Scuola, e poi?

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Sono tempi duri per i laureati. Il pezzo di carta che assegna il titolo tanto ambito di dottore non trova nel mondo del lavoro, per tanti giovani, il giusto e meritato riscontro. Molte le aspettative deluse. E anche se si ottengono specializzazioni post-laurea e si è fatto stage a destra e a manca o master all’estero, il lavoro che si riesce a trovare è accompagnato nell’80-90% dei casi da un aggettivo un po’ infelice: precario. Lavoro che addirittura, il più delle volte, con il titolo di studio ha poco o niente a che vedere.

 

Università che sfornano commesse e camerieri
«A otto mesi dal conseguimento della laurea ho fatto la standista in occasione di alcune fiere, poi ho trovato un impiego in una libreria, siglando un contratto a termine» dice Cinzia, 28 anni, laureata al Dams con 110 e lode, e ci confida: «Non mi dispiacerebbe essere assunta in una biblioteca, ma al momento mi devo accontentare di lavoretti e prendo meno di 700 euro mensili». Myriam, 25 anni, si è laureata in Scienza dell’Educazione e suona in un gruppo come tastierista: «Tre mesi dopo la laurea ho fatto la commessa in un supermercato per qualche tempo, ora mi trovo in un negozio di bigiotteria per sostituzione di maternità. Dopo spero di trovare qualcosa che mi permetta un minimo di autonomia», ma ha comunque un sogno nel cassetto: «diventare una truccatrice». Silvia, 31 anni, collabora da alcuni anni come redattrice esterna. Si è laureata in lingue, abile nell’attività di traduttrice, cinque mesi dopo la laurea non si è lasciata scappare l’opportunità di lavorare presso una grande casa editrice, ma il suo destino «sembra quello di andare avanti a forza di contratti atipici, a termine o a progetto». Marco, 29 anni, laureatosi in architettura, dopo un anno e mezzo di inattività, si è messo a fare il cameriere per sbarcare il lunario. La sua osservazione riguardo al fatto se il diploma universitario gli sia servito, censurando un paio di parolacce, è stata: «No comment!».

Un tasso di occupazione in ribasso
L’assorbimento dei laureati nel mondo del lavoro, nel nostro Paese, non è risultato in questi ultimi anni del tutto agevole: si è assistito a un sensibile decremento del tasso di occupazione. I dati Istat lo hanno confermato e sono stati avallati anche da altre fonti d’indagine come Almalaurea ed Eurispes. Fra il 2000 e il 2005 (dati consolidati) la percentuale di giovani che, in un’età compresa tra 25 e i 34 anni, hanno trovato un lavoro a un anno dal conseguimento della laurea è scesa dal 57,5 al 54,2%. Una delle ragioni che spiegherebbero questa situazione poco lusinghiera s’intravede nel fatto – dichiarano alcuni esperti – che la legge Biagi stenta ancora a decollare. Altri muovono questa critica: «Non si investe abbastanza nella ricerca». Negli ultimi cinque anni i contratti di formazione lavoro sono calati in maniera vistosa. Si è invece elevato il numero dei contratti atipici. Tra le professioni, forse gli ingegneri sono quelli che godono di maggiori opportunità (il 76% ha trovato un posto un anno dopo l’ultimo esame). Chi si laurea in Lettere, purtroppo, si metta l’anima in pace e una mano sulla coscienza: è forte il rischio di venire bollato quasi come un disoccupato a vita. Sul fronte delle retribuzioni, i neo-laureati che riescono a essere in qualche modo assunti dopo un anno dalla laurea guadagnano uno stipendio di pochissimo superiore ai 900 euro al mese. Cifra che può raggiungere i 1300 euro circa in un arco di tempo pari a 5 anni. Ma esiste un’altra faccia della medaglia: un 25% di laureati riceve un compenso mensile che non sfiora neanche i 400 euro.

Una parola chiave: «atipico»
Secondo il Rapporto Eurispes, che si è concentrato su un bacino di giovani, più o meno occupati, di età compresa tra i 18 e i 39 anni, è emerso che su un totale di 22 milioni di giovani che svolgono una professione o un mestiere, sono 7 milioni coloro che svolgono un lavoro in seguito a un contratto atipico. Con la laurea o senza, il lavoro cosiddetto «atipico» può ritenersi dunque la condizione normale in cui versa il sistema Italia. Dal momento che il 61,7% dei maschi e il 62,8% delle femmine hanno dichiarato di aver lavorato sempre con contratti atipici. Anche lavoratori di età più matura hanno confermato questa realtà: il 66,9% degli occupati con un’età compresa tra i 26 e i 32 anni e il 67,8% di coloro che lavorano con un’età tra i 33 e i 39 anni. L’83,2% del campione di giovani su cui è stata svolta l’indagine risulta dotato di un diploma di laurea, e oltre il 55% in possesso non solo di una laurea, ma anche di master o di varie specializzazioni post-laurea. Il 90% non risulta sposato, al massimo convive. Soltanto il 6,5% ha moglie e figli.

Tra Nord e Sud e tra Pubblico e Privato
Dopo tre anni dal conseguimento del diploma di laurea, in base a una ricerca condotta da Almalaurea su 56 mila neo-diplomati di questi ultimi dieci anni, in 27 Atenei italiani, trova un lavoro il 73% dei laureati, dopo 5 anni: l’86%. Non mancano le buone notizie: hanno trovato un’occupazione stabile 41 laureati su 100 dopo un anno dalla laurea; 62 su 100 dopo 3 anni; 74 dopo 5 anni. Per le ragazze la situazione non è proprio delle più brillanti. È nell’insegnamento, nel settore linguistico e in quello biologico e medico-sanitario che esse prevalgono in modo anche preponderante rispetto ai maschi. Ma a un anno dopo la laurea se ne sistemano 51 su 100, mentre tra i maschi: 59 su 100. I ragazzi fanno la parte del leone nel settore dei liberi professionisti (9,2%), mentre le ragazze tracciano in questo ambito una esigua presenza: solo il 3% a un anno dalla laurea. Nel mettersi in proprio i maschi costituiscono il 5,9%, le ragazze sono il 3,5%. Tra i dirigenti i ragazzi sono il 3,5%, le femmine l’l,8%. Nelle collaborazioni e nell’attività impiegatizia hanno comunque la meglio le ragazze: 26,6% contro 18,9%; 9,2% contro 7,3%. Una differenza si osserva anche tra il Nord e il Sud della penisola: tra i laureati nel 2003, lavora il 65% dei giovani del Settentrione, rispetto al 41% del Meridione. Anche tra pubblico e privato si sono rilevate delle peculiarità che contraddicono un vecchio luogo comune e l’andazzo degli anni passati: a 5 anni dalla laurea, nel lavoro statale, i contratti a tempo determinato costituiscono la norma; nel settore privato, invece, gran parte dei giovani troverebbe il tanto sospirato posto fisso: si è assunti (evviva!) a tempo indeterminato. Insomma non è detta l’ultima parola. Come dice un vecchio detto popolare: «Il lavoro nobilita l’uomo». Sempre. Nonostante tutto.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

Cogitoetvolo