Quel “gap” tra moda e ossessione

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Il Thigh-Gap non è un numero da calcio freestyle, né un cantone della nota città provenzale. In realtà dalle parti delle Hautes-Alpes lo chiamano “espace entres le cuisses”, mentre in Italia si tende come sempre ad assimilare il termine anglofono. Si tratta di una moda diffusasi come un virus, web e televisione le vie di diffusione. Ma stavolta non ci troviamo di fronte ad una semplice tendenza, le cui conseguenze si limitano ad un rinnovo repentino degli scaffali dei negozi e a qualche capriccio di troppo. Il Thigh-Gap rischia di diventare uno stile di vita, un obiettivo da raggiungere a costo di sacrificare la propria salute in nome di quel “varco tra le cosce” che rappresenta un nuovo canone di bellezza femminile. Niente più novanta-sessanta-novanta, i centimetri che contano sono quelli che separano una gamba dall’altra. Nessun punto di contatto al di sopra dei piedi, nemmeno dove sarebbe più naturale, vale a dire all’altezza delle ginocchia.

Su Internet compaiono i trucchi più disparati per ottenere quel tanto sospirato varco, dalle solite diete miracolose a rimedi drastici come bere litri di acqua al giorno per non sentire i morsi della fame. Così il piccolo spazio diventa una porta di servizio per l’anoressia, passando attraverso un’ossessione verso quello che fino a pochi anni fa era considerato alla stregua di un difetto da correggere. Vallo a spiegare alle aspiranti modelle che si tratta perlopiù di una questione di morfologia, dovuta ad un bacino più largo e non ad una formula segreta che le cultrici del Thigh-Gap ricercano come se fosse il Sacro Graal. Ma non si tratta solo di una debilitante sfida con sé stesse, in quanto il terreno della competizione sono i social network. Le armi, fotografie di gambe tese e magre come arbusti secchi che vengono sfoderate. Inutile dire che maggiore è la porzione di sfondo che si riesce a scorgere tra le cosce, meglio è. L’elemento inquietante è la grande influenza da parte dell’opinione mediatica che le “addicter” subiscono, quella mistificazione della bellezza genuina quanto una sagoma di cartone.

Forse la vera ossessione è quella di dare un’unità di misura ad ogni cosa, in un mondo in cui persino l’intelligenza e gli applausi sono definiti con matematica precisione da psicologi e showman. Ma assegnare un numero all’armonia fisica è impossibile: sarà per questo che la ricerca di nuovi modelli da imitare ci perseguita dai tempi di Fidia, inducendoci a trovare forme sempre più lontane dalla realtà rappresentate da taglie scheletriche e tacche nere su un metro da sartoria. La grazia è la luce del sole riflessa dalle iridi degli occhi in un giorno d’agosto, il lieve rossore che colora le guance pallide al calore di un camino nelle notti invernali. La bellezza è un gioco di colori, odori e sensazioni; non una equazione tra centimetri, litri d’acqua e chilogrammi su una bilancia. Perché la gioia si sprigiona nell’atto dell’abbracciare e nel contatto con la pelle morbida, non stringendo a sé un mucchio d’ossa su cui è stato gettato un telo grinzoso color carne. Difficile da capire, quando il massimo del coraggio anticonformista consiste nell’aforisma La curva più bella di una donna è il suo sorriso, ripetuto a tal punto da diventare profondo quanto una televendita di bigiotteria. Lasciate perdere, adoratrici di Claudia Schiffer, la ricerca della perfezione plastica. Non la troverete tra le mani di un chirurgo, né nel riflesso di uno specchio. Cercatela piuttosto in un neo, una cicatrice sulla pelle o un dente non allineato. Lo sanno bene i numismatici, che la moneta recante un’imperfezione vale mille volte l’immacolato originale. La vera bellezza, quella dell’anima, non va in passerella.

Cresciuto a pane, Rowling e Topolino, grazie ai libri di Beppe Severgnini ho scoperto la mia grande passione, il giornalismo. Trascorsi nove duri mesi di scuola alle prese con Euripide e Cicerone, durante l'estate collaboro con diverse testate e scrivo racconti. Amo i libri di Stephen King, la saga di Rocky e soprattutto il rock. I miei sogni? Non hanno limiti. Se è vero che, come cantano gli Europe, siamo tutti prigionieri in Paradiso, allora sognare è il modo per liberarci. Che stiamo aspettando? C'è tutto il Paradiso che ci attende! Cell.: 3317181577 Città: Caltagirone (CT) Blog: prigionierinparadiso.blogspot.it

  • Federicaa

    Bravissimo, Samuel!!
    Il problema della nostra società è che l’individuo non viene riconosciuto per la sua diversità, specificità e unicità. Non siamo più in grado di guardarci dentro, anzi abbiamo paura di farlo sia con gli altri che con noi stessi. Continuiamo a ridurre il concetto di bellezza a rigidi canoni assurdi, fenomeno su cui poi il settore della moda sa giocare benissimo. E finiamo inevitabilmente per credere che un involucro meraviglioso contenga un regalo altrettanto meraviglioso. Anzichè lavorare su quello che abbiamo dentro, ci affanniamo a volerci continuamente correggere dal di fuori.

  • Saveriosgroi

    “Nella società impersonale la percezione di sé stessi, della propria identità in rapporto con gli altri è insicura, poggia su fragilissime basi. Il corpo diventa allora il campo di costruzione dell’identità.”
    Lo leggevo ieri in un interessantissimo documento del CENSIS che analizza i problemi della società impersonale, in cui viviamo ormai da alcuni anni