Roba da Inquisizione

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Film, romanzi e molti luoghi comuni. Ecco cosa rimane oggi dell’Inquisizione. Ma se si vuole vederla senza pregiudizi, allora si fanno delle scoperte interessanti. Senza dimenticare che il valore della libertà di opinione nasce proprio da alcuni diritti concessi con inaudita modernità proprio da quei famigerati tribunali.

 

Inquisizione. È una parola spiacevole. Evoca roghi e torture. Si sa che era un tribunale ecclesiastico e lo si associa ad atti di abusiva violenza. Dare dell’ “inquisitore” a qualcuno significa tacciarlo di intolleranza verso la libertà di pensiero e di parola. Persino i più comuni dizionari della lingua italiana, definiscono la parola Inquisizione “un’inchiesta speciale, svolta con una procedura arbitraria o ad ogni modo lesiva dei diritti, della libertà, della dignità dell’individuo” (Devoto-Oli, edizione del 2004), o “un’indagine fatta con metodi e procedimenti arbitrari o crudeli (Zanichelli, edizione del 2006)”. Insomma, roba cattiva da esecrare senza attenuanti e da cui tenersi lontani. La Chiesa, che dell’Inquisizione è stata responsabile, non può che subire una condanna senza attenuanti.

Non una ma tre inquisizioni
Se non che gli storici oggi sono di parere abbastanza diverso. Si sa che essi amano lavorare in ambienti un po’ misteriosi, chiamati “archivi”. Ed è proprio la frequentazione degli archivi e lo studio dei documenti, cioè soprattutto dei verbali dei processi tenuti dagli inquisitori, che hanno dato un’idea abbastanza diversa della vera Inquisizione, non di quella frutto più della fantasia di brillanti scrittori, come Umberto Eco, l’autore del celebre Il nome della Rosa, dove, secondo il cliché, l’inquisitore, Bernardo Gui, un domenicano realmente esistito, viene dipinto come un implacabile giudice. Che cosa hanno compreso gli storici dunque a proposito dell’Inquisizione? Anzitutto, hanno aiutato a capire che ogni generalizzazione è indebita perché si tratta di almeno tre strutture molte diverse: l’Inquisizione medioevale, una sorta di tribunale itinerante e provvisorio con a capo un rappresentante del Papa, che operava contro specifici movimenti ereticali, soprattutto i Catari; l’Inquisizione spagnola, regolata dai sovrani di Spagna, che indagava sulle conversioni apparenti degli Ebrei al Cristianesimo; l’Inquisizione romana, un tribunale istituito dai Pontefici per impedire la diffusione dell’eresia protestante e che di fatto intervenne solo ed in parte in Italia.

I diritti garantiti
Senza entrare nelle pur doverose distinzioni, cerchiamo di raccogliere alcune degli elementi comuni alle tre strutture, individuati dal lavorio serio e documentato degli storici contemporanei. Forse, la scoperta più sorprendente è stata che l’Inquisizione precorre di secoli il diritto penale e processuale moderno ed anzi contribuisce a formare una sensibilità “garantista” e di rispetto per l’imputato, fino ed oltre alla sentenza. L’Inquisitore non poteva agire arbitrariamente: doveva attenersi ad un preciso regolamento. Non era mai solo e formulava il suo giudizio assistito da una giuria, composta da laici, in genere esperti di diritto. Nessun nemico dell’imputato poteva essere ammesso a far parte di questa giuria e, in un’epoca fortemente segnata dalle vendette private, gravissime pene venivano comminate a chi deponeva il falso. Questa clausola permetteva dunque lo svolgimento di un processo equo. Ben presto l’Inquisizione garantì altri diritti all’imputato: avere un avvocato difensore, scelto fra quelli da lui stesso proposti e, in caso di povertà, un "avvocato d’ufficio" pagato dal tribunale; la traduzione degli atti processuali (erano scritti in latino) e la loro fornitura in copia all’inquisito, perché potesse difendersi adeguatamente. Queste ed altre norme saranno introdotte nel diritto penale civile molto tempo dopo.

Uno storico ebreo, tutt’altro che benevolo verso la Chiesa Cattolica, John Tedeschi ha affermato: "Sostengo che l’Inquisizione non fu un tribunale arbitrario, un tunnel degli orrori o un labirinto giudiziario da cui era impossibile uscire. La suprema Congregazione romana imponeva la puntuale applicazione di quella che, per l’epoca, era una legislazione improntata a moderazione, e mirava all’uniformità dei processi". Questa moderazione veniva applicata anche a coloro che venivano sottoposti alla custodia preventiva. Luigi Firpo, frequentatore accanito degli archivi, e dunque storico serio, pur essendo stato un maestro di laicismo con tinte anticlericali, ha riconosciuto che il trattamento riservato ai “prigionieri” dell’Inquisizione era impensabile nei secoli passati e persino oggi non sempre e ovunque praticato: agli imputati erano assicurati il cambio delle lenzuola ogni settimana, la possibilità di avere vino o birra, capi di vestiario personalizzati, celle spaziose e luminose, libri e testi utili a difendersi e a redigere memorie a propria discolpa. Non rari i casi di semidetenzione e libertà vigilata.
Altra garanzia di eccezionale “modernità”: la possibilità di ricusazione. I Vescovi locali e i membri della giuria avevano l’ obbligo di segnalare al Papa tutti gli abusi che venivano commessi nel corso della procedura e di denunciare gli inquisitori, come accadde nel 1239 quando i vescovi di Reims e di Sens avvisarono il Papa che Robert La Bougre, un domenicano, era un inquisitore crudele. Dopo l’indagine promossa dal Papa, questo giudice viene destituito e incarcerato. Del resto, anche gli imputati avevano diritto di appello al Papa.

Le condanne
Altro capitolo sfatato dagli storici, intenti a spulciare i documenti di archivio, è quello relativo alle condanne. Pochi i processi che si concludevano con una sentenza di condanna e, generalmente, la pena comminata era di natura spirituale. L’ergastolo non esisteva: fu inventato dalla Rivoluzione francese. Dall’esame degli archivi risulta, per esempio, che nella seconda metà del secolo XIII gli inquisitori di Tolosa pronunciarono condanne a morte nella misura dell’1% delle sentenze emesse. Uno studioso danese, Henningsen, ha studiato la più famigerata delle Inquisizioni: quella spagnola. Con l’aiuto del computer ha concluso che su 50.000 processi, la percentuale di condanne a morte (spesso commutata in pena più mite) è pari all’1,9%. Dall’analisi dei processi svoltisi a Toledo, secondo Henningsen, si evince un altro dato impressionante: 9 denunce su 10 non davano inizio ad alcun processo, tanta era la prudenza e la correttezza degli inquisitori prima di iniziare un processo. Che dire in conclusione? Certo, ripugna alla sensibilità moderna un processo contro le “idee”, soprattutto se portato avanti dalla Chiesa che ha il compito di proporre e non di imporre la fede. Anche nel tempo dell’Inquisizione la Chiesa si attenne a questo principio inviando spesso, al posto o assieme agli inquisitori, santi monaci per il Vangelo e a convincere gli eretici con la bontà del loro esempio di vita. Questa sacrosanta verità, proporre e non imporre la fede, va pur sempre inquadrata nel contesto storico. Franco Cardini, probabilmente il più grande medioevalista italiano, ha dichiarato: “Bisogna tener presente che la libertà di opinione e di pensiero è una conquista del XVIII secolo e che prima si ragionava in termini di verità assolute e di istituzioni chiamate a tutelarle. Perciò, aspettarsi con due o tre secoli di anticipo il rispetto dei moderni diritti umani è un indebito anacronismo storico”.

L’ordine sociale
In questo contesto, in cui il principio della libertà religiosa non era ancora emerso alla coscienza dell’Occidente, non bisogna dimenticare un altro elemento, spesso trascurato quando si parla dell’Inquisizione. Gli eretici erano considerati dei nemici dell’ordine sociale, molto pericolosi. Spesso lo erano davvero, come i Catari che predicavano idee perlomeno bizzarre: non ci si doveva più sposare e procreare e ogni forma di giuramento (oggi diremmo, di contratto sociale) andava abolito. La reazione popolare fu violentissima: bande armate, spesso comandate da signorotti assetati di sangue e di appropriarsi dei beni degli “eretici”, veri o presunti che fossero, si organizzarono e diedero inizio alla caccia, con l’avallo dei tribunali civili. Molti innocenti perirono. La Chiesa condivideva la preoccupazione di salvaguardare l’ordine sociale e la purezza della fede. Ci teneva però anche alla giustizia e alla difesa degli innocenti e perciò avocò a sé, grazie all’autorità del Papa, la questione: così nacque l’Inquisizione, per proteggere quelli che eretici non erano e che rischiavano il linciaggio. In questo modo, però, l’eresia catara e le sue tesi distruttive furono stroncate e, secondo le parole dello storico protestante Charles Lea, per altro aspramente critico verso l’Inquisizione, “la causa dell’ortodossia non era altro che la causa della civiltà e del progresso”. L’Inquisizione, allora, non è tutta roba cattiva.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

Cogitoetvolo