Ridateci le ali. Torneremo a volare

0

Ridateci le ali e torneremo a volare. Questo è il grido degli aquilani, questo è il grido di una città distrutta.

Sono un volontario della Croce Rossa Italiana e come tanti sono stato all’Aquila a dare il mio contributo a questa gente. Alcuni giorni dopo la calamità, mi hanno avvisato che la Croce Rossa stava organizzando in Sicilia un gruppo per partire in Abruzzo per 10 giorni (tempo massimo stabilito da alcuni psicologi per evitare che il volontario esca vittima dello stress). Subito non ho perso tempo a dare la mia disponibilità anche se non sapevo cosa mi aspettasse; così, spinto dalla voglia di aiutare quelle persone che, non per colpa loro, stavano vivendo un lungo e inquietante incubo, sono partito con il gruppo organizzato.

Dopo un lungo e faticoso viaggio, siamo giunti curiosi e volenterosi alle porte della città aquilana dove in un manifesto leggevamo: “Ridateci le ali. Torneremo a volare”. Poco dopo la nostra attenzione veniva catturata da altre parole incise su un muro: “Siamo scossi, ma non molleremo mai”. Parole di speranza, voglia di ricominciare, di ritornare a volare.

Queste parole ci hanno dato forza e coraggio, e siamo andati avanti con più carica ma c’erano solo case “segnate” dal terremoto, macerie su macerie, una città senza abitanti.  Il terremoto aveva colpito tutti e tutto, l’aveva fatta grossa!

Finalmente siamo arrivati al Campo Base perché per operare nel luogo dovevamo essere registrati e divisi in gruppi di lavoro per poi essere destinati nei vari campi allestiti. L’entusiasmo cresceva sempre di più, una volta registrati era fatta, si concretizzava ciò per cui indossavamo quella divisa! Ci hanno assegnato come campo quello della Caserma Rossi, un campo-cucina da dove escono fuori 7 mila pasti al giorno.

Così ci siamo avviati verso la Caserma, raggiunta in pochi minuti. Anche qui il terremoto ha lasciato i segni, infatti buona parte della caserma era stata danneggiata tanto da costringere i suoi “abitanti”, ovvero degli alpini, a spostare il loro alloggio nelle tende. Sorte non diversa è toccata a noi naturalmente. Appena scesi dal pullman una responsabile del campo ci ha mostrato le nostre “suite” e ci ha spiegato il nostro compito: aiutare i militari-cuochi a confezionare i vari pasti per poi distribuirli alla popolazione da noi accudita che però non risiedeva all’interno del nostro campo poiché eravamo in una caserma.

Così è iniziato anche il nostro lavoro, il nostro contributo, in collaborazione con altri volontari provenienti dal resto d’Italia: dalla mattina alla sera eravamo segregati in cucina a preparare migliaia di pasti per poi distribuirli nelle tendopoli. Il compito non era duro, ma non stare a contatto con la gente sfollata era per noi un freno all’entusiasmo, ci sentivamo poco utili. Gli unici momenti in compagnia degli sfollati erano proprio durante la distribuzione dei pasti e qui, alle parole delle persone, si riacquistava più entusiasmo di quello perso: ci abbracciavano, ci ringraziavano, sorridevano, ci trasmettevano speranza, forza, ma soprattutto ci offrivano quel poco che avevano. Incredibile!

Qui abbiamo capito che anche se non eravamo in contatto diretto con le persone sfollate, dovevamo essere fieri del nostro compito assegnato poiché era ben ricompensato dall’affetto di queste persone. Poiché quindi, la nostra forza veniva dalla compagnia di queste persone, ci siamo fatti l’abitudine di ritagliarci un po’ di tempo nel dopo cena così, prima di andare a dormire, facevamo un giro nelle tendopoli, a volte andando anche a cenare con loro, portando oltre la cena anche un po’ di allegria. Da notare che di fronte a tale emergenza esisteva solo una grande famiglia, composta da volontari e sfollati, tutti pronti ad aiutarsi l’un l’altro, a prendersi per mano e superare insieme l’ostacolo, per fare del terremoto un punto di passaggio e non di arrivo.

Sono trascorsi così i 10 giorni all’Aquila, giorni intensi e indimenticabili, al tal punto che il rientro non è stato semplice perché è impossibile dimenticare le immagini di quelle persone che hanno perso tutto o quasi, che devono ricominciare, ma che soprattutto ringraziano Dio che la terra non si sia portata anche la loro vita.

 

Cogitoetvolo