Questo (non) è Art Attack

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Questo non è Art Attack, e continuerà a non esserlo finché guarderemo un quadro con le iridi a forma di dollaro.

Tubetti di colore a dimensione umana, matite alte due metri, temperini  come sgabelli ed immensi barattoli traboccanti di vernice sparsi per lo studio. Poi arrivava l’occhialuto conduttore dalla maglietta rossa e recitava la sua solita, incoraggiante battuta: “Ciao, ragazzi, e benvenuti ad Art Attack, il grande programma sull’arte che vi dimostra che non bisogna essere grandi artisti per fare arte.

Il bambino davanti allo schermo toccava il cielo con un pennello.

E allora iniziamo subito!”.
Yeeeeah. Il bambino correva a prendere l’occorrente (che forse si chiama così perché il messaggio implicito è “oh, correte a prenderlo”).
Servono solo carta di giornale, nastro biadesivo, colla vinilica e due scatole di cartone“.

Corri, bimbo, corri! L’inventario non è semplice come sembra: il giornale di papà è un sacrosanto monumento alla cronaca e non si può sfiorare con le dita, figuriamoci con le forbici; mamma concede una sua vecchia rivista plastificata, che non è l’ideale. E al posto del biadesivo andrà bene lo scotch da imballaggio? E’ nocivo il baratto tra vinilica e stick? Che ci fa se le scatole sono di latta? Poco male: Muciaccia ha detto che basta essere piccoli artisti.

Fatto?

No, Giovanni, non hai capito: questo non è un atelier, è un campo di battaglia! Un colloso grumo di spazzatura! Niente grandi artisti, eh? E allora perché esci da sotto il bancone lavoretti già pronti realizzati da mani più anziane e ferme delle tue? Tu tracci linee, io scavo tunnel; tu mostri capolavori, io accartoccio.

E intanto il pomeriggio successivo quel bambino inciampava nuovamente sulle sue incapacità artistiche. Tra vent’anni avrebbe rivalutato i propri sforzi interrogandosi sotto il faretto di una galleria.

Questo non è Art Attack. L’arte è un argomento elitario, lo spauracchio degli acculturati, arte si abbina al vanto del vino o della musica, è un ammiccante Io lo so. Arte si venderà forse all’asta per fare soldi al comune, perché Venezia sta affondando nei suoi debiti e Klimt e Chagall sono salvagenti pregiati; lo stesso Sgarbi afferma “Nessuno va a Venezia per vedere Klimt e dovendo scegliere fra Venezia e Klimt, è meglio che muoia Klimt”. Una morte da duecento milioni di euro: un’eredità che rende ridicolo il pianto, no?

Ma dov’è la colla, dov’è la rivista della mamma? E dov’è il creare, e dov’è il capire, il guardarsi attorno reclutando ogni cosa come un possibile prodigio? Dov’è la passione di chi, consumato dai suoi stessi tentativi, si sforza di comprendere quegli altrui? Le mani impastate, gli occhi impastati, riesce ancora a dire: che bello.

Questo non è Art Attack, e continuerà a non esserlo finché guarderemo un quadro con le iridi a forma di dollaro. Fin quando non ci accorgeremo che arte è l’inginocchiarsi dell’anima al cospetto della sua stessa meraviglia.

“Fatto?”
Fatto.
“Questo-è-Art-Attack.”

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.