Sallusti: un criminale in redazione

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Alessandro Sallusti non è un santo e, probabilmente, non ha mai preteso di esserlo. È “semplicemente” un giornalista di fama, politicamente scorretto (e schierato), provocatorio, corrosivo, direttore responsabile de Il Giornale. Il suo caso giudiziario è di quelli che contano, e non solo per la sua visibilità pubblica e per lo scalpore che ha suscitato, ma soprattutto per i temi che tocca: il rapporto delicato tra libertà d’espressione, diritto di cronaca e delitto di diffamazione, il potere dei giudici in Italia, l’aborto di una tredicenne autorizzato da un magistrato. Temi scottanti, difficili, che meriterebbero un’analisi approfondita e attenta e non prese di posizione preconfezionate.

Per ora ci limitiamo alla storia. Nel 2007 esce sul quotidiano Libero, di cui Sallusti era direttore (dopo aver rivestito il ruolo di condirettore) un articolo a firma Dreyfus, un nome che richiama alla mente la Pantera Rosa o, scherzi della vita, il noto Affaire di fine ‘800, scandalo politico originato da un errore giudiziario. Nell’articolo l’autore si scaglia con un certo fervore contro genitori, medici e giudice, rei di aver attentato alla vita di una ragazzina di tredici anni “costringendola” ad abortire contro la sua volontà, causandole dei traumi impressionanti e il conseguente ricovero presso una clinica psichiatrica. Bilancio totale: un omicidio e una pazzia indotta. Dreyfus, con veemenza e con una esplicitata voglia di esagerare, ipotizza la pena di morte per i protagonisti di questo scempio di Stato: giudice, medici, genitori.

Il giudice tutelare Giuseppe Cocilovo non ci sta ad essere additato come un assassino: querela Sallusti che, in quanto direttore responsabile del quotidiano di pubblicazione e presunto autore dell’articolo, viene condannato in primo grado ad una pena pecuniaria (cinquemila euro, non di più) e, in appello, a quattordici mesi di reclusione (pena confermata in Cassazione, ma sospesa in attesa che lo stesso Sallusti richieda misure alternative alla detenzione).

Ha ragione Cocilovo a lamentarsi? L’articolo ha davvero un contenuto diffamatorio? Per chiarire questo punto occorre precisare che il provvedimento di un giudice tutelare è richiesto dalla legge in presenza di circostanze particolari: per esempio, nel caso in cui una minore vuole abortire ma i genitori non sono entrambi d’accordo. Il giudice, in casi come questo, è chiamato a verificare la sussistenza delle condizioni di validità del consenso espresso dalla donna. In sostanza, per dirla con parole semplici, il giudice non è chiamato a “decidere” o a “co-decidere” circa l’opportunità o meno di un intervento abortivo, perché è solo alla responsabilità della donna che è rimessa la decisione effettiva (così anche la Corte Costituzionale con un’ordinanza proprio del 2012). Dal punto di vista giuridico, quindi, le esternazioni di Dreyfus potrebbero in qualche modo apparire “false”, volte ad una distorsione della realtà e, quindi, si potrebbe arrivare a parlare di diffamazione, considerando anche il fatto che il ricovero in clinica psichiatrica potrebbe non essere stato l’effetto immediato dell’aborto (così invece fa credere Dreyfus), ma del ripresentarsi di disagi che da sempre hanno afflitto una ragazza “difficile”, che aveva da sempre soggiornato in più di un orfanotrofio fino ad essere adottata da una coppia che si era poi separata.

Non è questo il punto centrale nella nostra discussione. Tralasciamo anche il fatto che in casi come questo è davvero difficile accertare che la volontà di abortire sia davvero “piena” e “matura” in una ragazza così giovane. Ammettiamo, e sembra plausibile, che il giudice Cocilovo abbia svolto bene il proprio lavoro, permettendo l’applicazione di una legge dello Stato, e quindi sgomberiamo il campo, una volta per tutte, dall’idea che un giudice possa sempre rifiutarsi di concedere questa autorizzazione sulla base di valutazioni morali (un diniego sembra possibile lì dove la minore sia contraria all’aborto). Occorre sciogliere alcuni nodi: è davvero possibile che il direttore di un quotidiano importante venga condannato al carcere per un articolo che non ha scritto o sulla cui pubblicazione non ha vigilato (pare che il vero autore dell’articolo non fosse Sallusti, ma Farina)? Sì, è possibile, si può fare: ha diffamato, quindi paga. D’accordo, ma perché non limitarsi ad una pena pecuniaria? E perché ricorrere al carcere? E perché non concedere le attenuanti (evitando la detenzione) invece di considerare un giornalista come Sallusti un soggetto pericoloso?

Ha già commesso reati di questo tipo, rispondono i saggi dall’alto dei loro troni (di carta?). Suvvia, siamo seri. Sallusti può fare antipatia (non mi è mai stato simpatico, personalmente), può essere molesto, parziale, anche pesante nelle sue esternazioni, ma non è un criminale.

Sono i criminali ad andare in galera. E quelli che danno fastidio ai giudici.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.