“Se fossi bianca vincerei”

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La pubblicità di un cosmetico svela una triste realtà: in molti paesi la pelle bianca è ancora associata ad uno status sociale elevato

Siamo davvero sicuri di aver ormai vinto il razzismo?

Appena una settimana fa l’azienda farmaceutica thailandese Seoul Secret ha presentato un nuovo cosmetico: la crema sbiancante Snowz. La pubblicità del prodotto, diffusa anche su YouTube, è divenuta un caso mediatico. La protagonista dello spot è una giovane e celebre attrice locale, Cris Horwang. La prima scena la ritrae sorridente, mentre spiega: “Nel mio mondo la competizione è feroce. Se non mi prendo cura di me, tutto quello che ho costruito, la bianchezza sulla quale ho investito, potrebbe scomparire”. L’inquadratura pian piano si allarga, fino a comprendere un’altra ragazza, giovane e bella, ma soprattutto dalla pelle bianchissima: le due sono chiaramente messe a confronto. A questo punto la pelle di Cris comincia a farsi via via più scura, fino a raggiungere una carnagione completamente nera. Uno sguardo di panico le si dipinge sul volto: “Se fossi bianca vincerei”, afferma rivolta a se stessa. Ma subito la rivale giunge in soccorso: grazie ad una confezione di Snowz la pelle di Cris ritorna magicamente bianca, quasi splende, il suo volto si illumina. Cris conclude sorridendo: “Bianca per sempre, sono fiduciosa”.

In Thailandia la carnagione pallida è molto apprezzata, in quanto associata ad un elevato status sociale. Peccato che altrettanto non si possa dire della pelle più scura o abbronzata, spesso attribuita ai lavoratori delle classi sociali più basse, operai e contadini. Dopo le numerose proteste della rete, la pubblicità è stata rimossa e la società produttrice del cosmetico si è pubblicamente scusata. Ma non ha ritirato il prodotto dal mercato. E come darle torto: in Asia si spendono in media 13 miliardi di dollari l’anno per creme sbiancanti. Lo stesso accade in India, dove simili prodotti costituiscono i due terzi dell’intero mercato dei cosmetici. Ma il dato più sconcertante arriva dall’Africa, dove l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha recentemente condotto uno studio per combattere l’abuso di prodotti sbiancanti nocivi. In Senegal il 27% delle donne ha provato cosmetici del genere, in Sudafrica il 35%, in Togo il 59%. Il record lo detiene la Nigeria, dove si raggiunge una percentuale del 75%. Tralasciando gli effetti collaterali che questi prodotti portano con sé, siamo di fronte ad un problema prettamente sociale. E il comunicato di scuse rilasciato dalla Seoul Secret sembra confermarlo: “Stavamo cercando di trasmettere un valore in un certo gruppo di persone. Così come nei paesi occidentali, in una certa misura, si cerca di ottenere una carnagione abbronzata per farsi notare, allo stesso modo in Asia il valore di alcuni gruppi è quello di avere la pelle bianca”. Il concetto di ‘valore’ qui espresso è a dir poco spaventoso: non si tratta di un fattore estetico, ma di una linea di demarcazione, la cartina al tornasole di uno status sociale. Il bianco della pelle è associato al successo e alla ricchezza occidentali, è un tentativo di sfuggire all’emarginazione, di adeguarsi agli standard. Ecco perché valore: garantisce una vita migliore, salute e agiatezza economica. Siamo di fronte ad una forma di razzismo più sottile, pensata a tavolino: uno spot pubblicitario creato per colpire, per far breccia, con una dinamica accattivante. Le attrici sono splendide, la loro voce sensuale. A loro modo risultano convincenti, anzi suadenti. Così, anche se involontariamente, il messaggio si insinua nella mente dell’osservatore e ghiaccia il cuore. E si crea il pregiudizio.

Tutto ciò, unito a quello che sta accadendo in America, prima i fatti di Ferguson e in seguito le affermazioni di Donald Trump, ci deve far riflettere. Perché è così difficile amare la diversità? Ma soprattutto, cosa possiamo fare? La triste vicenda di Snowz ha un risvolto positivo: la pubblicità, seppur immediatamente rimossa, è stata subito ripostata nella rete, perché tutti potessero vedere ed indignarsi. In una notte il video ha raggiunto due milioni di dislike su YouTube e migliaia di commenti negativi. A volte anche un cattivo esempio può insegnare. L’importante è parlarne, far conoscere, non mettere tutto a tacere, come forse sperava di fare la società produttrice. Il razzismo non si vince con il silenzio e la rete, più d’ogni altro, è il luogo giusto dove cominciare a far sentire la nostra voce.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.