Cartoline dal Salone del Libro di Torino

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Ovvero, perché abbiamo bisogno di un luogo nel tempo e nello spazio dove riflettere sul nostro «fare cultura»

Si è chiusa ieri la trentunesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino. Dal 10 al 14 maggio il polo fieristico del Lingotto si è animato di incontri, conferenze, scrittori e soprattutto libri, moltissimi libri. Alla chiusura della kermesse in tanti hanno parlato di «successo straordinario», ma è andata davvero così? Proviamo a raccontare il Salone di quest’anno «dall’interno».

L’ingresso del Lingotto, dal profilo Flickr del Salone

Una piccola premessa. Il Salone del Libro è un momento fondamentale per lo stato di salute del nostro paese. Prima di tutto, qui si incontrano scrittori, giornalisti, editori e più in generale tutti quegli ‘addetti ai lavori’ responsabili della produzione di cultura in Italia. Insomma, è quel momento dell’anno in cui si tirano le fila, si riflette sul lavoro svolto e si prova a fare il punto della situazione riguardo allo stato economico e sociale del libro. Che il Salone sia anche e soprattutto un luogo per chi con la cultura «ci mangia» lo testimoniano i numeri dell’International Book Forum, l’area business dell’evento torinese: oltre seicento operatori del settore hanno presenziato ad un totale di tremila incontri con editori italiani ed internazionali. Dunque, l’importanza del Salone non può essere messa in discussione: è il luogo dove maggiormente si crea cultura nel nostro paese.

Le code all’ingresso il 10 maggio, dal profilo Flickr del Salone

Un po’ di numeri. La prima impressione è quella di un’enorme, caotica libreria. Migliaia di persone affollano ogni giorno i vari stand, ognuno dedicato ad una casa editrice diversa: si va dai colossi Feltrinelli e Mondadori alle più piccole Minimum Fax e Quodlibet, fino alle sconosciute GOG e La spiga. In tutto sono oltre 1200, per uno spazio espositivo totale di 52mila metri quadrati. La vera attrazione per i visitatori sono le centinaia di incontri, conferenze e presentazioni che si susseguono ogni giorno, con un programma molto ricco e fitto. Tutto ruota attorno al tema dell’edizione, in maniera più o meno coerente. Quest’anno si è scelta una frase d’impatto, una sfida non da poco: «Un giorno tutto questo», come a dire «quale futuro stiamo lasciando ai nostri figli?». L’affluenza è quella delle grandi occasioni, con oltre 144mila biglietti venduti nei cinque giorni d’apertura e un impatto economico pari a circa 30 milioni di euro. A cosa si deve tutto questo successo? Da diverso tempo il Salone naviga in acque finanziariamente poco tranquille, una situazione aggravatasi l’anno scorso con la decisione dell’Associazione Italiana Editori di organizzare a Milano un festival concorrente, Tempo di Libri. Tanto nel 2017 quanto nel 2018, l’organizzazione del Salone è stata incerta fino all’ultimo. Eppure, proprio a fronte di queste difficoltà la risposta del pubblico è stata eccezionale e unanime: il Salone deve continuare ad esistere e deve farlo a Torino, la città che l’ha visto nascere e che l’ha fin qui sempre ospitato. In questo senso è significativo che la trentaduesima edizione sia già stata confermata, come a dire che il periodo dell’incertezza è finalmente alle spalle.

Panoramica degli stand, dal profilo Flickr del Salone

Un Salone per i lettori? Paradossalmente non è il Salone il luogo ideale per acquistare dei libri, nonostante si finisca sempre per cedere alla tentazione di comprarne una dozzina, data la vastità di volumi a disposizione. Nonostante il gran numero di visitatori, spesso si nota una divisione, che potremmo brutalmente definire tra «mainstream e intellettualismo». Al di là degli eventi frequentati da folle oceaniche – per fare alcuni esempi, gli incontri con Alessandro D’Avenia e Andrea Marcolongo, Fabio Volo, Roberto Vecchioni e Dori Ghezzi e tutti quegli autori più «pop» – spesso le conferenze sono «di nicchia», tanto nei temi quanto nell’affluenza. Le due anime del Salone si palesano in maniera abbastanza netta: da un lato le ‘star’ della cultura, dall’altro gli incontri eruditi, che lasciano la vaga impressione di un evento organizzato da e per una«cricca» di intellettuali. In fin dei conti, però, è proprio questa una delle sfide più interessanti che il Salone dovrebbe porsi: trovare una mediazione tra la cultura di tutti i giorni – che tutti denigriamo per poi puntualmente acquistarla a Natale per amici e parenti – e quell’avanguardia erudita formata da poeti, riviste culturali e giovani scrittori adorati dalla critica ma sconosciuti al pubblico.

Lo stand di Robinson, durante l’incontro con Zerocalcare

Alcune piccole scoperte. Il Salone è senza dubbio un’ottima occasione per scoprire e dialogare con piccole case editrici e nuovi scrittori emergenti, meno per interfacciarsi con i colossi dell’editoria, che si limitano a ricostruire le proprie librerie all’interno dei padiglioni del Lingotto. Tra le iniziative più interessanti merita una menzione lo spazio Robinson, dal nome dell’inserto culturale di Repubblica. Senza mura o limiti d’accesso e dunque aperto e inclusivo, è stato tra gli stand più «vivi» di tutto il Salone, luogo di incontro e dialogo tra lettori e scrittori. Tra gli altri, qui hanno incontrato i lettori Zerocalcare e Piero Angela, assieme a tanti nuovi autori emergenti e alle firme di Repubblica. Tra gli stand più riusciti la palma di vincitore spetta senza dubbio a quello dell’Enciclopedia Treccani, a partire dal ‘gadget’ omaggio per i visitatori: una mela, perché «la cultura non è peccato». All’interno, oltre ai classici volumi da collezione cui siamo tutti abituati, tante iniziative per il futuro della letteratura, come la presentazione della Scuola di giornalismo culturale de Il Tascabile. Tuttavia, la più bella scoperta di tutto il Salone è stata la serie di incontri curata da Prospettive digitali riguardo allo stato di salute delle riviste culturali online italiane: «Ruoli e possibilità di nuove testate online dedicate alla letteratura italiana e straniera: resistenza o esistenza?». Quattro eventi pomeridiani, per un totale di undici riviste presentate ai lettori, a testimonianza di un universo ancora poco conosciuto, in perpetua lotta con quei social network che cercano di risucchiarlo, eppure vivo, in una sorta di utopia moderna. Meriterebbero ognuna un articolo a parte ed è proprio così che abbiamo deciso di raccontarvele: una ogni fine settimana, nella nostra community Facebook, (Es)cogitiamo.

Lo stand Adelphi, dal profilo Flickr del Salone

Qualità, non quantità. Durante la presentazione del libro Governance del canadese Alain Deneault, Gustavo Zagrebelski rifletteva sulla quantità pressochè infinita di libri presenti al Salone, osservando come la nostra immensa produzione libraria sia direttamente proporzionale alla scarsa incidenza culturale e sociale della stessa. In altre parole, nella massa tutto si perde e passa inosservato. Se una sfida può essere lanciata al Salone, è proprio questa: ora più che mai è necessario individuare fari di qualità nella notte della massa, che attanaglia tanto la cultura, quanto la politica e più in generale il nostro vivere quotidiano.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: «Che fai tu Luna in ciel?». È lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.