Reale, più del reale

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“Nel futuro, ognuno sarà famoso per 15 minuti”: era il 1968 quando Andy Warhol lanciò la sua celebre predizione. La cultura pop era ancora ai suoi inizi: da allora, però, non si è più fermata. Per molti decenni, la macchina dello spettacolo ha continuato a creare e a distruggere miti e mode, in una successione di corpi e visi sempre più frenetica. Ogni cosa, dallo sport all’arte alla politica, ha smesso di essere fine a se stessa ed è diventata un mezzo per arrivare al successo sociale, cioè la celebrità. Ci si chiese dove si sarebbe arrivati: il film “The Truman Show” seppe immaginare un “reality show” estremo, in cui lo spettacolo era la vita stessa. Ma se gli anni Novanta hanno rappresentato il culmine di questa corsa edonistica e disperata, è solo nel Ventunesimo secolo che la profezia di Warhol sembra vicina a realizzarsi.

Più che il cinema o la televisione, infatti, è stato Internet il mediumche ha avvicinato ognuno di noi ai suoi doverosi quindici minuti. Nella rete, ognuno può trovare uno spazio largo e comodo dove lasciare le proprie opinioni, le proprie foto, i propri video. I social network portano agli estremi questa logica, perché ci consentono di mettere in vetrina persino la nostra vita. O meglio, ci consentono di selezionare le sue parti più interessanti, glissare su quelle mediocri, dare un’immagine scintillante di se stessi. Possiamo recitare la parte che preferiamo: tanto, lo fanno tutti.

Quando si parla della maschera che portiamo quotidianamente, non possiamo non ricordare l’opera di Luigi Pirandello. I suoi eroi, primo fra tutti Mattia Pascal, vivono con sofferenza le loro relazioni con gli altri. Scoprono tutti di essere visti come qualcosa che non sono: la famiglia e la società li costringono a indossare una maschera e a recitare una parte. Allora loro cercano di sfuggire alla trappola della quotidianità, di demolire il ruolo che è stato loro imposto e di tornare liberi e vivi. Inutilmente: i loro tentativi falliscono, oppure vengono considerati sintomi di pazzia.

Il film Birdman, recente vincitore degli Oscar, ci offre un altro spaccato, più moderno, su queste problematiche. Il protagonista è un attore che aveva raggiunto il successo con una serie di film commerciali, interpretando il supereroe Birdman. Ora vuole rinnegare quel successo effimero, che non lo rappresenta, e cercare di affermarsi a Broadway come attore impegnato. Ma il grande pubblico lo ricorda ancora come Birdman, lo acclama, vuole lo spettacolo e lo scandalo. Quel ruolo lo tormenta sempre, in una serie di situazioni grottesche, degne d’un romanzo pirandelliano, alle quali lui inutilmente si ribella. Per esempio, durante un’anteprima dello spettacolo si chiude fuori dal teatro per sbaglio. È in mutande, e per raggiungere l’ingresso principale deve attraversare una Times Square affollatissima. È costretto ad entrare in scena dal fondo della sala, e ad improvvisare. Migliaia di telefonini l’hanno appena ripreso mentre correva seminudo nella folla: è ormai famosissimo su Internet, ma come qualcuno che non è lui. Eppure la figlia, che gli mostra i video, gli dice anche: “Questo è il potere”. Ormai a nessuno importa della realtà: è la sua rappresentazione quella che conta.

Siamo dunque costretti ad accettare questa verità? Io voglio credere di no. Voglio credere che ognuno di noi possa, quotidianamente, ribellarsi alla dittatura delle immagini. È necessario imparare ad andare oltre l’apparenza: non fermarsi più alla superficie, ma scendere nel profondo delle cose.

E naturalmente, nessuno può farcela in 15 minuti.

Articolo scritto da Michele Da Re

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