Ritorno a casa – Afterhours

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Sono in macchina con mio padre. Il mattino è grigio e non è dei migliori. Il sole spento di gennaio appare solo a momenti alterni. Le nuvole lo ricoprono quasi subito. Lui non ha molta voglia di parlare. Ha biascicato qualcosa sul meteo e poi non ha più aperto bocca. Neanche io ho molta voglia di parlare. È così tutte le volte che vado via da qui per tornare alla mia vita universitaria da studente fuori sede. Accendo lo stereo e metto su un cd degli Afterhours, “Quello che non c’è” (anno 2002). Finalmente qualcosa di buono in questo silenzio imbarazzante. La musica rotola dentro la macchina. Questo sound mi piace, accompagna i miei pensieri mentre continuo a guardare fuori dal finestrino. Anche mio padre sembra rilassato mentre punta fisso la strada. La musica avanza e il suono ci aiuta a riprendere la parola. Lui si lamenta di qualche sorpasso azzardato e poi mi chiede cosa farò stasera quando sarò lì, a casa mia. Mi chiede se so già cosa cucinerò e se ho voglia di ricominciare a cucinare. Se ho iniziato a studiare per gli esami, se ho salutato tutti prima di partire, se devo comprare nuovi libri, se ho mangiato i dolci della mamma a colazione. Poi inizia l’ottava traccia e in macchina cala di nuovo il silenzio, ma questa volta sembra un silenzio magico. Le nostre parole restano come sospese, mentre la voce di Manuel Agnelli recita “Ritorno a casa”.

Sono nella casa dove abitavo da bambino
Riconosco ogni oggetto
La disposizione dei mobili, i colori
La luce era diversa negli anni settanta, ho riconosciuto anche quella
Ho aperto tutti i cassetti per essere sicuro che in tutti questi anni nessuno
Abbia toccato la mia roba
C’è un’intera brigata dell’esercito britannico lì dentro
Rosa
Sono ancora intenti a schierarsi per fronteggiare l’attacco imminente
Ma l’attacco non avverrà mai
Il divertimento per me era disporre i soldatini come se dovessero affrontare un ingaggio particolare,
e poi, senza che nulla avvenisse, cambiare la disposizione
Sono ancora lì come li avevo lasciati venticinque anni fa
L’ufficiale ha il braccio teso davanti a sé mentre sta per prendere la mira
la testa piegata verso l’alto mi guada implorante: “Vado?”.
Ho richiuso il cassetto
Ho setacciato tutta la stanza in cerca di quello che avevo lasciato
Ho trovato tutto meccanicamente come se non avessi bisogno di ricordarne la posizione
Devo aver fatto un bel casino perché mia madre è entrata
Giovane e bellissima
Rideva
Mi ha preso in giro
Una strana calma, una calma enorme
Non so cos’è
Ma non ho mai pianto tanto come al risveglio
Ho rifatto il percorso che mi portava dalla scuola alla casa dei miei
La prima volta dopo venticinque anni
C’è una sensazione che non ho mai più provato
Non abito più lì da sempre
Ho avuto una vita
Altrove
È solo una stupida villetta con uno sputo di giardino, ma sarà la prima cosa che comprerò
Quando sarò ricco

La macchina si ferma. Siamo arrivati all’aeroporto. Esitiamo entrambi prima di uscire fuori. So a cosa sta pensando mio padre. So che sta rivedendo casa sua, quella vera, quella dove abitava da bambino. La casa dei suoi genitori, la stessa che ha lasciato quando è diventato grande. Come me, anche lui ci è tornato per un paio di anni durante il Natale. Poi, a un certo punto, non ci è tornato più. Aveva un’altra casa ormai, un’altra vera, la sua. So a cosa sta pensando mio padre ora che mi sta abbracciando, prima di rimettersi in macchina.  So cosa vuole dirmi quando, con il finestrino abbassato,  mi chiede “torni presto?”.

È solo una stupida villetta con uno sputo di giardino, ma sarà la prima cosa che comprerò quando sarò ricco.

Studentessa in fuga dalla noia, non è un intellettuale, non è un artista. Ha solo una connessione internet.