Schiavi dell’impossibile

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Il sociologo Zugmunt Bauman nel suo saggio “L’arte della vita” afferma che: “Una felicità autentica, adeguata e totale sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci ad esso”. Ogni singolo essere umano impiega la sua esistenza nella ricerca della felicità, identificandola nei più svariati ambiti sociali. Questa ricerca si presenta come una continua lotta, come un continuo stato di inquietudine e di insoddisfazione che costringe l’uomo a vivere come se fosse schiavo di se stesso. Ma allora che cosa è la felicità? Che cosa bisogna fare per raggiungerla? Questi interrogativi hanno da sempre lacerato l’animo umano creando delle illusioni, delle speranze e dei desideri, spesso troppo fragili per resistere dinanzi agli ostacoli della vita. Alcuni uomini, dimenticando il vero significato della felicità, identificano il conseguimento di questo sublime sentimento in obiettivi legati alla conquista di beni materiali.

Il tradimento dell’individualismo sta tutto qui: nel far credere che per essere felici basti aumentare le utilità”, afferma l’economista Stefano Zamagni tra i più esperti in Italia nel campo del no – profit. E’ proprio in questo contesto che si delinea la figura del “Chicago man” ovvero la versione più aggiornata dell’homo oeconomicus: un uomo che, pur possedendo tutto, è un isolato, un solitario e dunque un infelice. Questo tipo umano è “tirchio” prima di tutto con se stesso. Vogliamo forse trasformarci in tanti Mazzarò? Il protagonista del racconto La roba di Verga è, infatti, il simbolo dell’alienazione completa in nome della “roba”, intesa come beni e ricchezze.

Vogliamo dimenticare il celebre invito alla moderazione del famoso motto oraziano – aristotelico? Est modus in rebus: c’è una misura nelle cose. Lavoriamo, lottiamo per costruire il domani dimenticando così di vivere il presente. È forse questa la causa della nostra infelicità? Possediamo anche noi le sfumature dell’inquietudine di alfieriana memoria? Cerchiamo ovunque qualcosa che possa colmare il nostro vuoto interiore, senza accorgerci che ciò di cui abbiamo veramente bisogno si trova davanti ai nostri occhi. Per trovare la tanto ambita felicità bisogna innanzitutto rendersi conto che essa non è né uno stato d’animo duraturo né una condizione raggiungibile quanto piuttosto un’effimera e fragile luce, che può illuminare alcuni attimi della nostra esistenza. Ovviamente questo non deve comportare uno stato di apatia e di sconfitta, anzi deve spingere l’uomo a tentare l’impossibile così come afferma Bauman, sperando di riuscire prima o poi a raggiungere gli obiettivi prefissati: “dimostrandoci così all’altezza della sfida”. Ma basta questo per essere felici? Basta raggiungere un obiettivo per sorridere finalmente? Leopardi si chiese: “Un desiderio quand’è tale? Solo quando è appunto un desiderio. Dopo che lo raggiungi pervade e governa solo il vuoto”. Dopo averlo realizzato, dunque, saremo nuovamente dominati dall’insoddisfazione. Siamo schiavi delle nostre passioni, dei sentimenti e seppure abbiamo diritto alla felicità, non potremo mai conseguirla.

Per raggiungere uno stato di felicità, anche se passeggero, bisogna scavare nel cuore umano cercando di stabilire un equilibro e una serenità duratura, cogliendo ogni singolo attimo che la vita ci dona perché come è stato ben detto nel film Notte prima degli esami: “la felicità non è ciò che si trova alla fine di una corsa, ma ciò che si prova mentre si corre”.

Allora, come direbbero Aldo, Giovanni e Giacomo… “CHIEDIMI SE SONO FELICE!!”

Cogitoetvolo