Quello che le donne non vogliono sentirsi dire

0

ATTENZIONE, QUELLO CHE LEGGERETE NON VI PIACERÀ. CHIAMATE UN AVVOCATO, UN MEDICO. PRENDETE I SALI. APRITE LE FINESTRE.

Un altro ottomarzo, il ventesimo della mia vita. Li ho vissuti con gradazioni differenti di consapevolezza, utilizzando tutto lo spettro emotivo esistente: da “la festa della donna dev’essere ogni giorno” a “è una convenzione per nascondere che la festa dell’uomo è nei 364 successivi” a “siamo coosìììì dolcemente complicate” a “portami delle rose, nuove cose, e ti dirò ancora un altro no“.

Chissà, magari domani mi diranno che si celebra quella fetta di popolazione mondiale che porta il 36 di piede e mi regaleranno una calamita a forma di sandalo da mettere sul frigo, nell’indignazione di chi porta il 46 e non solo non trova mai il suo numero nei negozi di scarpe ma non ha neanche un giorno dedito. Ingiustizia!

Scherzi a parte, quest’articolo mi è stato richiesto. Non è colpa mia. Sulla festa della donna non c’è più nulla da dire, l’abbiamo spremuta come un limone nel bene e nel male, sviscerandone i significati più banali e quelli meno modaioli. Ci rimane solo un aspetto da osservare, ma ci teniamo alla larga dal portarlo alla luce: quello che le donne non vogliono sentirsi dire.

ATTENZIONE, QUELLO CHE LEGGERETE NON VI PIACERÀ. CHIAMATE UN AVVOCATO, UN MEDICO. PRENDETE I SALI. APRITE LE FINESTRE.

1) Boom: la misantropia l’abbiamo inventata noi donne. La rinnoviamo ogni giorno dando della prostituta a quella collega di lavoro insopportabile, come se una prostituta non fosse una donna come noi, anzi, messa peggio di noi, perché a differenza nostra viene stuprata ogni giorno da sconosciuti, volente o nolente, per mantenersi o perché le va bene vivere così. Molto maturo da parte nostra metterla sullo stesso piano di qualcuno che ci fa semplicemente antipatia.

2) “Guarda come parcheggia: si vede che è femmina!”. Che abominio discriminatorio! E dire che l’ho sentito provenire soprattutto da bocche dotate di doppio cromosoma X. Quando a queste gentili donzelle ho fatto notare che il pericolo costante di cui si stavano lamentando era una donzella gentile esattamente come loro mi è stato risposto: Vabbè, che c’entra, io guido bene.

3) “Ma come ti vesti?!”. In un’intervista ad un boss della moda questo venne interrogato su come si decidesse quali fossero le tendenze dell’anno, ovvero su come un capo diventasse splendido ed un altro, del tutto improvvisamente, tremendo. Lui rispose, con un paio di occhi folli che non dimenticherò mai, che queste cose vanno a caso. Esattamente a caso. Il resto lo fanno le chiacchiere della gente, il suo senso di inadeguatezza. La nostra, diciamolo pure, civetteria, che ci è stata contagiata e che abbiamo trasmesso anche agli uomini, i quali adesso hanno imparato a guardare le donne con lo stesso rigido giudizio estetico. E poi riempiamo facebook di post su quanto l’aria dandy e acculturata che mostriamo dovrebbe riscuotere successo più del nostro aspetto fisico.

4) “Le vere donne”. Quest’espressione suscita in me un riso amaro ed un profondo sconforto. Ancora una volta stiamo mettendo uno spartiacque tra esseri umani, basandoci, in questo caso, sulla presunta autenticità di uno rispetto ad un altro. Attribuendoci il marchio di verità stiamo dicendo che esistono donne che sono un po’ meno donne delle altre, gente che, guarda caso, ha abitudini diverse dalle nostre. Inciampiamo sempre sullo stereotipo di tipo sociale, sessuale, per poi librarci in romantici discorsi sul rispetto e sulla non-violenza. Con le nostre parole generiamo un universo di concorrenze e rancori in cui stravince il modello ventesimo secolo: donna eterosessuale, curata, dedita alla famiglia, con un abbozzo di carriera non troppo prepotente rispetto alla sua vita privata, socievole ma anche misteriosa, impertinente, cocciuta. Ah, e i capelli non troppo corti, sennò sono “a maschio”. Il maschio è il nemico immaginario in cui incarniamo una brutalità che non sta bene addosso alle creaturine amorevoli in cui ci impersoniamo.

Ancora un ottomarzo, e ancora l’ottomarzo è una festa di sole donne. Il ruolo degli uomini, quando se lo ricordano, è portarci un povero fiore giallo morto, possibilmente rubato da quegli alberi che pendono sulla strada e venduto su questi banchetti improvvisati sui marciapiedi.

Mi chiedo a quale ottomarzo della mia vita la società intera sarà arrivata ad un’uguaglianza sensata tra i sessi, che non si metta a discutere i diritti di nessuno. Il giorno in cui ci sarà qualcuno che alle medie porti come tesina “L’uomo” accanto al solito “La donna” nell’Ottocento o Novecento.

Il giorno in cui la solidarietà femminile abolirà per prima i termini sessisti, e anziché dare un giudizio darà, se può, una mano. Il giorno in cui un uomo che contrae rapporti sessuali con più donne non sarà un figo, o quantomeno lo sarà quanto una donna che contragga rapporti sessuali con più uomini.

Il giorno in cui smetteremo di inventarci questo mondo rosa pallido ed irraggiungibile in cui ci nascondiamo per escludere i maschi di casa dalle faccende di cui non sanno occuparsi, e al posto di lamentarcene gliele insegneremo. Quando non dovremo più sorprenderci di un uomo che fa il bucato perché sarà scontato che come noi lo faccia, quando non faremo pesare a nessuno – di qualsiasi orientamento sessuale – di essere com’è, quando smetteremo di pretendere di avere un’opinione su tutto e ci arrenderemo alla natura fragile ed incerta che caratterizza nel profondo ogni essere umano.

Quando questo accadrà, e chissà che non accada proprio un ottomarzo, avremo seri ed indiscutibili motivi per festeggiare.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.