Roma città aperta

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Un film di Roberto Rossellini. Con Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Vito Annichiarico, Marcello Pagliero, Nando Bruno, Harry Feist. Sceneggiatura: Federico Fellini, Sergio Amidei, Roberto Rossellini. Fotografia: Ubaldo Arata. Musica: Renzo Rossellini. Produzione: Excelsa. Paese: Italia. Anno: 1945. Genere: drammatico. Durata: 110’. Target: 14+. Restaurato nel 2013 da: Fondazione Cineteca di Bologna, CSC – Cineteca Nazionale, Coproduction Office e Istituto Luce Cinecittà al laboratorio L’Immagine Ritrovata, nell’ambito del Progetto Rossellini.

Nella Roma del ’43 occupata dai nazisti si incrociano storie di persone semplici capaci col loro coraggio di divenire grandi eroi.

Cosa c’è di meglio che restaurare le vecchie pellicole per farci vivere o rivivere un cinema antico ma ancora così vicino alla nostra storia? Può ancora la nostra memoria arricchirsi di immagini che hanno celebrato la storia del cinema attraverso film girati all’indomani di quella guerra che ha segnato le vite di molti? Grazie alla Cineteca Nazionale e all’Istituto Luce oggi è possibile conoscere quelle pellicole che paiono ormai sepolte dalle incrostazioni del tempo ma che vivono ancora nella ferrea memoria di chi ci ha preceduto.

E così capolavori quali il Gattopardo, Roma città aperta, Paisà, e tanti altri, tornano sul grande schermo in versione digitalizzata per far sì che anche noi, così giovani da non aver conosciuto gli orrori della guerra e la miseria del dopoguerra, possiamo scoprire quell’Italia che stentava a riprendere fiato e a ripartire dopo anni di lotta contro un nemico mai stanco di crimini e sangue.

Con Roma città aperta si celebra in tutto il suo misero splendore la corrente cinematografica del Neorealismo che, in antitesi ai lustrini, alle paillettes, ai visi turgidi e freschi di marca americana, si propone di portare sullo schermo il popolo così come stava all’indomani di una guerra che pareva non volesse finire mai. E tutto ciò Rossellini doveva saperlo bene, avendo girato questo capolavoro a partire dal gennaio del ’45 con mezzi di fortuna, con una pellicola ancora infiammabile e in condizioni precarie. Ciononostante riesce a celebrare con caparbia tenacia la vita semplice, realtà così crude da fare male, una povertà annichilente, una Roma squarciata dal dolore, dilaniata dagli stenti, pronta ad assaltare un forno in una scena di manzoniana memoria pur di sfamarsi, capace di lottare in silenzio e senza armi pur di cacciare un nemico che avanza e resiste e mai si arrende. Una Roma che, a giusto titolo, viene definita aperta perché sebbene priva di difese e di obiettivi militari tipici, si trova a dover combattere con il solo disarmante silenzio contro nemici che non avrebbero potuto né dovuto commettere atrocità a tutti ormai note, come sanciva il regolamento allegato alla Convenzione dell’Aja del 1907, secondo cui non è possibile attaccare o bombardare città indifese. Ma in guerra, ahimè, tutto è illecito, tutto è atroce, tutto è terrore.

Siamo nel ’43 all’indomani dell’8 settembre, e storie di uomini e donne semplici si intrecciano nella cornice nefasta della guerra più atroce mai combattuta. C’è l’ingegner Manfredi che, essendo a capo del CLN, sfugge alle retate, si nasconde, resiste stoicamente alle torture che gli vengono inflitte, lasciando morire il suo corpo ma non la sua anima. C’è Francesco, tipografo, amico di Manfredi, di buon cuore e promesso sposo della sora Pina, la magnifica Anna Magnani che col suo Vammoriammazato rivolto ad un tedesco celebra il coraggio di chi non ha nulla se non possiede la dignità. La sua corsa dietro la camionetta dei tedeschi che la allontanano da Francesco e la sua eroica morte in strada sono divenute emblema di un cinema che immortala la triste seppur vera realtà. C’è chi come Marina non si rassegna alla miseria e preferisce collaborare col nemico tedesco vendendo chi potrebbe liberarla dagli stenti e ridarle un’Italia finalmente padrona.

E poi c’è lui, don Pietro, interpretato dal grande Aldo Fabrizi che per l’occasione lascia i consueti panni comici per una indimenticabile interpretazione. Quella  di Don Pappagallo, un personaggio intenso e commovente che animato da una fede incrollabile, ama il prossimo senza riserve e aiuta chi soffre mettendosi in prima linea nella  lotta accorata per la libertà che non lo fa scampare, come gli altri, alla fucilazione delle SS, ma “se facile è morire bene, difficile è vivere bene”, come egli stesso dice prima di spirare.

Eppure in questo film dai toni fortemente drammatici non mancano le scene di comicità spicciola che fanno sorridere il pubblico, prima che l’amaro in bocca scacci il sorriso.

È il film del popolo e col popolo, della speranza disperata, del presente triste che non si rassegna e guarda in faccia il futuro con franchezza e coraggio; è il film di chi ha lottato perché la libertà è tutto e la schiavitù da fuggire a gambe levate; è il film che, nato con poco, continua a insegnare cos’è la vita a noi ragazzi nati con tanto, con troppo; è il  film che mai farà smettere di riflettere coi suoi protagonisti pronti a rischiare la vita pur di conquistare quella libertà che a noi oggi appare così immediata; è il film in cui i padroni sono i deboli e gli asserviti i forti, perché non è ricco colui che possiede, distrugge e annienta, ma chi nel cuore non è in catene pur schiavo del nemico. Un film, quindi, che continua a vivere oggi dopo 70 anni sul grande schermo e così anche nella memoria di chi ancora troppo giovane non deve dimenticare le atrocità commesse perché mai si ripetano.

 

 

Amo leggere, affidare i miei pensieri alla scrittura e viaggiare per scoprire la bellezza di tutto ciò che mi circonda. I classici latini e greci sono la mia più grande passione - e di questi ho fatto la mia ragione di vita -, insieme all'arte e alla pittura.