Ronna Vaughn: incinta in terza media

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“Il giorno dopo Natale dissi a mia madre che dovevo parlarle. Stava cucinando la cena e mi disse che non aveva tempo. Le dissi, “No, Mamma, dobbiamo parlare ora. Devi sederti.” Fu quello il momento in cui le dissi che pensavo di essere incinta. Ero in terza media.”

Questo è l’inizio della storia che voglio raccontarti oggi e la protagonista è Ronna Vaughn. Sei curioso di sapere cosa è successo a Ronna e al suo bambino? Cosa le ha consigliato la madre e cosa ha fatto il padre del bambino?

Ho scelto questa storia tra tante altre, perché credo rappresenti qualcosa di molto attuale, una situazione che potrebbe presentarsi anche qui in Italia e forse qualche giovane che sta leggendo ha vissuto qualcosa di simile. Ho deciso di raccontare la vita di Ronna anche per un altro motivo, per la sua inattualità. Lei, infatti, ha fatto qualcosa che probabilmente non ti aspetti, anzi ha fatto molto di più…

Ecco come continua la storia… Buona lettura!

“La sua prima domanda (quella della mamma si intende, mentre erano ancora sedute una di fronte all’altra) fu di chi era. Poi disse, “Non importa, lo so chi è”. Lasciò la stanza e non mi disse altro al riguardo per alcuni giorni.

Andammo dal dottore qualche giorno dopo. Ero incinta di tre mesi. (…) Quando il dottore ci disse che ero incinta, mi misi a piangere all’improvviso. Mia madre fece lo stesso. Fu terribile.

Lo raccontai al mio ragazzo e lui mi disse che ci sarebbe stato per il bambino – non importava cosa sarebbe successo tra noi due.

Due settimane più tardi venni a sapere che anche la mia migliore amica era incinta del mio ragazzo. Lui non negò. Piansi tutte le notti. Ero davvero a pezzi.

Non avevo mai pensato che l’aborto potesse essere la soluzione giusta da fare. I miei genitori erano divorziati e quando io e mia mamma andammo da mio papà per dirgli che ero incinta, la sua prima parola fu aborto. Disse che avrebbe pagato lui. Mia madre voleva lo stesso. In segno di rispetto, ci pensai. Ma dissi loro che non potevo. (…)

Andai a scuola fino alle ultime sei settimane. (…)

A quel tempo – all’ottavo mese – i miei nonni erano stati male e avevano bisogno di qualcuno che si prendesse cura di loro. Mia madre comprò una casa accanto alla loro per esserli vicina.

Sono stata contenta di trasferirmi. Il mio ragazzo abitava proprio dall’altra parte della strada. Prima di rimanere incinta eravamo insieme tutto il tempo. Ma adesso mi evitava.

Mentre stavo facendo una doccia a casa dei miei nonni una sera sentii un dolore acuto. Mia nonna chiamò mia madre e lei mi portò all’ospedale subito. (…)”

Il giorno dopo (22 luglio) nacque Robbie e Ronna aveva 15 anni. Il Dipartimento di Salute Umana del Tennessee fornì a Ronna tutti gli aiuti necessari: consulenza individuale, supporto emotivo e servizi di aiuto per lei ed il bimbo, così Ronna riesce a ricominciare la scuola fin da quando Robbie ha solo un mese.

Le parole di Ronna ci fanno capire la sua situazione a quell’epoca: “Gli davo da mangiare, gli facevo il bagnetto, facevo i compiti e lo mettevo a letto – tutti i giorni. Qualche volta restavo sveglia fino all’uno o due di notte preparando bottiglie e facendo i compiti. e dovevo alzarmi alle 5:30 del mattino per prepararmi, per poi preparare Robbie, portarlo all’asilo nido, così da essere in tempo per la scuola.

Non avevo molti amici. Tutti mi conoscevano, tutti erano carini con me, ma non avevo degli amici vicini. Non volevano trascinarsi dietro un bambino.

Il mio tempo era sempre per la scuola, i compiti e Robbie. A pranzo le ragazze parlavano delle feste del fine settimana, di shopping, di trucchi, vestiti e delle attività del dopo scuola. Le ascoltavo e pensavo che non avrei mai potuto comprarmi dei nuovi vestiti come le altre ragazze. Dovevo comprare i pannolini. Non potevo comprarmi delle scarpe nuove come le altre. Robbie aveva bisogno delle scarpine.”

All’ultimo anno di scuola, Ronna prende un appartamento tutto suo. Alla solita routine aveva aggiunto il lavoro in una lavanderia, dopo le lezioni. Il suo stipendio finiva ancor prima di poterlo avere in mano.

Un giorno nella sua scuola viene organizzata una sorta di settimana di autogestione, con una fiera espositiva di molte associazioni nonprofit.

Una in particolare colpisce Ronna per il loro programma chiamato STARS (Students Teaching and Respecting Sexuality).

“STARS è formata da giovani che hanno avuto figli e adolescenti che hanno scelto di astenersi dal sesso. Sapevo che in quel momento volevo iscrivermi. Se potevo prevenire ad un adolescente di dover combattere come avevo fatto io, allora ne valeva la pena.

STARS promuove l’astinenza, la castità. Parlavo con studenti delle medie e del liceo e dicevo loro i benefici del saper aspettare. Dicevo loro che avevo preso la decisione di non fare più sesso fino al matrimonio. Dicevo loro che se avevano preso la decisione di fare sesso potevano prenderne una migliore di fermarsi e aspettare. (…) li incoraggiavo a considerare le conseguenze del loro comportamento e di fare le scelte con la propria testa.

Condivido la mia storia. Racconto loro che avevo fatto la scelta di fare sesso e ho fatto la scelta di tenere Robbie, la mia responsabilità era prendermi cura di lui.

Racconto loro cosa mi chiese mia madre quando sono rimasta incinta e come ho deciso di prendermi cura del mio bambino. Le dissi “Non lo so, ma lo amo”. È vero che puoi amare un bimbo – e io amo Robbie così tanto – ma non importa quanto tu possa amare il tuo bambino, l’amore non compra i pannolini, non può portare cibo su una tavola e un tetto sopra la testa del bimbo.

Racconto tutte le cose che mi sono mancate (…) cose così importanti per la vita di un giovane. (…)

Potevo facilmente rinunciare. Spesso sono così esausta. Ma Robbie mi fa andare avanti.

Ho sempre pensato che volevo fare qualcosa di buono nella mia vita, e quando ho avuto Robbie – qualcun altro per il quale essere responsabile – ho capito che dovevo dargli la migliore educazione possibile e impegnarmi più che mai. Che tipo di vita poteva avere Robbie se avessi rinunciato?

Sono stata spesso tanto arrabbiata. Volevo dare tutta la colpa la mio ragazzo. (…)

Adesso non sono più arrabbiata. Essere arrabbiati non ti fa andare da nessuna parte; non ti fa realizzare nulla. Ora penso al modo di aiutare gli altri. Sono felice se posso fare la differenza nella vita di una ragazza.”

Spero che la storia di Ronna possa fare la differenza anche nella tua vita. La sua è stata una vita intensa, una vita piena di scelte che ha saputo affrontare con responsabilità, capendo che la cosa più bella e che può renderti davvero felice è avere il coraggio di donarsi agli altri.

* il testo del racconto di Ronna è tratto dal bellissimo libro Teens with the courage to give di Jakie Waldman ed è una mia personale traduzione dal testo in inglese.

 

Articolo tratto da Gente Nuova

 

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