Risorgimento? Da riscrivere!

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Piazza Cavour, corso Vittorio Emanuele II, Via Garibaldi, Largo Risorgimento e viale Unità d’Italia. Non c’è città e paese d’Italia la cui toponomastica non celebri questi personaggi e questi avvenimenti. Si tratterebbe, dunque, di individui e fatti degni di essere ricordati ed apprezzati da tutti.

A nessuno salterebbe in mente, infatti, di intitolare una strada ad Adolf Hitler o alla “Pulizia etnica” dei tempi più recenti. Da un po’ di anni a questa parte, però, il Risorgimento italiano con i suoi eroi è stato smontato pezzo per pezzo e del mito, che sopravvive ancora nei libri di storia propinati agli ignari studenti italiani dalle scuole elementari fino all’Università, sono rimaste solo pagine ingloriose, che raccontano una storia fatta di corruzioni, menzogne e violenze.

Le violenze, efferate e di vario genere, furono commesse soprattutto con la conquista del Sud, l’invasione del Regno delle due Sicilie, da parte dapprima dei “Mille” garibaldini e poi delle truppe del Regno di Sardegna che, senza che nessuno degli Italiani lo avesse chiesto, si era assunto il compito di unificare la penisola, divisa in vari stati legittimamente governati dai propri sovrani, in un’unica entità politica. Poiché i meridionali non ne vollero sapere di appartenere al nuovo Regno, si reagì con una carneficina, definita dai conquistatori “repressione del brigantaggio”. Fu una guerra civile, una specie di resistenza partigiana, condotta da ex ufficiali del Regno borbonico, rimasti fedeli al loro Re, e dai contadini meridionali che avevano imparato a conoscere il nuovo Stato soprattutto per tre motivi: imponeva la leva obbligatoria, che il governo di prima non aveva mai introdotto, sottraendo per anni forze giovani al lavoro dei campi, fonte della loro sussistenza; inviava gli esattori delle tasse per svuotare le tasche della gente e cercare così di coprire il deficit del Regno di Sardegna, indebitatosi fino all’osso per le “guerre d’indipendenza”; arrestava i sacerdoti e proibiva le processioni, ferendo profondamente l’idendità religiosa della popolazione meridionale.

Chi erano questi “briganti”? La risposta la diede, già nel 1863, due anni dopo la proclamazione del Regno d’Italia, un parlamentare inglese, Disraeli, che alla Camera dei Comuni, dichiarò: “Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso discutere su quelle del Meridione italiano. È vero che in un Paese gl’insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra differenza tra i due movimenti”. Questi patrioti furono sterminati con un eccezionale impiego di forze e di mezzi. Metà dell’esercito piemontese fu spedito al Sud, sotto il comando del generale Cialdini, che, pochi mesi dopo l’avvio delle operazioni militari, informava i suoi superiori dei risultati ottenuti, solo nel Napoletano: “8.968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10.604 feriti; 7.112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2.905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13.629 deportati; 1.428 comuni posti in stato d’assedio”.

Cifre destinate ad aumentare vertiginosamente. Quando la guerra civile finì con la sconfitta militare dei legittimisti, la popolazione meridionale reagì in un altro modo. Fuggì. Emigrò in America: tra il 1876 e il 1914 se ne andarono ben 14 milioni di italiani. Niente male come adesione a quell’ideale risorgimentale sbandierato dai Savoia! La violenza fu tanto più ingiustificata perché condotta contro un regno florido e ben amministrato. Tredici anni fa, Michele Topa, ha ricordato, in un suo volume, quale fosse l’arretratezza del Regno delle due Sicilie: “Il miracolo economico del Sud Italia fu elogiato nel Parlamento inglese da lord Peel. L’industria era all’avanguardia, con il complesso siderurgico di Pietrarsa, che riforniva buona parte d’Europa, e il cui fatturato era dieci volte rispetto all’Ansaldo di Sampierdarena. Oltre al primo bacino di carenaggio d’Europa, Napoli ebbe la prima ferrovia d’Italia. I prodotti come la pasta e i guanti erano esportati in tutto il mondo. Prima del crollo, il Regno delle Due Sicilie aveva il doppio della moneta di tutti gli Stati della Penisola messi insieme. Sono significative alcune cifre del primo censimento del Regno d’Italia: nel Nord, per 13 milioni di cittadini, c’erano 7.087 medici; nel Sud, per 9 milioni di abitanti, i medici erano 9.390. Nelle province rette da Napoli gli occupati nell’industria erano 1.189.582. In Piemonte e Liguria 345.563. In Lombardia 465.003”.

Non solo violenza, ma anche tanta corruzione. Nascosti nei polverosi archivi dell’esercito italiano giacciono le carte del diario di un emissario di Cavour, Persano, il quale aveva un preciso incarico: corrompere il maggior numero di ufficiali e funzionari del Sud. Ecco che cosa si può leggere in questo diario, non del tutto edificante per chi crede ancora alla favola dei garibaldini: "Ho dovuto, Eccellenza, somministrare altro denaro. Ventimila ducati al Devincenzi, duemila al console Fasciotti, giusto invito del marchese di Villamarina, e quattromila al comitato. Mi toccò contrastare col Devincenzi, presente il marchese di Villamarina; egli chiedeva più di ventimila ducati; ed io non volevo neanche dargliene tanti".

Le menzogne poi hanno avuto un ruolo indegno nella storia del Risorgimento. Un esempio, tra tanti. Parma aveva un suo stato, un ducato, piccolo ma legittimo, secondo il diritto internazionale. Fu inghiottita dalla cupidigia dei rivoluzionari calati dal Piemonte. Ad unificazione avvenuta, Anviti, un ufficiale del Ducato di Parma, fu riconosciuto e trucidato da alcuni criminali, fatti uscire dal carcere per ordine del commissario regio, Farini. Quando l’ispettore di polizia, tale Curletti, chiese se dovesse intervenire per arrestare lo sventurato ufficiale, giunto in incognito, ricevette questa risposta da Farini, futuro Primo ministro del Regno d’Italia: “Noi non possiamo toccarlo, senza che sorgano clamori. Sarebbe mestieri che la popolazione si addossasse l’affare. Voi mi avete compreso”. La versione ufficiale fu naturalmente diversa: Anviti era stato eliminato dalla gente stanca del precedente governo e desiderosa di unirsi al Piemonte. Del resto, anche altre menzogne di Farini sono state smascherate da una giovane studiosa italiana, Angela Pellicciari: “Impossessatosi di tutte le chiavi del castello [di Modena]ritiene superfluo fare l’inventario dei beni e palazzo d’Este è sottoposto ad un vero e proprio saccheggio. L’argenteria, fatta fondere, è trasformata in lingotti e persino gli abiti della Duchessa sono adattati alle misure della signora Farini e figlia. Il compito di Curletti? Raccontare alla stampa che il Duca, fuggendo, ha «menato seco tutta l’argenteria e tutti gli oggetti di qualche valore, lasciando vuote financo le cantine»”.

La menzogna più grande, però, che grava come ombra sinistra sul Risorgimento italiano è un’altra: esso fu promosso non per perseguire i “nobili” ideali di unità del Paese ed indipendenza dall’Austria, che non importavano a nessuno, ma per altri motivi, tra cui la distruzione del Cattolicesimo. Tra i primi promotori dei “moti risorgimentali” ci sono i ben noti carbonari. Ed ecco un passaggio di un’istruzione consegnata da tale Felice ad un altro affiliato, Nubio, l’11 giugno 1829: "L’indipendenza e l’unità d’Italia sono chimere. Pure queste chimere producono un certo effetto sopra le masse e sopra la bollente gioventù. Noi, caro Nubio, noi sappiamo quello che valgono questi principii. Sono palloni vuoti. Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicesimo e perfino dell’idea cristiana”.

Del resto, il Risorgimento fu costellato di arresti di religiosi e Vescovi, arbitrarie ed arroganti confische dei beni ecclesiastici e, dulcis in fundo, della “presa di Porta Pia”, quando il Papa fu espropriato del suo territorio e ridotto a prigioniero del Vaticano. Degna conclusione di quel Risorgimento che annovera tra i suoi eroi un certo Giuseppe Garibaldi che definiva il Papa “metro cubo di letame” e che “eroe” dei “due mondi” lo fu davvero: dall’America latina all’Asia navigava per dedicarsi ad un’attività da lui amata perché lucrosamente redditizia, il commercio degli schiavi. Peccato che non sia poi così eroica come non eroico è stato tutto il Risorgimento, una storia di violenze, corruzione e menzogne, che attende di essere riscritta sui libri di storia.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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