Rainews contro la “Hollywood del terrore”

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Una decisione interessante e contro-corrente, quella di Rainews: Monica Maggioni, la direttrice della rete, ha comunicato la scelta di non trasmettere più i video dell’Isis, dopo un lungo dibattito all’interno della direzione, e dopo le grandi difficoltà che ogni video ha comportato in merito all’opportunità del mostrare al pubblico tali orrori.
«Vedete, ormai l’Isis si è trasformato in una sorta di Hollywood del terrore. – ha detto la direttrice – I loro filmati sono studiati. Ogni comunicato viene fatto con una regia sapiente. Noi non vogliamo diventare parte della loro propaganda». È innegabile che ognuno di quei filmati sia un inno alla crudeltà; l’intento di chi monta quelle riprese non è suscitare pietà, ma osannare la violenza, incutere terrore facendo leva su una crudeltà “spettacolare”. È proprio di questo che si tratta: di una spettacolarizzazione della crudeltà. Ognuno di quei video assomiglia ad un cortometraggio, diretto a colpire lo spettatore. Mancano solo gli effetti speciali, a quelli ci pensa già la sceneggiatura, cruda e violenta. Di questo si è accorta la direzione di Rainews che ha preso una decisione, a mio avviso, del tutto condivisibile: a cosa serve mostrare quei video, se non a partecipare a quella “macchina della propaganda” di cui parla la Maggioni, che è una delle forze più invasive del terrorismo in atto? A cosa serve, una volta che gli orrori che si stanno consumando sono ormai noti a tutti, fare da “cassa di risonanza mediatica”?

«Noi abbiamo deciso di fermarci oggi – ha detto la direttrice – anche perché ci chiediamo dove arriveranno. Avete sentito oggi la notizia dei cento rapiti nella zona di Tikrit, in cui ci sarebbero anche dei bambini? Allora, che cosa dobbiamo aspettare, di vedere i bambini nelle gabbie, per fermarci?». Fermarsi, però, non significa venire meno a quel dovere di informazione di cui ogni giornalista ha fatto la sua ragione di vita: Rai news continuerà a mostrare “un fermo-fotogramma, una foto”. E continuerà a raccontare, a spiegare i messaggi dell’Isis. «Ma lo faremo da giornalisti – dice la Maggioni – mettendoci noi a metà tra loro, la loro propaganda, e voi. Pensiamo che in fondo il lavoro del giornalista sia anche questo». Il giornalista, del resto, non è colui che assiste passivamente alla realtà e la racconta. È anche colui che la interpreta, che con senso critico si pone delle domande, e che è in grado di fornire valide chiavi di lettura degli eventi ai lettori. Ciò non vuol dire che il lettore si meriti una verità edulcorata, né tantomeno falsata, ma vuol dire capire dove finisce l’informazione e dove inizia la speculazione sulla sensibilità di un osservatore.  «Per chi fa televisione – continua la direttrice – è complicato immaginare di dire: questa cosa non la si vede. Però è venuto il momento di dire: questa cosa non la si vede. Ed è venuto il momento di utilizzare gli strumenti che abbiamo, la nostra intelligenza, i valori democratici, il saper vivere insieme, per capire qual è il limite al quale anche noi decidiamo di attenerci». Queste parole sono quelle per le quali, da ragazza, da ascoltatrice, mi sento di ringraziare maggiormente la direttrice: è confortante, in una situazione in cui sembra di essere sull’orlo di un conflitto che nessuno può desiderare, ricordare che la nostra civiltà contempla dei valori democratici, si fonda su un’intelligenza che sa decidere quali “limiti” sia opportuno osservare per strutturare la convivenza pacifica; quella stessa convivenza per la quale abbiamo tanto lottato in passato, della quale abbiamo dimostrato di essere capaci, e per la quale lotteremo.

Rossella Angirillo

Laureata in Giurisprudenza, ho sempre affrontato la vita con intraprendenza e determinazione: è difficile distogliermi da un mio obiettivo e non mi spaventano le nuove sfide. Tra codici e sentenze, nel tempo libero accontento la mia parte sognatrice: sono molto riflessiva, e mi piace affidare alla scrittura tutti i miei pensieri.