell’atomo opaco del male ha assunto dimensioni così vertiginose da inglobarci tutti quanti in una coltre impossibile da dissipare.

Per alcuni queste giornate, come quella della Memoria, somigliano a scadenze che ritornano ogni anno, a cui si finisce per abituarsi a tal punto da lasciarle passare dimenticandosi della loro esistenza. Per molti ragazzi soprattutto assumono i contorni di un ricordo forzato, a cui si vedono costretti dai loro professori a prendere parte. Pochi si fermano a pensare a quale sia il vero oggetto del ricordo, che va al di là delle migliaia di persone sterminate. É il ricordo di un’ingiustizia di cui l’umanità si è resa complice, di un atteggiamento malvagio che trova le sue radici nelle profondità della nostra natura, che ci accompagna dalla notte dei tempi e non ci abbandonerà mai. Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo, scriveva Primo Levi. Auschwitz rivive ogni volta che lasciamo che a vincere sia l’egoismo, ritenendo che le nostre ideologie valgano più della libertà di un essere umano. É con noi quando voltiamo le spalle alla sofferenza altrui, crogiolandoci nel calore delle nostre tiepide case. É in quella mano che non tendiamo, in quell’ingiustizia a cui non ci opponiamo, in quel ragazzo che deridiamo.

L’Olocausto è la dimostrazione di come si possa arrivare a disprezzare un essere umano a tal punto da provare il bisogno di annichilirlo e arrogarsene il diritto. Con l’idea che distruggendolo, lo si sarebbe anche cancellato dalla storia. E purtroppo per molti è così: quei morti si nascondono dietro alle cifre, come se davvero fossero stati solo carne da macello. Ma un uomo non è un numero. Un numero non contiene le gioie, i dolori, le emozioni che ci rendono completamente vivi. Non può descrivere lo sguardo di un bambino che vede portarsi via la famiglia, senza avere le capacità di darsi una spiegazione razionale. Non è in grado di farci capire cosa significhi trovarsi in un reale Inferno.

Ricordarli in quanto uomini come noi, che come tutti noi hanno amato, riso, sofferto, pianto, urlato di gioia e di dolore, ci dà la possibilità di riflettere. Di considerare se possono essere chiamati “uomini” quelli che guardano morire migliaia dei loro simili. Quelli che in fondo fanno soltanto ciò che è stato loro ordinato, obbedendo senza opporre resistenza. Come se bastasse raccontarsi di essere nel giusto per essere sicuri di non commettere errori.

Federica La Terza

Una fonte inesauribile di idee che sprizzano fuori dalla mia testolina in una cascata di ricci. Ho tre grandi passioni di cui sono certa non riuscirò mai a fare a meno: la lettura, il karate e la pittura. Sono estremamente curiosa e assetata di conoscenza come una bimba nei suoi primi anni di vita. E come i bimbi ho un caratterino mica da ridere…