Reggae e Kippah

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Il reggae, un genere musicale che molti credevano morto l’11 maggio del 1981 (giorno della morte del mai troppo compianto Bob Marley), torna a vivere oggi con un artista piuttosto peculiare e già amato dal pubblico di mezzo mondo. Il suo nome è Matthew Paul Miller, in arte Matisyahu, classe 1979, statunitense di origini ebraiche. E’ lui uno degli inventori del cd. Hasidic Reggae, genere che fonde la migliore tradizione della musica reggae alla Torah.

Moltissimi testi di questo artista sono infatti basati sull’Antico Testamento, e sono volti alla promozione di una cultura di pace e fratellanza. Ma chi è Matisyahu? Mattew esordisce nella società come un ragazzo sbandato, un hippie che già a quattordici anni reagisce alla ferrea educazione dei genitori (ebrei ortodossi) facendo uso di droghe pesanti. La scuola ebraica gli sta stretta, non è sicuramente il posto per uno come lui. A sedici anni però, ecco i primi sintomi del cambiamento. Durante il suo primo viaggio in Israele, Matt capisce che la sua vita sta prendendo una brutta piega e comincia ad avere contatti con la religione ebraica ortodossa, fino alla definitiva conversione nel 2001 sotto la guida di un rabbino di Manhattan.

Ecco la svolta. Cambia il suo nome nella versione ebraica Matisyahu, studia con ardore la propria religione e comincia a maturare le prime esperienze musicali. Il risultato è entusiasmante perché Matt sa miscelare bene vari generi (prendendo come fonti di ispirazione non solo Marley, ma anche Grateful Dead e Allman Brothers) e scrive dei testi stupendi. L’esempio di questa grande maturità stilistica è One Day, canzone contenuta nell’album “The Light” (2009), sintesi perfetta della sua originalità e dei suoi valori. La canzone non è esattamente ciò che ci si aspetta da un artista reggae, cioè la copia speculare di Bob Marley o Peter Tosh, bensì una sorta di preghiera ritmata contaminata di modernità e inventiva. Il testo è di una positività disarmante e commovente.

“A volte sto disteso sotto la luna e ringrazio Dio per il mio respiro/ e allora Lo prego di non prendermi con sè troppo presto/ perché sono qui per una ragione/ A volte affogo nelle lacrime, ma non permetto che mi abbattano mai/ e così, quando la negatività mi circonda/ so che un giorno tutto volgerà al meglio perché/ tutta la mia vita ho aspettato, ho pregato/ perché la gente dicesse che non vogliamo più combattere/ che non ci saranno più guerre/ e che i nostri bambini giocheranno un giorno./ Non si tratta di vincere o di perdere/ perché tutti perdiamo quando si nutrono le anime con sangue innocente […] In questa vita puoi perdere la strada/ potrebbe farti impazzire/ ma non lasciare che questo ti metta fuori gioco […] Un giorno tutto questo cambierà/ trattate le persone in modo eguale/ smettetela con la violenza e l’odio/ Un giorno saremo tutti liberi e orgogliosi/ di stare sotto lo stesso sole/ cantando canzoni di libertà.”

Nonostante la bravura e la sensibilità di questo artista siano ormai palesi nel mondo della musica, le polemiche non mancano, e sarebbe strano se così non fosse. Si accusa Matisyahu di essere un opportunista, di aver lasciato la sua casa discografica originaria no-profit (la Jdub) per un contratto più prestigioso con la Sony, di essere un estremista che non stringe la mano alle donne (ad una giornalista per l’esattezza), di non suonare mai il sabato, di aver rifiutato un duetto con Shakira perché le donne non possono suonare in pubblico secondo il suo credo, di non indossare gli abiti tipici dei “reggaettari”, bensì abiti sobri come una semplice giacca e una camicia, e infine di tenere la barba molto lunga e la kippah, come previsto dalla sua cultura religiosa.

Non credo sia opportuno giudicare un artista per le sue convinzioni religiose, anche se peculiari, così come non spetta a noi decidere se Matisyahu sia in buona fede o abbia trovato un bel modo per fare soldi. Il fatto, comunque, che abbia rifiutato di commemorare la Pasqua ebraica con Madonna gli fa onore, essendo segno di serietà e di sincerità (niente da rimproverare alla Ciccone, ma non credo lei sia esattamente una osservante esemplare della religione ebraica). Ciò che conta per noi è la sua storia, esempio per chi è alla ricerca di se stesso. E la sua musica, ovviamente.

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Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.