Romanzo di una strage

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Un film di Marco Tullio Giordana con Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Michela Cescon, Laura Chiatti, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giorgio Colangeli, Omero Antonutti, Thomas Trabacchi, Giorgio Tirabassi. Produzione e distribuzione: 01 Distrubution. Paese: Italia. Anno: 2012. Durata: 129 min. Genere: drammatico. Uscita: 30 marzo 2012

Il regista sessantaduenne Marco Tullio Giordana (che era ragazzo nel ’68) racconta la strage di Piazza Fontana per permettere a chi non c’era di capire un po’ di più e a chi invece c’era di vedere meglio quello che è stato coperto da bugie e depistaggi. Il 12 dicembre del 1969 una bomba (forse due di materiali differenti) esplode alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano. 17 persone muoiono e 88 restano ferite, alcune in maniera molto grave. La prima pista battuta dagli inquirenti è quella degli anarchici, con l’arresto di Pietro Valpreda (poi scagionato nel 1979) e il fermo di Giuseppe Pinelli, morto in circostanze misteriose il 15 dicembre cadendo dalla finestra della questura dove era stato interrogato per tre giorni. Accusato ingiustamente da “Lotta Continua” di essere il diretto responsabile della morte di Pinelli, il commissario Luigi Calabresi continua le indagini anche alla luce di nuove rivelazioni che arrivano dal Veneto, scoprendo il ruolo attivo di alcuni neofascisti nell’attentato. E’ il 1972, anno in cui il commissario Calabresi, dopo le indagini sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli e quella su un traffico internazionale di armi che coinvolge gruppi di estrema destra e servizi segreti al fine di bloccare un’ipotetica invasione sovietica, viene freddato a pochi passi da casa sua da un commando armato.

Storie come queste devono essere raccontate, soprattutto nel nostro Paese, dove la maggioranza delle opere che arriva nelle sale sceglie la risata scollegata dalla realtà e dove da tempo il cinema non riesce più a raccontare il passato e quindi a dare lumi sul presente. Se l’America non ha mai avuto problemi a rappresentare nei film argomenti tragici o controversi della sua storia anche recente, in Italia ci sono voluti molti anni per girare un film su Piazza Fontana, anni che hanno ripulito il pensiero da certi velenosi ragionamenti frutto di una stagione politica e culturale drogata dagli eccessi, ma che sono serviti solo a identificare i colpevoli e non a punirli.

A Piazza Fontana, sull’asfalto della questura di Milano e a Largo Cherubini non sono morte solo quelle 17 persone, Pinelli e il commissario Calabresi, ma in quella terra di nessuno che stava per dimenticare il valore della coscienza e della memoria sono caduti anche i sogni e le speranze di quella generazione. Le conseguenze di tali eventi, con la rottura del rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, sono arrivate fino a noi.

Eppure lo sguardo dello spettatore non rimane quel tanto di più ad assistere alla morte di Pinelli, né vediamo chiaramente chi ha premuto il grilletto sul commissario Calabresi. Al regista Marco Tullio Giordana non interessa trasformarsi nell’Oliver Stone di turno e stanare i colpevoli (come il regista americano ha fatto con il magnifico JFK), ma preferisce ricostruire l’Italia di allora con grande scrupolo e rigore, dimostrando con l’eloquenza dei fatti che non c’è stata giustizia. Una volta che la Banca Nazionale dell’Agricoltura viene rasa al suolo, infatti, il registro narrativo preferisce il dramma alla pellicola d’inchiesta (anche se vengono comunque lasciati i riferimenti al complotto di Stato, delineando un paio di figure di potenti corrotti).

Il regista pertanto, in un mosaico fatto di lotte per il predominio politico e per la conquista del potere e dei privilegi che esso comporta, sceglie di dare spessore a tre figure tragiche, profondamente dolenti eppure sempre dignitose e nobili, unite da un destino di morte violenta e prematura. Le prime due, le cui storie sono drammaticamente collegate, sono quelle del commissario Luigi Calabresi, interpretato da Valerio Mastandrea ormai a suo agio nelle performance drammatiche, e dell’anarchico Giuseppe Pinelli, interpretato da Pierfrancesco Favino, che si conferma impeccabile nei ruoli di primo piano e sempre perfetto nel variare i registri dei vari accenti italiani. E poi c’è Aldo Moro, all’epoca ministro degli Esteri, e ben descritto – nove anni prima del rapimento e della morte –   nel suo ruolo di uomo dell’apertura e di cattolico lacerato. Nell’interpretazione di Fabrizio Gifuni, il personaggio di Aldo Moro diventa , nella rassegnata accettazione di un presagio di morte, l’ incarnazione della crisi etica e civile dell’Italia di quegli anni.

Proprio a questi personaggi sono legati i momenti più intensi del film: in questo continuo alternarsi di volti, situazioni e storie, che avvolgono lo spettatore in una ragnatela d’angoscia e di tensione viene quasi la tentazione di poter fermare le persone che appaiono sullo schermo e sventare le loro trame scellerate che hanno portato alla prima grande strage terroristica, che ha insanguinato il nostro Paese.

Manca forse il tocco visionario dell’artista che rilegge la realtà facendola brillare di luce nuova e finisce un po’ in secondo piano l’analisi profonda di cosa abbia portato a quella deriva violenta, figlia di una falsa idea di ribellione. C’è però la solidità di un racconto espresso in un’alta forma cinematografica a sorreggere un film necessario e meditato, nella speranza che sia visto dai giovani che poco sanno di questo oscuro passato che ha diviso il Paese e corroso una democrazia ancora fragile nella speranza che insegni alle nuove generazioni a non accontentarsi delle facili parole di sdegno, di circostanza e di cordoglio, ma a pretendere sempre di conoscere la verità dei fatti.

Studente di ingegneria, appassionato di cinema e musica.