Riflessioni mondiali

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Parlo da ateo praticante del calcio: mi diverto a giocare a calcetto con gli amici, ma mi disinteresso del tutto del calcio in televisione. Il mio distacco è stato graduale. Quando ero piccolo, sino ai dodici anni circa, lo seguivo con particolare interesse e partecipazione emotiva: ricordo il batticuore quando giocava la mia squadra, l’Inter; per non dire nel momento in cui a scendere in campo era l’Italia: lì, davanti al teleschermo, teso, in apprensione per l’esito della partita, altalenante tra la gioia e il dolore.

Non saprei ben elencare le fasi della  gestazione di questo mio disinteressamento calcistico. Forse l’inserirsi di altri interessi, non saprei; una volontà di razionalizzare le passioni, concedendo a ciascuna il giusto spazio? Un fatto è oggettivo: quando qualche giorno fa ho seguito –più che altro come momento di condivisione con altri amici- la partita dell’Italia, il mio animo era del tutto indifferente all’esito della partita: niente sommovimenti, singulti “go… nooooooo!”, niente di niente: calma piatta.

Non me ne faccio né una colpa né un merito: è così e basta, e in fin dai conti non mi dispiace poter usufruire di questa “apatia calcistica”: mi permette di preservare le coronarie per tempi più difficili, e soprattutto mi fa risparmiare un sacco di tempo da dedicare ad altro. Ma approfitto di questo mio punto di osservazione esterno e disinteressato per interrogarmi sul perché delle cose. Spesso è difficile farlo quando la nube dell’emotività annebbia gli occhi della ragione.

Perché tifiamo? Perché persone di tutto riguardo, anche esimi professionisti, uomini virtuosi e altri, sbraitano come forsennati davanti al giocatore di turno allorché commette un errore? Magari redarguendolo, comodamente seduto sul suo divano, su quello che avrebbe dovuto fare: “ma passala là, no? Idiota!” (e sono tra le esclamazioni più delicate…)

Perché? Cosa ci lega a quegli undici ragazzotti in pantaloncini e calzettoni? Cosa ne deriva alla nostra vita dalla loro vittoria? Perché tutto questa foga da tifo?

Forse, nel caso della nazionale italiana, si può rispondere facilmente: essa rappresenta la nostra patria, ed è giusto tifare per loro. Ma, mi verrebbe da chiedere con Gaber: perché “il grido ‘Italia! Italia!’ è solo alle partite”? Strano davvero tutto questo patriottismo che viene a galla esclusivamente in queste occasioni: se si mantenesse costantemente a questo livello, certamente sarebbe più facile appianare molte difficoltà del nostro Paese. Eppure nulla unisce come il calcio, è un dato di fatto.

Non sono certamente i giocatori ad interessarci: cambiano continuamente, eliminati dal setaccio della vecchiaia. Cosa, allora? una risposta può giungerci da una poesia di Saba, scritta dopo essersi trovato quasi per sbaglio nel bel mezzo di una folla di tifosi durante una partita. E siccome i poeti non riescono a fare a meno di dare i nomi alle cose, si interrogò sulla motivazione di una così irruenta compartecipazione…

Forse “la gente non si eccita tanto per il gioco in sé, quanto per tutto quello che, attraverso i simboli espressi dal gioco, parla all’anima individuale e collettiva”… un modo per sentirsi legato agli altri, per sentirsi parte di una comunità, la cui unità è espressa da quegli undici giocatori.

Ma forse c’è chi avrà altre risposte. E se non le si ha, è il momento buono per cominciare a cercarsele…

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.