Scappa – Get Out

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È uscito nelle sale a maggio e forse già conoscete questa faccia sconvolta, ma vale la pena parlarne per la sua nomination all’Oscar come miglior film

Negli ultimi anni il razzismo e le discriminazioni verso la popolazione nera sono stati al centro di molte produzioni cinematografiche americane. Esempio evidente ne sono film quali The Help12 anni schiavo, Il diritto di contare, Loving, tutti ambientati in un passato fatto di odio e pregiudizi, distante ed impossibile da rimpiangere. Una sorta di ‘come eravamo’ che dovrebbe contribuire ed esaltare i passi avanti compiuti dalla società americana nel presente, la consacrazione di una nazione che, sull’onda dell’obamiano «yes, we can», ha finalmente vinto e superato la propria componente razzista.
Get Out ribalta questa rassicurante prospettiva. È lo stesso regista e sceneggiatore, Jordan Peele, a raccontare di aver gettato le basi per la storia durante il primo mandato presidenziale di Barack Obama, quella che tutti amavano definire come la «post-racism era». In un’intervista al The Hollywood Reporter, Peele ricorda come appena dieci anni fa portare in scena un razzismo attuale e non datato venisse considerato un modo per perpetrarlo, il tentativo di risvegliare un mostro del passato. Un mostro che ad appena una decade di distanza sembra più vivo e temibile che mai. Get Out mira a dimostrare come non basti un presidente nero per guarire una nazione, perché il razzismo pervade ogni aspetto della società, è subdolo, si annida ovunque, anche in chi si professa aperto alla diversità e tollerante.
Per raggiungere il suo scopo, Jordan Peele, un apprezzato comico ed imitatore afroamericano alla sua prima esperienza da sceneggiatore e regista, compie una scelta in controtendenza, affidandosi ad un genere apparentemente distante dalla discriminazione razziale, ma proprio per questo estremamente efficace. Accostando sapientemente una sottile satira politica alla tradizione dell’horror in stile La notte dei morti viventi, ne esce una comedy dai tempi perfetti, che, con continui indizi e riferimenti velati, sembra quasi sfidare lo spettatore a cogliere il distopico colpo di scena finale.
La storia è apparentemente semplice e in origine quasi romanticamente illusoria. Rose, rampolla di una ricca famiglia bianca dell’Alabama, convince il suo fidanzato di colore Chris (Daniel Kaluuya, candidato all’Oscar per il miglior attore) a fare il grande passo: trascorrere il fine settimana con i genitori di lei. Fin qui tutto bene, ma una volta giunti a destinazione le stranezze si moltiplicano. Ogni frase sembra fuori posto, ogni dialogo è un indizio, un piccolo disvelamento di ciò che sta per accadere. I genitori di Rose si presentano come lo stereotipo dei democratici progressisti americani. Cercano di dimostrarsi aperti al diverso e tolleranti, raggiungendo però l’effetto contrario, con quella visione un po’ stereotipata che i bianchi hanno del pensiero e dei modi di fare degli afroamericani: «avrei votato per Obama una terza volta se fosse stato possibile» afferma convinto il padre di lei, condendo le sue frasi di un velato paternalismo, con continui riferimenti a Jesse Owens e alla prestanza fisica dei neri. A ciò si aggiunga che la servitù della casa è composta da un giardiniere e da una domestica, entrambi neri, dai modi quanto mai bizzarri. Infine, il fratello di Rose ha comportamenti da squilibrato mentale, mentre la madre di lei è un’esperta di ipnosi. Tutti elementi che, come ha scritto Stefano Guerini Rocco per Ondacinema, servono a «insinuare progressivamente, nelle pieghe di una narrazione solo apparentemente piana, una tensione sottile e penetrante, tanto più disturbante quanto più drammaticamente reale – o quantomeno realistica». Una tensione pronta ad esplodere quando nella magione arriverà un gruppo di ricchi borghesi, amici ‘di famiglia’, tutti rigorosamente bianchi.
Combinando atmosfere inquietanti, scenari horror distopici, satira politica, momenti di grande tensione, denuncia di genere e una comicità ‘da neri’, Get Out si è dimostrato un grande successo di critica e pubblico, riuscendo ad incassare più di 200 milioni di dollari solo negli Stati Uniti, a fronte di un budget di produzione pari ad appena 4,5 milioni. Rolling Stone l’ha definito «un frenetico teatro dell’orrore carico di tensione razziale e pungente genio satirico», mentre in tanti hanno particolarmente apprezzato il modo in cui Jordan Peele è riuscito a mettere sulla graticola tanto il razzismo più strisciante quanto il rischio della passività della comunità afroamericana, rassegnata a farsi ‘comprare’ dai bianchi. Non è un caso se Get Out si è meritato la nomination all’Oscar per il miglior film, cosa rara e non scontata per una pellicola uscita nella prima parte dell’anno, ancor di più perché si tratta di un horror.
Scappa – Get Out è divertente, provocatorio e capace di inserire la sua potente critica sociale in una commedia/horror efficace e d’intrattenimento (Rotten Tomatoes, valutazione 99/100)
Una delle cose più belle del film è il modo in cui riesce ad instillare nello spettatore l’idea che «qualcosa sta andando storto», senza mai anticipare nulla, almeno fino al turning point finale. Per chi di voi ha già visto Get Out, Buzzfeed ha raccolto 22 scene che a posteriori assumono un significato completamente diverso, tanti piccolo easter eggs che il regista si è divertito ad inserire. Proprio per questo molti tra i più autorevoli critici cinematografici consigliano di vedere il film più di una volta, per cogliere al meglio tutti gli indizi e i rimandi nascosti.
Il successo di questo film è dovuto probabilmente al genio di Jordan Peele, che ha meritatamente ricevuto le nomination agli Oscar per il miglior regista e la miglior sceneggiatura originale. Get Out è il film di qualcuno che conosce bene ciò che racconta e lo teme in prima persona. Non a caso i titoli di coda si concludono con la dicitura quanto mai insolita: «dalla mente di Jordan Peele». Il regista ha spiegato che questo serve a rimarcare che il punto di vista adottato è quello di un nero, il sostrato culturale su cui il film si basa è quello di un nero, le paure del protagonista sono quelle di un nero. Insomma la storia è frutto della mente e del vissuto di un nero americano, con tutto ciò che questo comporta.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: «Che fai tu Luna in ciel?». È lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.