Se deve essere per forza omofobia

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È di pochi giorni fa la notizia che migliaia di persone, in Turchia, stanno protestando contro la decisione del governo di trasformare un’area verde della città di Istanbul in un grande centro commerciale. Almeno questo è il motivo ufficiale; ma probabilmente si tratta di un pretesto per nascondere il vero scopo della protesta, che vede in piazza migliaia di oppositori del premier turco.

Ho appreso la notizia leggendo un noto quotidiano che, nel titolo, parlava di primavera turca. Istintivamente mi sono subito schierato dalla parte della gente che protestava, prima ancora di leggere i contenuti dell’articolo. La primavera è, infatti, tra le quattro stagioni, la più affascinante. È il momento della rinascita, dello sbocciare dei colori; è la stagione che apre le porte all’estate, il tempo della vacanza e del riposo, il tempo del sole, dell’amore, della luce.

Leggere della primavera turca, quindi, non poteva che farmi schierare idealmente a fianco del popolo turco. Anche se non conosco ancora i veri motivi della rivolta, il richiamo del termine primavera me la rende vicina. Così come sentire parlare dei ribelli che lottano contro il regime di Assad, in Siria, non può non farmi stare dalla loro parte. Perché, per definizione, ribelle è colui che combatte per una giusta causa contro la tirannia che opprime un intero popolo. Poco importa poi se, in Turchia come in Siria, la realtà possa essere un’altra. Poco importa se i motivi degli scontri siano legati non solo al desiderio di libertà ma anche a interessi economici, politici, di potere che non c’entrano nulla con i colori della primavera. Poco importa se tra i “ribelli” siriani ci siano anche terroristi o se tra gli “indignati” – altro termine caro alla neolingua – ci siano anche anarchici che hanno  come unico scopo quello di distruggere.

Qualcosa di simile avviene con una parola che, negli ultimi mesi, è diventata quasi fastidiosa per la quantità di volte in cui viene citata a sproposito dai media. Intendiamoci: che un omosessuale reclami il diritto di non essere discriminato per la sua scelta è giusto e sacrosanto. Si potrà non essere d’accordo sul suo stile di vita ma la persona va sempre rispettata. Troppo volte, in passato, ciò non è avvenuto e anche per questo oggi ci troviamo all’estremo opposto, con richieste che oggettivamente ci lasciano perplessi, come il matrimonio gay o l’adozione di bambini da parte di omosessuali. Ma non è di questo che voglio parlare.

Vorrei riflettere con voi sull’omofobia e sull’abuso che spesso di questa parola viene fatto unicamente per portare avanti le proprie battaglie ideologiche. La cronaca recente ne è la prova e vi racconto perchè.

Roma, novembre 2012: Andrea, un quindicenne romano, si toglie la vita perché vittima di omofobia. “Il ragazzo dai pantaloni rosa”, lo chiamavano gli amici. Amava mettere lo smalto nelle unghie e questo per un ragazzo non è bene: dàgli con l’omofobia, allora. Una vera e propria persecuzione che porta Andrea a decidere di farla finita. I giorni successivi al suicidio sono un susseguirsi di titoli stereotipati sui giornali: “Quindicenne gay si uccide perché preso in giro dagli amici” o “Ennesimo suicidio. Adesso stoppiamo l’omofobia dilagante”. Paola Concia, esponente del partito democratico, da sempre impegnata nella difesa dei diritti degli omosessuali, si presenta a scuola e incontra per due ore i compagni di Andrea, per ricordare loro, tra l’altro, che “il bullismo omofobo è diffusissimo all’interno di tutte le scuole e che la parola gay, omosessuale, o peggio frocio, è una parola usata per disprezzare“. Due ore di autentica catechesi sull’omofobia. La gente è colpita dall’ennesimo oltraggio ad un omosessuale finito in tragedia. Si organizzano fiaccolate e marce contro l’omofobia. In parlamento, oltre che sui giornali, si alzano numerose voci che reclamano urgentemente una legge che metta fine all’omofobia.

Solo poco tempo dopo si scopre che Andrea, come dichiarato dai suoi compagni “era sì originale ma non era omosessuale, tanto meno dichiarato, innamorato di una ragazza dall’inizio del liceo“. Anche i genitori di Andrea hanno negato l’omosessualità del figlio, sottolineando come fosse innamorato di una coetanea. Le indagini hanno escluso che sia stato il bullismo o l’omofobia a spingere Andrea al suicidio. “Si è trattato di un fatto intimo”, hanno dichiarato i magistrati che conducono l’inchiesta.

Ovviamente di tutto ciò, sulle grandi testate che avevano gridato contro l’omofobia, non si trova traccia.

Un altro esempio è di qualche giorno fa. “Deriso perché gay, si getta dalla finestra”: con questo titolo molti giornali raccontano il tentato suicidio di un sedicenne romano, avvenuto lo scorso 29 maggio. Questa volta, oltre ai compagni, alla base del gesto del ragazzo ci sarebbe anche il padre, accusato di trattarlo con violenza perché non accetta la sua omosessualità.
Basta un solo giorno, però, perché i magistrati che indagano sul fatto accertino che il bullismo non c’entra nulla e neanche l’omofobia. Il ragazzo è sì omosessuale ma lui stesso ha dichiarato di non essere mai stato preso di mira per il suo orientamento sessuale. Non solo, ma agli inquirenti non risulterebbe un’ostilità del padre del ragazzo nei suoi confronti anche perché i due non si vedono da dieci anni.

Insomma, un’altra bolla di aria gonfiata “ad hoc”. L’obiettivo anche questa volta è stato raggiunto: creare il caso ed avere il pretesto per portare avanti le proprie battaglie ideologiche. In una parola, strumentalizzazione. E chi se ne frega poi della verità dei fatti e del dramma interiore di un ragazzo che ha cercato di farla finita.

Di fronte a queste frequenti campagne di disinformazione, dietro le quali è difficile non vedere una strategia ben precisa, emerge il dubbio che il vero obiettivo non sia quello di difendere i diritti degli omosessuali. Non sarà che attraverso queste campagne mediatiche costruite su misura non ci sia l’obiettivo di cambiare lentamente il sentire comune della gente per poter finalmente imporre “senza colpo ferire” il matrimonio gay anche in Italia?
Forse è così, forse no. In ogni caso rimane un dato di fatto incontrovertibile: piegare il dramma di un ragazzo ai propri fini utilitaristici è semplicemente squallido. Qualunque ne sia il motivo. Vale la pena rifletterci.

Saverio Sgroi

Educatore con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo dei giovani, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono stato il "capitano" fino alla fine del 2016. Poi ho lasciato la barca ai più giovani, con la convinzione che sapranno condurla verso porti sempre più prestigiosi.