Scegliere di non morire

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Panni colorati appesi su un filo instabile ondeggiano spinti dalla forza del monsone e nubi pesanti, sdraiate sulla linea dell’orizzonte, avanzano silenziose tuonando. Sembrano quasi riecheggiare i passi pesanti e lenti degli elefanti; a ovest una saetta violacea spacca il grigiore e si ficca iraconda nella foresta gonfia di vento.
Scrosci, tintinnii dispersi, fiumi serpeggianti e tonfi secchi ghignano nell’aria in un’orchestra di sensazioni; poi, come se un velo invisibile improvvisamente si innalzasse verso il sole catturando la povere, uno squarcio di azzurro si dipinge in alto e piano si allarga; intorno tutto torna calmo e ridente. Un tappeto caduto per terra giace nel fango e per metà in una pozzanghera; solo il chiacchiericcio degli uccelli e delle foglie accompagna il silenzio.
Un dipinto, una poesia, una sinfonia; forse la realtà.

Nel cuore pulsante di un continente idealizzato e ammirato nella natura viva e spesso incontaminata, l’urlo del temporale si spegne insieme alle grida acute di una bambina che non avrà voce.

L’Asia, cantata e sognata, è da anni lacerata da una tra le più grandi ingiustizie dell’umanità: l’aborto selettivo.
Nella grande e popolosissima Cina nacque come un’esigenza concreta, dovuta all’incontrollabile crescita demografica, quella di indurre l’aborto del secondogenito in arrivo in una famiglia, ancor di più se questo non fosse maschio, e al di là della scelta dei genitori, nel caso di avvenuta nascita lo stato non avrebbe supportato nello stesso modo un nucleo di più di tre persone rispetto al resto della popolazione. Un gelido, rapido, avvertimento che la scelta giusta è fermarsi al primo figlio. E questo solo a livello superficiale, poiché l’ingiustizia che le donne cinesi subiscono non sta in una minaccia.
La cruda ingiustizia sono le sterilizzazioni forzate, l’aborto costretto anche ai nove mesi, neonati strappati alle madri e ammazzati senza pudore, in un paese troppo vivo che sembra aver a cuore solo uccidere per vivere meglio.

Conobbi delle ragazze cinesi l’estate scorsa in vacanza a San Diego e non esitai a informarmi su questa questione così accesa e viva nella coscienza europea; non fui molto rassicurata. Una ragazza si limitò a dirmi che non c’era nulla di strano:“There are too many people in our country”. “Ci sono troppe persone in Cina”.
Perché cercarsi problemi? Se siamo troppi, cerchiamo di essere di meno, un solo figlio, nessun tipo di problema.

E’ spiazzante osservare, nelle culture diverse dalla nostra, come lo stato e la società condizionino il modo di pensare di ciascuno; non è destabilizzante solo il grandissimo burrone che divide il proprio modo di pensare dall’altro; lo è anche il percepire una lontana coscienza di essere noi stessi piantati in un terreno nutrito di una identità collettiva nascosta e appetitosa: la paura è quella di non essere mai davvero critici, con una coscienza che sa camminare da sola, ma solo illusi di esserlo.

In India il problema è ancora più tristemente ingiusto. Non è una questione numerica, non una necessità demografica, ma mentalità comune che una figlia femmina, prima, seconda, quarta che sia, rappresenti una disgrazia.
I figli maschi manterranno la famiglia, cresceranno e avranno successo; all’arrivo di una bambina è meglio spendere soldi per la sua morte, abortendo, che arrivare a spenderne molti di più per la sua vita. Non sono crude parole di persone che osservano la scena, ma  slogan pubblicitari e pensieri tratti dalla realtà indiana. Dalle interviste rilasciate all’Action Aid (un’organizzazione indipendente americana che lotta per i problemi della povertà) da molte donne indiane, si delinea il triste scenario sociale che queste madri devono affrontare, nel quale aspettare una figlia vuol dire ricevere compassione e pena, e non abortirla disprezzo.

Una donna, da sola, non può ribellarsi alla società, allo stato e il suo urlo è vano, effimero, come una scritta sulla sabbia per la quale vento e oceano sono mostri troppo grandi da cui ripararsi. L’ignoranza è fatta di sabbia… Ma una consapevolezza che superi i confini asiatici e l’unione saranno gli strumenti di queste madri per scrivere nel cemento.

Articolo scritto da Elisa Zena

Cogitoetvolo

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