Rievocando la Guerra: 1918-2018

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Dopo aver ospitato la tredicesima tappa del Giro d’Italia, il comune trevigiano di Nervesa della Battaglia torna ancora a far parlare di sé

Ad un secolo di distanza dal 1918, la cittadina veneta di Nervesa è stata teatro di numerosi eventi volti a commemorare il centenario della Prima Guerra Mondiale, il tragico conflitto che segnò – inevitabilmente e indelebilmente – ogni territorio situato lungo la cruciale frontiera del Piave. Proprio sul greto di questo fiume sacro alla Patria, esattamente cent’anni fa, si combatté la decisiva battaglia del Solstizio, ricordata per la vittoria ottenuta dalle truppe alleate contro il nemico austroungarico: la disfatta di Caporetto era ormai un ricordo lontano per l’esercito italiano, che di lì a poco avrebbe trionfato a Vittorio Veneto sotto il comando dello stesso generale Armando Diaz. Tra i nomi delle vittime, ricordati uno ad uno dall’architettura commemorativa d’epoca fascista, il più noto fu quello del pilota Francesco Baracca, fiore all’occhiello dell’aviazione italiana, il cui stemma (il notissimo cavallino rampante, che sarebbe poi diventato simbolo della casa automobilistica di Enzo Ferrari) era visibile sulla fiancata del fido SPAD S.VII…

È un’emozione non da poco, rivedere in volo il famoso biplano: una fedele riproduzione dell’originale, che si staglia contro il cielo sereno del 17 giugno 2018, mentre la sagoma della fusoliera getta ombra sui soldati che combattono accanitamente giù sul campo, tra il fumo delle cariche di artiglieria e le grida che dirigono gli assalti, tra il rumore assordante della morte incombente e la speranza in una schiacciante rivalsa, ottenuta, conquistata, sotto le nuvole asfissianti del gas e il fischio assordante dei proiettili.

Francesco Baracca

Ad occhi chiusi, mentre gli altoparlanti di questo nuovo secolo narrano la Storia di quello appena trascorso, mentre il brusio della folla chiamata ad assistere alla rievocazione si fa più attutito, i colpi dell’obice e il rombo delle eliche trasmettono a chi ascolta una piccola parte delle emozioni di chi visse quei giorni, di chi indossò la divisa, di chi la divisa l’ebbe perforata, stracciata, insanguinata. Di chi in quei giorni la vita la vide sfuggire via.

Gli anniversari servono a ricordare: ciò che in passato fu una ferita è ora una cicatrice, il segno tangibile e ruvido di ciò che è stato, di un dolore che nessuno di noi vorrebbe trovarsi a rivivere. Ciascuno di noi, nel suo piccolo, è in grado di fare qualcosa per dare valore allo stigma di questa cicatrice: soffermandosi a riflettere sulle medaglie a forma di croce – più spesso simbolo di lutto che di valor militare – raccolte nelle teche del Museo del Solstizio, soffermandosi a pensare davanti alle tavole del fumetto realizzato da Damiano Boscaratto su quella stessa battaglia, oppure visitando la mostra fotografica e multimediale in via Bombardieri del Re, emblematicamente intitolata Senti;eri, che offre un ritratto di Nervesa prima, durante e dopo la Grande Guerra.

È su quest’ultima mostra che vorrei soffermarmi un po’ più a lungo. L’itinerario che propone, infatti, non si prefigge di dipingere la guerra a tinte forti, focalizzandosi sullo strazio della morte, sulla tragicità delle singole battaglie, sui vinti o sui vincitori: cerca piuttosto di creare uno spazio di riflessione che può essere adattato ad ogni tempo, ad ogni luogo, pur ancorandosi con forza alla realtà geografica del paese; cerca di dare della guerra una prospettiva “civile”, che guida lo sguardo dell’osservatore come se fosse quello di un passante, di un testimone innocente, di un abitante qualunque… Che abbia visto la sua casa e la sua terra sventrate, e che le abbia – pietra su pietra – ricostruite. E nella mente risuonano, non cercate, le parole di Ungaretti a San Martino del Carso…

Un altro punto chiave, anch’esso inedito nella maggior parte dei resoconti sulla vita di trincea, riguarda il ruolo delle donne: fotografate mentre allestiscono il terrapieno, ferme accanto alle postazioni d’artiglieria in via Carrer in groppa ai cavalli dei loro soldati, sono anch’esse in prima linea, non soltanto nelle retrovie o al sicuro nelle proprie case. Guardano l’obiettivo, e che siano mogli, madri, figlie o sorelle sono consapevoli che il momento di tregua passerà, e presto o tardi verrà anche il loro turno: di piangere, o di essere compiante.

La stanza successiva apre alla prospettiva della memoria delle vittime, i cui nomi sono affissi ad una lavagna all’interno di un ambiente scuro, immerso nell’ombra: lentamente, un proiettore inonda di rosso singoli cognomi: Rossi, Battiston, Bernardi, Cima, Piai, Modolo, Meneghin, Tomasella… È facile che si incappi anche nel proprio. Lo spettatore può decidere di interporsi tra il fascio di luce e il muro, proteggendo con la sua ombra quelle vite: salvarle idealmente dalla morte, tuttavia, significa anche estrometterle dalla memoria che si perpetua nel tempo proprio in virtù di quel sangue. Considerazioni come questa restano ben impresse nella mente, così come colpiscono le parole consegnate dai soldati alle lettere inviate dal fronte, raccolte da un lungo telo azzurro che simboleggia le acque del Piave: un fiume di ricordi, che trasporta un fiume di emozioni grazie alle testimonianze di vita vissuta tratte dagli archivi della Pro Loco.

Infine, eccoci nella “sala dei bottoni”: circondata da fogli strappati con versi tratti dalla Canzone del Piave, una plancia di comando campeggia in bella vista, otto pulsanti corrispondenti ciascuno ad un diverso tipo di armamento. Un computer è collegato ai comandi, in display una sola scritta su sfondo nero: do you like killing people?
Premendo uno dei tasti, il software conteggia i morti che provoca in media il colpo selezionato e li aggiunge al computo totale delle vittime mietute (virtualmente) dai visitatori, che dal 9 al 17 giugno sono già oltre 15.ooo. Poco sopra la plancia, il cartiglio che fa da didascalia al punto mostra titola: “Il Quinto Comandamento”. Non uccidere.

Sulla parete opposta, i dati delle morti reali sotto la didascalia “Ad un certo punto è necessario fare i conti con la guerra”: e tocca anche a noi imparare a non chiudere gli occhi di fronte a quello che è stato, perché non accada di nuovo senza che si levi una voce a impedirlo.

Si ringraziano Mattia Pizzaia, Sara Properzi, Federica Donadel, Luca Gri, Francesca Bortoluzzi e Andrea Simeoni per la collaborazione

Chiara Tomasella

Nata a Conegliano Veneto, da quando ha imparato a tenere una penna in mano adora riempire ogni pagina bianca con l'inchiostro dei pensieri; attualmente studia Lettere Moderne all'Università di Udine, dedicando il tempo libero alla scrittura e alla fotografia.