Se è la sofferenza a indicare la strada

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Scoprire che non avrei mai più potuto camminare è stato devastante. I miei figli erano piccoli, Luca aveva 4 anni e Marco solo 2. Ho pensato subito a loro.

A fine estate il caldo torrido cede il passo a una tiepida brezza. A bordo piscina, con gli occhi chiusi, mi godo questa piacevole atmosfera assaporando gli ultimi scampoli di un settembre straordinariamente mite. Ascolto le grida gioiose dei bambini e il leggero sciabordio dell’acqua che si infrange sulla pavimentazione in pietra. Quando riapro gli occhi vedo, davanti a me, due bambini che giocano in acqua con il papà. Fingono di rincorrersi, si schizzano a vicenda. E le loro risate sonore diffondono una piacevole allegria. Appena la mamma getta in piscina una pallina di plastica, i loro occhi si illuminano. Subito si precipitano per afferrarla mentre il papà, con le braccia spalancate, impedisce loro di passare. I bambini cercano tenacemente di vincerne la resistenza facendogli il solletico, appoggiandosi sulle sue spalle, sollevando l’acqua con ampie bracciate. Li guardo inseguirsi ed esultare: i loro visi sono radiosi, i loro occhi pieni di gioia. La loro è una felicità semplice e spontanea, che sa di quotidiano. È una felicità che scaturisce da un gesto ordinario e, proprio per questo, possiede una bellezza disarmante. È la felicità spensierata che sanno provare i bambini quando si sentono davvero amati.

Mi ritrovo a sorridere davanti a quel simpatico quadretto famigliare, una scena così comune da passare quasi inosservata nella quotidianità estiva. Il papà avanza nella mia direzione, il capo grondante. Rallenta l’andatura per scostarsi dal viso una ciocca bagnata mentre i bambini gli circondano il collo con le braccia, sommergendolo di voci e risate. Sorride alla moglie, il volto contratto in una smorfia ostentata, quasi a voler rimarcare la titanica impresa. La donna ricambia con uno sguardo complice; poi gli va incontro spingendo una sedia a rotelle. L’uomo appoggia le mani sul bordo della piscina, emerge dall’acqua sollevandosi con la sola forza delle braccia e si siede sulla sedia. Ha gli arti inferiori atrofizzati, muscoli inerti che contrastano con la virile solidità del resto del corpo. Solo in quel momento capisco che dietro quell’apparente normalità si nasconde una vicenda umana speciale, fatta di dolore e perdita, di riscatto e amore.

Federico ha 36 anni e una storia tutta da raccontare. Ne aveva 32 quando una sera, tornando a casa dal lavoro in moto, è stato investito da un’auto. Dopo l’incidente i medici gli hanno comunicato che sarebbe rimasto paralizzato per tutta la vita. “Scoprire che non avrei mai più potuto camminare è stato devastante.” racconta “I miei figli erano piccoli, Luca aveva quattro anni e Marco solo due. Il mio primo pensiero è stato per loro. Ho iniziato a considerare tutto quello che non avrei potuto condividere con i miei bambini, i momenti importanti della loro crescita. Non avrei mai potuto giocare a calcio, andare in bicicletta o semplicemente accompagnarli in macchina a scuola. Le cose normali di una famiglia normale. E mi sono sentito morire una seconda volta. Ma in quel momento ero cosciente, vivevo la morte, la sentivo impadronirsi del mio corpo, della mia testa. E non potevo farci niente. Aveva vinto lei.” Le parole di Federico si susseguono fluide, come se stesse leggendo un copione. Un film dal finale scontato nella sua drammatica implacabilità.

“I primi mesi ero talmente demoralizzato che non riuscivo a trovare più nulla di positivo nella mia esistenza. Attorno a me avevo sempre gente, mia moglie, i miei genitori, gli amici. E ognuno aveva parole di conforto. Ma nei loro occhi leggevo solo la pietà, ero così accecato dalla rabbia da non vedere il loro amore. Le loro frasi mi sembravano quasi una presa in giro. Loro le gambe le avevano e con quelle gambe potevano fare ciò che a me non sarebbe stato più concesso. Ero convinto che il destino mi avesse tolto ogni opportunità di essere felice.” Federico s’interrompe. Ricordando la sofferenza di quel periodo i suoi occhi diventano lucidi, la voce spezzata. “I giorni passavano uno dopo l’altro, interminabili. Arrivai quasi ad odiare il mattino. La luce dell’alba portava un altro giorno di sofferenza, di cure estenuanti, spesso dolorose. Mi costringeva a vedere quello che non avrei mai volto vedere: due gambe che non erano mie, monconi ossuti che non rispondevano a miei comandi. E me la prendevo con quei pezzi di carne inerte, ne maledicevo ogni singola fibra. Una sera un uomo si affacciò alla porta della mia stanza. Avrà avuto più o meno sessant’anni. Rimase immobile nello specchio della porta per alcuni minuti. Mi fissava, gli occhi pieni di dolore, un dolore che si vede, si sente, si tocca. Non saprei descrivere la sensazione che provai incrociando quello sguardo. Percepii il suo dolore, come se si stesse aggiungendo al mio. Un dolore viscerale. Non conoscevo quell’uomo. Il giorno dopo seppi che quella notte aveva perso un figlio di ventitré anni. Un incidente in moto.”

Il racconto s’interrompe. Federico si ferma, prende fiato. È un sospiro lungo, quasi a immettere aria per dare anima ai ricordi. “Quel giorno fu per me come la rivelazione di Paolo sulla strada di Damasco. Ho sempre impresso nella mente quello sguardo. Ogni giorno mi ricorda che ho ancora la vita. Ho ancora il dono più grande che un uomo e un padre possa desiderare: l’amore.”

Non posso fare a meno di provare ammirazione per Federico, un uomo che ha imparato a raccontare la sua sofferenza con disarmante semplicità, quasi fosse un privilegio. Un’occasione riservata a pochi eletti: scoprire che la vera felicità consiste nell’amore, dato e ricevuto. E che l’amore ti permette di sollevarti e camminare, anche se ti trovi su una sedia a rotelle.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.