Robert Allen Zimmerman, poeta.

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I letterati come Dylan sono veggenti, la loro visione supera la precarietà della vita, pur parlando di essa. Cantano quasi per caso, ma non puoi ignorarli.

Non ci sarebbe certo bisogno di un premio, sia pure prestigioso, se tutto quello che hai fatto da quando sei nato è già scritto nel cuore e nei ricordi di chi ha pianto, ha riso, si è indignato o si è rassegnato con te. Non ce ne sarebbe bisogno, ma te lo aspetti. Il premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, infatti, è il riconoscimento più ovvio per chi ha dedicato la propria vita e i propri gesti alla poesia, all’arte delle parole, alla romantica professione del cantastorie.

Come Neruda, Montale o Pound, Mr. Robert Allen Zimmerman – chissà se avrebbe avuto lo stesso successo con questo nome – ha scritto pagine memorabili di amore e protesta, dolore e rivoluzione, rabbia e speranza. Sono in tanti a storcere il naso quando si azzardano certi paragoni: il musicista, per chissà quale dogma, non è un letterato. È un artista, certo, ma non è degno di portare in processione la Parola, quella profana si intende. Essa è prerogativa esclusiva degli scrittori, o di chi si reputa tale, sfornando magari libri buoni solo per la letteratura da gabinetto. La scrittura, ci dicono, è per gente come il simpaticissimo Fabio Volo o il meno simpatico Paolo Giordano, non certo per Dylan, Springsteen (prossimo candidato), Battiato o De André.

E a proposito di De André, da almeno quarant’anni sono in tanti a chiedersi chi abbia “imitato” chi. Discussioni degne di una serata alcolica, probabilmente. Eppure penso di sapere quale sia quello strano filo rosso che lega due artisti così eccezionali: il fatto di essere poeti prima ancora che musicisti, di usare la musica come sottofondo per le proprie storie, di cantare un’epoca con il lucido distacco di chi presta la voce al presente e al futuro.

I letterati come Dylan sono veggenti, la loro visione supera la precarietà della vita, pur parlando di essa. Sono intonati quanto basta, ma non hanno paura di forzare la voce, fino a spezzarla. Cantano quasi per caso, ma hanno sempre qualcosa da dirti, e non puoi ignorarli: devi sederti, ascoltare e leggere con calma, meditare. Poi magari cantare, con le lacrime agli occhi.

E allora, se dovessi scegliere una canzone per dire grazie a questo grande poeta, ne sceglierei una che forse delle canzoni non ha nemmeno la forma. Perché la poesia, come l’amore, ha la forma della malinconia.

Addio mio amore
ci incontreremo di nuovo un giorno, in un altro tempo.
Non è il partire
che mi fa soffrire
ma vedere il mio vero amore che rimane.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.